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Category Archives: Consigli per la spesa

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La spesa di settembre


Con l’arrivo di settembre giunge al termine il periodo vacanziero e le tanto agognate ferie. Il nono mese dell’anno sancisce la ripresa lavorativa e anche quella scolastica, seguita da un cambio sostanziale di prodotti sul banco della spesa. L’ultimo mese dell’estate ci regalerà ancora calde giornate di sole, ma anche i primi frutti di un tiepido autunno. Cibi importanti, nutrienti, particolarmente sostanziosi, utili a garantire il giusto carburante per mente e corpo. Una ricarica di energia per affrontare con slancio l’autunno e i primi freddi. Frutta e verdura di settembre saranno una presenza costante anche per i mesi a venire.
Nonostante nell’orto inizino a scarseggiare i cibi baciati dal sole estivo, come fiori di zucca, pomodori, peperoni e zucchine, il cambio di protagonisti garantirà nuovi sapori, gusti e altrettanti colori. Fare la spesa sarà facile e divertente, offrendo al contempo novità importanti e corroboranti. Prodotti necessari per proteggere il corpo dai malanni, dai primi freddi e dai virus di inizio autunno.

Verdura

Come anticipato, la spesa di settembre può avvalersi ancora della presenza di molti amici dell’estate, anticipando le novità autunnali. Tra le conferme possiamo trovare bietole, broccoli, carote, cavoli, fagiolini, cicoria, cetrioli, melanzane, peperoni, pomodori, spinaci, zucchine, fiori di zucca, fave, piselli, cipolline, valerianella, cicoria e cicorino, ravanelli, fagioli, lenticchie, ceci, sedano e lattuga, rucola, patate novelle, aglio, erba cipollina, peperoncino, mais, scarola, aromi come rosmarino, basilico, timo, origano, maggiorana e menta. Tra le novità segnaliamo zucca, porri, le prime rape e funghi che rivedremo ad ottobre.

La zucca è ricca di acqua: altamente ipocalorica, con pochi grassi e un 3,5% di carboidrati. Amica dell’abbronzatura, contiene caroteni e pro-vitamina A, vitamina C e quelle del gruppo B, ma anche minerali quali fosforo, ferro, magnesio e potassio. I suoi semi possiedono un alto valore nutrizionale, ma è importante salarli ed essiccarli. I porri, conosciuti anche come Allium porrum, sono molto utilizzati in cucina e la parte maggiormente consumata è quella inferiore di colore bianco. Possiedono un buon apporto di acqua, proteine, fibre, molti minerali, vitamine A, B1, B2, B3, PP, B5, B6, C, E, K e J. Contengono inoltre beta-carotene, luteina e zeaxantina. I porri sono ricchi di aminoacidi: acido aspartico, acido glutammico, alanina, arginina, cistina, glicina, leucina, fenilalanina, istidina, isoleucina, lisina, prolina, metionina, serina, tirosina, triptofano, valina e treonina. Favoriscono la diuresi, aiutano a dimagrire, facilitano la digestione, depurano e contrastano il colesterolo.

Frutta

Per quanto riguarda la frutta, spazio ancora per i colori dell’estate come fichi, fichi d’India, nocciole e mandorle, ribes, le ultime pesche, albicocche, melone, anguria, prugne e susine, gli evergreen pompelmo e limone, ma anche lamponi, more, fragoline di bosco, mirtillo e uva spina. Vera regina di settembre è l’uva, accompagnata da mele e pere, quindi le prime castagne che conosceremo a ottobre. L’uva è la protagonista dell’intero autunno: con il suo 80% di acqua, carboidrati e fibre è un toccasana. Non è indicata per i diabetici, se non in piccoli quantitativi, da consumare durante la mattinata. Contiene potassio, manganese, rame, fosforo e ferro, vitamina C, B1, B2, PP e A. Altamente dissetante, purifica, nutre, dona energia e favorisce la circolazione del sangue. È un antiossidante naturale che contrasta l’invecchiamento della cute ma anche della mente, aiutando la memoria a rimanere operativa.

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I cibi più inquinanti

Quali sono i cibi più inquinanti? Dopo la Top 10 degli alimenti più contaminati dai pesticidi provenienti dall’estero, la Coldiretti propone la classifica dei cibi di importazione più inquinanti. Si tratta di alimenti che provengono da molto lontano e che, proprio a causa dei lunghi trasporti, contribuiscono ad inquinare il Pianeta.

Ciliegie cilene, mirtilli argentini e asparagi peruviani. Ecco soltanto alcuni dei cibi più inquinanti indicati dalla Coldiretti, poiché arrivano sulle nostre tavole dopo lunghi viaggi su mezzi che consumano petrolio ed emettono gas a effetto serra. La classifica è stata elaborata in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente.

