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Gli effetti dell’alcol sulla salute

Secondo il Global status report on alcohol and health 2014 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, pubblicato il 12 maggio 2014, l’uso di alcol nel 2012 ha causato nel mondo 3,3 milioni di morti, ossia il 5,9% di tutti i decessi (7,6% uomini e il 4,0% donne) e il 5,1% degli anni di vita persi a causa di malattia, disabilità o morte prematura (Disability Adjusted Life Years, DALYs) attribuibili all’alcol.

Cos’è e come agisce l’alcol

L’alcol è una sostanza tossica, potenzialmente cancerogena e con la capacità di indurre dipendenza. Al contrario di quanto si ritiene comunemente, l’alcol non è un nutriente e il suo consumo non è utile all’organismo o alle sue funzioni. Causa invece danni diretti alle cellule di molti organi, soprattutto fegato e sistema nervoso centrale, e in particolare alle cellule del cervello.

L’alcol è assorbito per il 2% dallo stomaco e per il restante 80% dalla prima parte dell’intestino. L’alcol assorbito passa quindi nel sangue e dal sangue al fegato, che ha il compito di distruggerlo tramite un enzima chiamato alcol-deidrogenasi. Soltanto quando il fegato ha assolto del tutto a questa funzione la concentrazione dell’alcol nel sangue risulta azzerata. Il processo di smaltimento richiede tuttavia un tempo legato alle condizioni fisiologiche individuali: in media, la velocità con cui il fegato rimuove l’alcol dal sangue  è infatti di circa mezzo bicchiere di bevanda alcolica all’ora.

Questo sistema di smaltimento dell’alcol non è uguale in tutte le persone: varia in funzione del sesso, dell’età, dell’etnia e di caratteristiche personali; non è completamente efficiente prima dei 21 anni ed è inefficiente sino ai 16 anni. Dopo i 65 anni si perde gradualmente la capacità di smaltire l’alcol e, nel sesso femminile, è sempre la metà, a tutte le età, rispetto alle capacità maschili; per questa ragione alcune persone sono più vulnerabili agli effetti dell’alcol.

I danni dell’alcol

Il consumo di bevande alcoliche è responsabile o aumenta il rischio dell’insorgenza di numerose patologie: cirrosi epatica, pancreatite, tumori maligni e benigni (per esempio quello del seno), epilessia, disfunzioni sessuali, demenza, ansia, depressione.

L’alcol è inoltre responsabile di molti danni indiretti (i cosiddetti danni alcol-correlati), dovuti a comportamenti associati a stati di intossicazione acuta, come nel caso dei comportamenti sessuali a rischio, degli infortuni sul lavoro e degli episodi di violenza.

Un capitolo a parte meritano gli incidenti stradali provocati dalla guida in stato d’ebbrezza che hanno un peso preponderante nella mortalità giovanile. Si stima che in Europa è attribuibile all’uso dannoso di alcol il 25% dei decessi tra i ragazzi di 15-29 e il 10% dei decessi tra le ragazze di pari età.

L’importanza di moderare il consumo di alcol

L’alcol è una sostanza psicotropa, tossica, cancerogena e induttrice di dipendenza.

La comunità scientifica internazionale ha ampiamente dimostrato che l’alcol accresce il rischio di sviluppare oltre 200 patologie. Pertanto non è possibile identificare dei livelli di consumo che non comportino alcun rischio per la salute di chi beve alcolici. Pur partendo dal concetto, ormai condiviso da tutta la comunità scientifica, si riassume con lo slogan Less is better (Meno è meglio), si rende comunque necessario definire alcuni parametri che permettano una valutazione del rischio connesso all’assunzione di bevande alcoliche.

Quindi, per valutare correttamente il rischio connesso all’assunzione di bevande alcoliche, è necessario tener conto di parametri come le quantità assunte, la frequenza del consumo, la concomitanza con i pasti, la capacità di smaltire l’alcol in relazione al sesso e all’età, la tollerabilità dell’alcol in relazione alle condizioni di salute, all’assunzione di farmaci e ad altre situazioni oltre al contesto in cui avviene il consumo.

Un consumo di alcol al di fuori dei parametri appropriati può creare danni acuti, conseguenti a uno stato di intossicazione etilica o di ubriachezza occasionale, oppure cronici, conseguenti ad un uso persistente e frequente di quantità non moderate di alcol, producendo comunque gravi conseguenze sul piano sanitario e sociale.

E’ da rilevare che i livelli considerati a rischio si sono progressivamente abbassati nel corso degli anni e hanno sollecitato l’abbassamento delle quantità caratterizzate da un minor rischio come espresse dai nuovi LARN e dalla revisione decennale delle Linee Guida per una sana alimentazione degli italiani (in corso di redazione a cura della Commissione del CRA-NUT ex-Inran) che sollecitano cautela nel non superare mai quantità veramente moderate di alcol che la comunità scientifica ha indicato in media corrispondenti in 10 grammi di alcol puro al giorno con dovute e validate differenziazioni di genere e di età.

fonte www.salute.gov.it
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Probiotici e Prebiotici

Probiotici e prebiotici, quali sono le differenze e in quali alimenti possiamo trovarli? Molti di voi avranno sentito parlare dei probiotici in qualità di fermenti lattici vivi contenuti nello yogurt e in grado di garantire il benessere dell’intestino. Si tratta uno degli slogan più comuni di numerosi spot pubblicitari. In effetti, è vero che i probiotici promuovono una digestione migliore.

Ciò di cui non si parla a sufficienza, riguarda il fatto che, come tutti gli organismi viventi, i probiotici hanno bisogno di nutrimento. Questo ruolo viene svolto dai prebiotici. Proviamo dunque ad esplorare il mondo dei probiotici e dei prebiotici, per comprendere come questi due elementi si trovino in relazione.