Tra i prodotti di importazione a cui porre particolare attenzione non troviamo soltanto alimenti. La Coldiretti ricorda che le rose dell’Equador in vendita in Italia sono legate a condizioni di sfruttamento della manodopera e di rischi per la salute dei lavoratori, poiché vengono trattate con prodotti chimici potenzialmente pericolosi.

Gli alimenti di importazione arrivano sulle tavole soprattutto a causa della cattiva abitudine di consumare cibi fuori stagione: cocomeri dal Brasile, meloni di Guadalupe, melograni di Israele e fagiolini dall’Egitto. Si tratta di alimenti di cui, durante il giusto periodo dell’anno, anche l’Italia è ricca, come ricorda la Coldiretti.

I conti sono presto fatti. E’ stato calcolato che 1 chilo di ciliegie dal Cile per giungere sulle tavole italiane deve percorrere quasi 12mila chilometri con un consumo di 6,9 chili di petrolio e l’emissione di 21,6 chili di anidride carbonica.

1 chilo di mirtilli dall’Argentina deve volare per più di 11mila chilometri con un consumo di 6,4 chili di petrolio, che liberano 20,1 chili di anidride carbonica. Gli asparagi dal Perù viaggiano per oltre 10mila km, bruciando 6,3 chili di petrolio e liberando 19,5 chili di anidride carbonica per ogni chilo di prodotto, attraverso il trasporto con mezzi aerei.

La soluzione? Fare la spesa con una reale attenzione all’ambiente. Impegnarsi a consumare prodotti locali, di stagione e a chilometri zero facendo attenzione agli imballaggi. In questo modo una famiglia può arrivare ad abbattere fino a 1000 chili di anidride carbonica in un anno. Scegliere i prodotti Made in Italy, infine, secondo la Coldiretti potrebbe aiutare il nostro Paese ad uscire dalla crisi.

Ecco la classifica dei 10 cibi che inquinano di più.

1) Ciliegie dal Cile

2) Mirtilli dall’Argentina

3) Asparagi dal Perù

4) Noci dalla California

5) Rose dall’Equador

6) More dal Messico

7) Angurie dal Brasile

8) Meloni da Guadalupe

9) Melograni da Israele

10) Fagiolini dall’Egitto

top ten cibi inquinanti coldiretti

 

fonte www.greenme.it
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I cibi più contaminati

Fate sempre attenzione a quello che acquistate. La Coldiretti ha stilato la classifica dei dieci cibi di importazione più contaminati da sostanze potenzialmente pericolose per la salute.

Si tratta in particolare di alimenti in cui sono stati trovati, grazie alle analisi condotte dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa), residui chimici, micotossine, additivi e coloranti in quantitativi che superano i livelli di legge.
Al primo posto, come era avvenuto l’anno scorso, si trovano gli alimenti che provengono dalla Cina (il 15% sul totale). Attenzione in particolare al concentrato di pomodoro sempre più presente sul mercato.

Ma sveliamo la top 10 dei cibi più contaminati con tanto di percentuale di irregolarità riscontrata in Italia sui campioni analizzati per ogni singolo prodotto.

1. Broccoli dalla Cina (irregolarità 92%)

2. Prezzemolo dal Vietnam (irregolarità 78%)

3. Basilico dall’India (irregolarità 60%)

4. Melagrane dall’Egitto (irregolarità 33%)

5. Peperoncino dalla Thailandia (irregolarità 21%)

6. Menta dal Marocco (irregolarità 15%)

7. Meloni e cocomeri dalla Repubblica Dominicana (irregolarità 14%)

8. Fragole dall’Egitto (irregolarità 11%)

9. Piselli dal Kenya (irregolarità 10%)

10. Arance dall’Egitto (irregolarità 5%)

Molto si discute, giustamente, delle importazioni dal Marocco. L’accordo che è stato stilato con la nazione africana è infatti particolarmente contestato dai produttori agricoli nostrani in quanto in questo paese è permesso l’uso di pesticidi pericolosi per la salute che sono vietati in Europa.

La domanda che sorge spontanea è: perché dovremmo acquistare questi prodotti? Broccoli dalla Cina, fragole e arance dall’Egitto, peperoncino dalla Thailandia o verdura marocchina? Ne abbiamo bisogno?  La risposta è no, il problema è che spesso veniamo allettati dai prezzi più bassi che sono tali grazie alla concorrenza sleale di chi usa sostanze dannose pur di aumentare la produzione. Come sempre anche oggi vi suggeriamo di non risparmiare sulla vostra salute e sull’ambiente (i cibi importati fanno tanti chilometri per arrivare sulle nostre tavole).

Come ricorda la Coldiretti:

L’agricoltura italiana è la più green d’Europa con 281 prodotti a denominazione di origine (Dop/Igp), il divieto all’utilizzo degli ogm e il maggior numero di aziende biologiche, ma è anche al vertice della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,4%), quota inferiore di quasi 4 volte rispetto alla media europea (1,4%) e di quasi 20 volte quella dei prodotti extracomunitari (7,5%)”.

Riscopriamo allora il valore dei cibi locali, di stagione e biologici e se impariamo ad acquistare, ad esempio tramite Gas o dal contadino di fiducia, potremmo anche contenere i costi.  C’è poi sempre la possibilità di coltivare un piccolo orto in giardino o sul balcone.

 

 

fonte www.greenme.it
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Breve guida per la scelta dell’olio

L’inchiesta del pubblico ministero, relativa alla contraffazione di olio extravergine d’oliva da parte di alcune grandi aziende italiane, riporta l’attenzione sull’importanza di saper scegliere accuratamente i prodotti da acquistare per evitare di incappare in truffe alimentari, dannose per la nostra salute, ma anche per l’economia e la reputazione del Made in Italy.

Sono in molti ad esempio a chiedersi come riconoscere l’olio migliore senza essere necessariamente degli esperti degustatori. Diciamo subito che non esiste una prova pratica e inconfutabile per risolvere la questione, ma seguendo qualche piccolo accorgimento sarà facile individuare il prodotto migliore, anche senza assaggiarlo!
Ecco una guida chiara che in 7 punti spiega perchè è importante assumere olio d’oliva e come riconoscerne la qualità: potrà tornare utile per imparare ad acquistare un vero extravergine al miglior prezzo!

#1 – PROPRIETA’ DELL’OLIO

L’olio di oliva contiene vitamine, antiossidanti, fitosteroli ed acidi grassi monoinsaturi. Proprio grazie al contenuto di questi ultimi, è indicato per problemi cardiovascolari e per il controllo del colesterolo. Indispensabile durante l’infanzia, contribuisce all’accrescimento corporeo, al processo di mielinizzazione del cervello e alla formazione delle ossa. L’olio è anche un coadiuvante nella resistenza alle infezioni e aiuta a combattere l’arteriosclerosi. E’ considerato un vero e proprio cibo-medicina in quanto la sua assunzione quotidiana allontana la formazione di tumori, aiuta il benessere del fegato, riduce il rischio di diabete e regola la giusta funzionalità gastro-intestinale.

#2 – PERCHE’ EXTRAVERGINE E’ MEGLIO

Esiste principalmente una differenza tra olio d’oliva ed olio extravergine d’oliva: il primo è un olio di base che viene prodotto con olive cadute a terra o di seconda scelta, il secondo invece è un olio proveniente da spremuta di olive di prima raccolta, colte direttamente dalla pianta e nel momento di perfetta maturazione. Questa accortezza fa si che l’olio evo mantenga intatte tutte le qualità nutrizionali ed organiche; per questol’extravergine viene considerato un prodotto qualitativamente superiore e per lo stesso motivo è meglio preferirlo al semplice olio, al fine di assumere tutte le proprietà nutritive del prodotto.

#3 – LA SPREMITURA

L’olio non è altro che una spremuta di olive. Sembra sciocco doverlo ricordare, ma spesso ci dimentichiamo di considerarlo come tale. Partendo da questo presupposto, la fase di spremitura delle olive diventa fondamentale per distinguere un olio migliore di un altro. Non solo dobbiamo assicurarci che il processo avvenga “a freddo”, cioè utilizzando macchinari che lavorano i frutti senza far salire la temperatura dell’olio (cosa che altrimenti modificherebbe gusto e proprietà del prodotto finale); è importante anche verificare quando è avvenuta la spremitura: proprio come avviene per qualsiasi altro frutto, anche l’oliva appena colta contiene più proprietà rispetto ad una raccolta e conservata. Più la spremitura avviene in tempi ravvicinati alla raccolta, più l’olio sarà di qualità. Per lo stesso principio è bene consumare olio “nuovo”, in quanto nel tempo – anche se imbottigliato – l’olio tende a perdere le proprietà nutritive. Il periodo dell’anno in cui viene prodotto l’olio nuovo è ottobre/novembre!

#4 – ODORE E SAPORE

Ancora una volta diciamo una banalità, però utile e da tenere sempre a mente: l’olio deve avere un profumo che ricorda l’oliva, perché non è né più né meno che una spremuta di olive.
Annusando un olio evo di buona qualità è possibile percepire anche aromi che ricordano l’erba fresca appena tagliata, il gusto di un pomodoro, di un carciofo, di mela o di mandorla.
La prova del palato è sicuramente più incisiva: assaporate bene l’olio tenendolo su palato e lingua almeno 20 secondi, quindi deglutite; se avete assaggiato un olio buono noterete una sensazione di amaro in bocca, leggermente tendente al piccante in gola. Amaro e piccante sono i due retrogusti fondamentali di un buon extravergine d’oliva e garantiscono anche le proprietà salutistiche del prodotto!

#5 – PREZZO

Il detto “costa poco, vale poco” nel caso dell’olio d’oliva va tenuto sempre ben a mente. Se è vero che la forbice tra i costi è ampia e va dai 2€ ai 14€ al litro, bisogna anche sapere che un vero extravergine lavorato con metodi artigianali che preservano tutte le qualità del prodotto finito non può costare meno di 7€.
Come spiega Coldiretti, l’olio è tra i prodotti più contraffatti in circolazione: l’80% dell’olio d’oliva utilizzato in Italia è composto da olio di importazione derivante da Spagna, Tunisia e Grecia; secondo il regolamento europeo, è sufficiente, affinché un olio sia considerato italiano, che venga prodotto con olive spremute in Italia anche se provenienti da coltivazioni estere. La contraffazione va anche oltre: è risaputo ormai che molte aziende impiegano oli di scarto addizionati con betacarotene, clorofilla e coloranti, che – una volta ripuliti chimicamente – vengono distribuiti come extravergine a costi notevolmente inferiori alla media. Ecco spiegato perchè in commercio è facile reperire olii extravergine a costi stracciati.

#6 – ETICHETTA
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Un olio buono si riconosce anche dall’etichetta! Più informazioni sono riportate, più chiare sono, e più potremo fidarci di quel prodotto. Origine delle olive, metodo di spremitura, regione di produzione, simboli di consorzi locali di tutela o Dop sono dettagli essenziali, ai quali possono aggiungersi i dati del confezionatore (qualora non sia lo stesso produttore), il numero del lotto (che facilita la rintracciabilità), il contenuto in acido oleico, di polifenoli, di vitamina A, D ed E.  Il consiglio della Coldiretti è anche quello di guardare la scadenza e preferire l’extravergine nuovo guardando l’annata di produzione che molti indicano volontariamente in etichetta. In vendita – sottolinea l’organizzazione agricola – c’è infatti anche l’olio del 2014, che è stato un anno drammatico per la produzione Made in Italy.

#7 – SUPERMERCATO O NO?

Non c’è una risposta assoluta a questa domanda: in generale è preferibile acquistare olio direttamente dal produttore, sia per risparmiare accorciando la filiera, sia per avere la possibilità di assaggiare il prodotto prima dell’acquisto e per verificare personalmente come avviene la produzione. Bisogna sempre ricordare che le scelte di un consumatore attento ed informato permettono di influire positivamente il mercato!

 

fonte www.bioradar.it
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Etichette e frasi incomprensibili

Le diciture sulle etichette alimentari non sono lasciate alla fantasia o al rigore scientifico degli esperti di marketing, ma devono attenersi ad alcune norme previste nell’articolo 5 del regolamento europeo (1924/2006). Il testo dice che “l’impiego di indicazioni nutrizionali e sulla salute è consentito solo se ci si può aspettare che il consumatore medio comprenda gli effetti benefici secondo la formulazione dell’indicazione”. C’è di più: le scritte riguardanti la salute devono essere approvate dall’Efsa

Il concetto è chiaro, ma di fronte ad alcune diciture sorgono spontanei dubbi. Ecco una breve rassegna di claim che hanno ricevuto un’approvazione ufficiale e quindi possono essere stampati sulle confezioni.

“La sostituzione di amidi digeribili con amido resistente in un pasto contribuisce alla riduzione dell’aumento del glucosio ematico post-prandiale”

“La betaina contribuisce al normale metabolismo dell’omocisteina”

“La biotina contribuisce al normale metabolismo dei macronutrienti”

“Il calcio interviene nel processo di divisione e di specializzazione delle cellule”

“Il folato contribuisce alla normale emopoiesi”

“Il magnesio contribuisce all’equilibrio elettrolitico”

“Il selenio contribuisce alla normale spermatogenesi”

“Lo zinco contribuisce al normale metabolismo acido-base”

Quale può essere il ruolo e la  funzione di queste scritte? Siamo di fronte a un’idea per segmentare il mercato? Oppure è una scelta di marketing delle imprese per rivolgersi solo a quei consumatori che sanno cosa sia l’emopoiesi o il metabolismo acido-base. Forse l’industria pensa che questi possibili consumatori, avendo studiato materie scientifiche possano disporre di risorse economiche maggiori rispetto ai laureati in filosofia?

Ogni azienda deve inviare il testo relativo alle diciture salutistiche da stampare sulle etichette all’Efsa

Per capire meglio va detto che ogni azienda deve inviare il testo relativo alle diciture salutistiche da stampare sulle etichette all’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa). L’ente deve accertare la validità dei dati scientifici e valutare la comprensibilità del testo per il consumatore medio. Non basta: un successivo regolamento (UE) n. 1169/2011 dice che le etichette alimentari devono essere precise, chiare e facilmente comprensibili, in modo da aiutare i consumatori a compiere scelte alimentari e dietetiche consapevoli. Questo significa che indicazioni come “Il calcio è necessario per il mantenimento di ossa normali” oppure “Le prugne secche contribuiscono al mantenimento delle normali funzioni intestinali” sembrano in linea con l’auspicata chiarezza e comprensibilità, mentre quelle che abbiamo elencato sopra  non lo sono di certo, anche se sono  state approvate.

Oltre alla veridicità scientifica quindi, queste affermazioni devono essere chiare, affidabili e utili al consumatore. Per fare queste valutazioni non è necessario ricorrere a esperti di comunicazione, basterebbe chiedere il parere del barista di Parma a cui gli esperti dell’Efsa chiedono un bicchier d’acqua (che, a proposito, contribuisce al mantenimento di funzioni cognitive e fisiche normali, a condizione che l’assunzione giornaliera sia di almeno 2 litri, sotto qualunque forma, giusto reg.(UE) n.432/2012).

Tratto dal sito: www.ilfattoalimentare.it

 

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Cuocere gli hamburger

Se l’hamburger vi sembra ben cotto non fidatevi perchè il metodo di confezionamento e conservazione scelto dal produttore può influenzare il colore durante la cottura e trarre in inganno. Cuocere bene la carne macinata è importante, perchè è l’unico sistema per eliminare batteri patogeni potenzialmente pericolosi che, quando il muscolo viene tritato, si riproducono con facilità (tritare la carne provoca la rottura di molte cellule e un incremento notevole della superficie, creando le condizioni ottimali per una contaminazione da parte dei microrganismi presenti nell’ambiente).

Di solito quando si cucinano gli hamburger  si prende come riferimento il colore. La carne deve essere ben cotta perchè l’elevata temperatura neutralizza tutti i batteri patogeni. Per capire quando l’hamburger ha raggiunto il giusto punto di temperatura, si osserva al centro un cambiamento di colore dal rosato al marroncino. Ma la regola non vale sempre.

Qualche dubbio su questo metodo empirico viene  segnalato dai ricercatori di Nofima, un istituto di ricerca norvegese che si occupa di produzioni alimentari, dopo avere condotto uno studio sulla carne di manzo conservata in atmosfera modificata, ossia in confezione sigillata dove è stata aggiunta una miscela di gas con il 75% di ossigeno. Il sistema dell’atmosfera modificata viene adottato in diversi paesi europei, Italia inclusa, per aumentare considerevolmente la durata del prodotto e deve essere segnalato sulla confezione con la dicitura “conservato in atmosfera protettiva”. Si tratta di una pratica che permette agli hamburger di conservarsi per 2-3 settimane, ma che evidenzia una criticità in fase di cottura.

Gli hamburger confezionati in vaschette con “atmosfera protettiva” durante la cottura cambiano colore prima di raggiungere 71°C (temperatura che garantisce l’eliminazione di batteri patogeni). Questo cambiamento prematuro di colore rende impossibile la valutazione della giusto grado di cottura basandosi sull’aspetto visvo. I ricercatori scandinavi hanno verificato che la carne tritata conservata in atmosfera modificata diventa scura prima, intorno ai 60°. A questa temperatura il colore della carne risulta marroncino anche all’interno e sembra “ben cotta”, ma non lo è. Le analisi indicano la presenza di batteri potenzialmente nocivi, che possono essere eliminati solo a temperature superiori.

Come risolvere il problema? Se si compra una confezione di hamburger o di carne tritata conservate atmosfera modificata, bisogna dotarsi di un termometro da cucina, per essere certi che venga raggiunta la temperatura desiderata (almeno 71°C). Questo accorgimento diventa importante se a tavola ci sono bambini o anziani. L’altra possibilità è stare attenti e cuocere più a lungo la carne anche dopo il cambio di colore. Tutto bene allora? Non proprio, i ricercatori norvegesi ricordano che il rischio di consumare carne macinata non sufficientemente cotta riguarda anche gli hamburger consumati presso ristoranti e fast food.

Dal sito www.ilfattoalimentare.it

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Acquisto delle carni

Le carni dirette al consumo umano devono provenire da animali che siano stati sottoposti, a cura del veterinario ufficiale (ASL), a visita “ante mortem” e ad ispezione “post mortem”.
La certezza che la macellazione dell’animale e la lavorazione delle carni siano avvenute sotto il controllo del veterinario ufficiale, che attesta la salubrità e l’idoneità delle carni stesse, è fornita dal bollo sanitario identificativo dello stabilimento di macellazione o laboratorio di sezionamento, applicato direttamente su ciascuna mezzena o sulle etichette per le carni confezionate.
Nelle macellerie e nei supermercati, in osservanza di norme comunitarie e nazionali, devono essere fornite le seguenti informazioni obbligatorie, per ogni taglio di carne, mediante un cartello esposto sul banco di vendita o l’etichetta per le carni confezionate:

  • riproduzione del bollo sanitario dello stabilimento che ha effettuato il selezionamento e il confezionamento
  • ragione sociale e sede dello stabilimento
  • peso netto
  • denominazione commerciale: specie, categoria e taglio
  • data di scadenza
  • lotto di produzione
  • modalità di conservazione.

Per le carni bovine esiste un sistema di etichettatura più vincolante, per cui devono essere riportate obbligatoriamente anche le seguenti informazioni aggiuntive:

  • codice di riferimento che rappresenta il nesso tra il taglio di carne al banco e l’animale o il gruppo di animali macellato
  • Paese di nascita
  • Paese o Paesi di ingrasso
  • Paese di macellazione e numero di riconoscimento dello stabilimento di macellazione
  • Paese di selezionamento delle carni e numero di riconoscimento del laboratorio.

Inoltre, il cartellino o le etichette per le carni esposte al pubblico devono recare il prezzo unitario per chilogrammo, la specie e lo stato fisico (fresche, congelate, scongelate).
Le specie sono:

  • bovine: vitello o bovino adulto
  • bufaline
  • suine
  • ovine: agnello o ovino adulto
  • caprine: capretto o caprino adulto
  • avicunicole: pollo, coniglio ed altri.

E’ previsto anche un sistema facoltativo di etichettatura per cui con le stesse modalità di cui sopra possono essere fornite altre informazioni riguardanti:

  1. l’età dell’animale, la data di macellazione e/o di preparazione delle carni, il periodo di frollatura
  2. l’azienda di nascita e/o di allevamento, le tecniche di allevamento, i metodi di ingrasso, le indicazioni relative all’alimentazione
  3. la razza o il tipo genetico
  4. eventuali altre informazioni contenute nell’eventuale disciplinare approvato dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali.

L’etichettatura delle carni provenienti da un animale, nato, ingrassato e macellato in Italia può riportare l’indicazione “Carni di bovino nato, ingrassato e macellato in Italia” oppure la dizione “origine Italia”.
Se le confezioni di carni contengono pezzi provenienti da bovini diversi, l’etichettatura reca oltre le informazioni obbligatorie, esclusivamente le indicazioni comuni a tutte le carni.
Il cartellino o l’etichetta devono essere esposti al pubblico recando il prezzo unitario per chilogrammo, la specie e lo stato fisico della carne (fresca o congelata).

In macelleria, le carni biologiche devono essere esposte in apposita sezione del banco vendita. Devono essere visibili gli attestati di macellazione che riportano le indicazioni “biologico” e le altre indicazioni,riportate, per le carni.

Vendite promiscue
L’eventuale vendita di carni congelate deve essere effettuata in banchi separati da quelle fresche. In banchi separati devono anche essere vendute le carni bovine, bufaline, suine e ovicaprine da quelle avicunicole (pollo e conigli) e della selvaggina allevate. Uguale separazione è prevista per le uova.
Ai diversi banchi o scomparti devono corrispondere in ogni caso taglieri, utensili ed attrezzature distinte.

Principali frodi

  • Vendita di carni provenienti da animali ingrassati con sostanze non consentite (ormoni, tireostatici, stilbenici, beta-agonisti). In questo caso le carni sono ricche di acqua e si riducono notevolmente dopo la cottura.
  • Vendita di carni contenenti residui di medicinali il cui trattamento non è stato dichiarato e senza l’osservanza di sospensione tra il trattamento stesso e l’avvio alla macellazione.
  • Vendita di carni della stessa specie ma di qualità diversa (vitello adulto per vitello).
  • Vendita di tagli meno pregiati per tagli pregiati (es. lombata del quarto anteriore per lombata del quarto posteriore o filetto).

Consigli utili
Non è facile per il consumatore rilevare, con la semplice osservazione dei tagli in vendita, se la carne proviene da animali trattati con sostanze illecite. E’ importante, quindi, che tra il consumatore ed il fornitore si instauri un rapporto di fiducia costante. Una carne dal colore rosso vivo è sinonimo di buona qualità. Sono da escludere acquisti di carni poste al di fuori dei canali commerciali autorizzati.

Redazione Ministerosalute.it 

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Alimenti surgelati – La catena del freddo

La “catena del freddo” è il percorso che segue un alimento surgelato per arrivare integro sulla nostra tavola. Questo processo è regolato da norme specifiche: tutti i passaggi, dalla produzione, fino al banco di vendita seguono delle fasi programmate per mantenere bassa la temperatura dell’alimento surgelato (-18° C) e di conseguenza alta la sua qualità.

Il punto critico della “catena del freddo” è quello a carico del consumatore quando acquista, trasporta e utilizza un prodotto surgelato. Questa è l’unica fase non sottoposta ad alcun tipo di controllo. Per questo motivo elencheremo alcuni suggerimenti per mantenere il più intatto possibile questo tipo di prodotti:

  • I surgelati vanno acquistati per ultimi durante la spesa e, soprattutto nella stagione calda, o se il tragitto è lungo vanno riposti nelle apposite borse termiche che rallentano l’innalzamento della temperatura.
  • Osservare sempre il termometro del congelatore del banco frigo: per essere sicuri di acquistare un prodotto ben conservato la temperatura deve essere inferiore ai -18°C.
  • Controllare che le confezioni siano integre.
  • Controllare che non sia presente ghiaccio sulla confezione o all’interno: se è presente del ghiaccio significa che il prodotto può aver subito degli sbalzi di temperatura.
  • Nel caso in cui i banchi frigo siano aperti accertarsi sempre che il prodotto acquistato sia al di sotto della linea rossa di massimo carico disegnata all’interno del frigo stesso.
  • Sistemare subito, appena arrivati a casa, i prodotti nel freezer; se il prodotto risultasse in parte scongelato assicurarsi di consumarlo nel giro di un giorno conservandolo in frigorifero.

Per sapere quanto tempo un surgelato dura nel freezer domestico è sufficiente controllare le stelle che si trovano sulla porta del freezer:

****/*** Quattro o tre stelle:

temperatura interna uguale o inferiore a -18°C: il prodotto mantiene intatte le proprietà organolettiche fino alla data di scadenza riportata sulla confezione.

** Due stelle:

temperatura interna uguale o inferiore a -12°C: il prodotto va consumato entro un mese o nell’arco di tempo indicato dalla data di scadenza se è inferiore ad un mese.

* Una stella

temperatura interna uguale o inferiore a -6°C. Il prodotto deve essere consumato nel giro di una settimana. Se si dispone solo del reparto del ghiaccio il prodotto va cucinato entro tre giorni. Se conservato in frigorifero o a temperatura uguale o superiore a 0°C è necessario consumare il surgelato in giornata.

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Alimenti surgelati – Congelazione e Surgelazione

Oggi iniziamo ad affrontare l’argomento della surgelazione, molte persone sono ancora scettiche nell’utilizzo di prodotti surgelati. In particolare vedremo la differenza tra congelazione e surgelazione, nei prossimi giorni parleremo di tutti gli altri aspetti.

Le basse temperature sono state utilizzate per secoli per la conservazione degli alimenti, il freddo è l’unico conservante naturale di cui l’uomo dispone.

La nascita della surgelazione risale al 1928, quando Clarence Birdseye sviluppò un sistema industriale di congelazione a contatto che permetteva di ridurre sensibilmente i tempi di raffreddamento. Questa tecnologia ha avuto maggiori sviluppi nella seconda metà del secolo scorso: l’introduzione di congelatori continui ed in seguito dei congelatori criogenici.

Per quanto riguarda la conservazione alimentare si parla di refrigerazione nel caso in cui gli alimenti debbano essere conservati solo per qualche giorno o settimana ad una temperatura compresa tra 0°C e 10°C. La refrigerazione rallenta i processi di decomposizione ma non li blocca completamente, quindi gli alimenti possono essere conservati solo per tempi limitati.

La congelazione invece è un metodo di conservazione a temperature sotto zero e può essere di tipo domestico o industriale.

Con la congelazione:

  • si raggiungono in tempi lunghi temperature tra i -7°C e i -12°C (per il pesce -18°C) e si conservano a temperature comprese tra -10°C e -30°C;
  • l’acqua contenuta negli alimenti si trasforma in grossi cristalli di ghiaccio, con la conseguenza di creare danni alla struttura biologica degli alimenti e perdite, al momento della scongelazione, di valori nutritivi ed organolettici, in particolare con struttura meno resistente;
  • non permette di bloccare al 100%, se non a temperature bassissime, l’attività degli enzimi, con conseguente deterioramento nel tempo della qualità originaria del prodotto.

La surgelazione invece è una congelazione ultra rapida:

  • il prodotto raggiunge molto rapidamente la temperatura di -18°C;
  • la rapidità di raffreddamento determina la formazione di microcristalli che non danneggiano la struttura biologica dell’alimento;
  • il mantenimento della temperatura al di sotto di -18°C rallenta fortemente le reazioni chimiche ed enzimatiche e lo sviluppo microbico diventa pressochè nullo;
  • le valenze organolettiche e nutrizionali rimangono inalterate rispetto al prodotto originale.

Se la catena del freddo, nel lungo iter di vita del surgelato, è osservata scrupolosamente, la surgelazione è il miglior sistema di conservazione, in grado di offrire al consumatore un prodotto paragonabile al fresco.

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La carta d’identità delle uova

Penserete che sono una fissata delle uova, non è proprio così!

Quasi sempre andiamo a fare la spesa di corsa, compriamo le cose per abitudine, perchè sono i prodotti che abbiamo sempre usato, perchè ci piace la confezione e per mille altri motivi. Ma quante volte ci fermiamo a leggere l’etichetta? E soprattutto, quando la leggiamo siamo davvero in grado di capire cosa c’è scritto?

Oggi proviamo a capire cosa vuol dire l’etichetta della uova!

Etichetta
Etichetta

La vendita delle uova non viene più effettuata singolarmente ma le uova sono vendute in confezioni da 6, 12 o più unità. L’etichetta apposta sul contenitore ci deve informare su:

  • caratteristiche dell’uovo: categoria di qualità e classe
  • peso
  • la data entro la quale possono essere consumate
  • il modo di conservazione consigliato

Queste indicazioni sono obbligatorie. Sono invece facoltative altre informazioni come la data di imballaggio e di deposizione, il tipo di allevamento, il luogo di confezionamento.

Le tipologie di allevamento individuate dalla norma e quindi utilizzabili nell’etichettatura sono in funzione dello spazio disponibile per l’animale e delle caratteristiche delle superfici ad esso destinate. Dal 1° gennaio 2004, sugli imballaggi delle uova di categoria “A” deve essere riportata la dicitura relativa ad uno dei tre sistemi di allevamento previsti dalla norma e sui gusci dovrà essere stampigliato il relativo codice:

  • “Uova da allevamento all’aperto” (contraddistinto dal numero 1 prima dell’identificativo IT sul guscio),
  • “Uova da allevamento a terra” (con il numero 2 sul guscio) e
  • “Uova da allevamento in gabbie” (con il numero 3);
  • la “produzione biologica” viene indicata con lo 0.

Le tipologie 1, 2 e 3 devono rispondere a queste caratteristiche:

  • Sistema di allevamento all’aperto (tipologia 1): 1 gallina per 4 mq di terreno all’aperto con vegetazione.
  • Sistema di allevamento a terra (tipologia 2): 9 galline per mq di terreno al coperto in parte rivestito di paglia, sabbia, ecc.
  • Sistema di allevamento in gabbie (tipologia 3): da 16 a 18 galline per mq con posatoi che offrono almeno 15 cm per gallina.

Esistono tre categorie di qualità: A, B e C:

– La categoria A comprende le uova fresche, non lavate nè refrigerate o sottoposte a trattamenti di conservazione che presentino una camera d’aria inferiore ai 6 mm e che non siano trascorsi più di 28 giorni dall’imballaggio. Il dettagliante deve ritirarle dal commercio 7 giorni prima della scadenza. Fra le uova di categoria A, le “uova extra fresche”, devono avere una camera d’aria inferiore ai 4 mm e possono essere vendute con questa denominazione entro 7 giorni dall’imballaggio o 9 dalla deposizione.

– La categoria B indica uova, di seconda qualità o conservate. Sono refrigerate a temperatura inferiore a 5°C o in atmosfere gassose particolari e presentano una camera d’aria inferiore a 9 mm.

– La categoria C non si destina al consumo umano, sono uova declassate, e si possono usare come materia prima per l’elaborazione di altri prodotti alimentari.

Solamente per le uova di categoria A si individuano quattro categorie di peso:

  •  Classe XL – grandissime (da 73 g e più)
  •  Classe L – grandi (da 63 a 73 g)
  •  Classe M – medie (da 53 a 63 g)
  •  Classe S – piccole (meno di 53 g).

Buona spesa a tutti!

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