Probiotici e Prebiotici: quali sono le differenze?

Probiotici

I probiotici sono organismi vivi che somministrati in quantità adeguata apportano diversi benefici per la salute. Probiotici è il termine con cui la maggior parte delle persone ha più familiarità. Conosceranno meglio i probiotici coloro che preparano in casa lo yogurt, il kefir o il kombucha. Quando assumiamo i probiotici e gli alimenti che li contengono, il nostro intestino viene colonizzato da batteri benefici. Molte persone consumano probiotici poiché malattie, agenti inquinanti, cibo industriale e stress possono causare uno squilibrio della flora intestinale.

I benefici dei Probiotici

Oltre a promuovere il benessere intestinale, i probiotici supportano la digestione ed offrono numerosi benefici per la salute a lungo termine, anche per quanto riguarda i bambini e il loro sviluppo. Spesso i probiotici vengono raccomandati in caso di infiammazioni dell’intestino. Anche la salute del cavo orale e del tratto digestivo superiore può beneficiare dell’assunzione dei probiotici. Di solito i probiotici vengono consigliati durante o dopo una terapia a base di antibiotici per riequilibrare l’intestino, dato che questi medicinali non distinguono tra batteri buoni e nocivi nella loro azione distruttiva. Secondo alcuni studi, i probiotici possono contribuire a ridurre i tempi del transito intestinale ed a garantire una maggiore regolarità.

Fonti di Probiotici

Tra i probiotici più conosciuti troviamo i lactobacilli e i bifido-batteri. I probiotici sono presenti in alimenti fermentati come lo yogurt, il kefir, i crauti, il miso, il tempeh, il kombucha, i formaggi fermentati e il latticello, ma anche lapasta madre. I probiotici, inoltre, sono presenti in specifici integratorifarmaceutici e erboristici, meglio noti come “fermenti lattici”.

Prebiotici

I prebiotici, a differenza dei probiotici, non sono organismi vivi. I prebiotici rappresentano infatti il nutrimento dei probiotici e ne stimolano l’attività nel tratto gastro-intestinale. I probiotici, per rafforzarsi, hanno bisogno dei prebiotici che sono contenuti, ad esempio, nei cibi ricchi di fibre. I prebiotici aiutano le colonie di probiotici presenti nell’organismo a sopravvivere e contribuiscono al mantenimento del benessere generale dell’organismo.

I benefici dei Prebiotici

Tra i benefici associati ai prebiotici troviamo il supporto al metabolismo, il miglioramento dell’assorbimento dei sali minerali e dell’utilizzo delle vitamine e la promozione dell’attività del sistema immunitario. I prebiotici, inoltre, potrebbero risultare utili per incoraggiare il mantenimento dei normali livelli di zuccheri nel sangue. I prebiotici, in ogni caso, agirebbero in maniera diversa da un individuo all’altro e in base alla salute intestinale di ciascuno. In caso disindrome del colon irritabile, ad esempio, l’assunzione degli alimenti più adatti – che possano contenere prebiotici o probiotici – dovrebbe essere sempre valutata e indicata dal medico, sulla base dei sintomi e delle condizioni del singolo paziente. L’obiettivo, in questo caso, è agire per riportare l’intestino in una condizione di armonia.

Fonti di Prebiotici

I prebiotici derivano soprattutto dalle fibre vegetali, come l’inulina. Alcuni yogurt pubblicizzati come probiotici potrebbero contenere l’inulina in qualità di prebiotico e fermenti vivi attivi (probiotici). Tra le fonti di prebiotici troviamo alimenti vegetali ricchi di fibre come asparagi, legumi, avena, aglio, tarassaco e frutta secca, con particolare riferimento alle noci.

 

fonte www.greenme.it
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Impariamo le vitamine… Vitamina E

La vitamina E o Tocoferolo è una vitamina liposolubile, cioè solubile in grassi e oli. La vitamina E è formata da un gruppo di composti chiamati tocoferoli e tocotrienoli.

Il nome tocoferolo deriva dal greco tocos, che significa nascita e pherein che significa portare avanti. Questo nome le è stato attribuito per evidenziare il suo ruolo essenziale nella riproduzione.

Il ruolo primario della vitamina E è quello di proteggere i tessuti dell’organismo dalle reazioni dannose (periossidazione)  e dai radicali liberi.

La vitamina E:

  • protegge le membrane cellulari impedendo la perossidazione dei fosfolipidi di membrana
  • protegge la vitamina A dall’ossidazione
  • previene le patologie cardiovascolari
  • protegge le lipoproteine dall’ossidazione.

 

La vitamina E contribuisce a proteggere nei confronti dei danni causati dal fumo e dall’inquinamento.

Gli oli vegetali (arachidi, soia, mais, palma,  girasole ecc.) e il germe di grano rappresentano le principali fonti  di vitamina E.

Il tocoferolo è presente anche nelle noci, nei semi, nei cereali a grano intero e nelle verdure a foglia verde.

Spesso la vitamina E viene associata ad integratori di acidi grassi polinsaturi ( tra cui gli Ω3 e gli Ω 6), in quanto, un eccesso di questi ultimi ne favorisce l’ossidazione e aumenta la proliferazione dei radicali liberi.

DOSAGGIO: Il fabbisogno giornaliero di vitamina E per gli adulti è di 8-10 mg/die.

 

dal sito www.my-personaltrainer.it

 

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Alimenti proteici

Le proteine sono fondamentali per il corpo, in quanto possono essere considerate il “carburante” che da energia al nostro organismo e viene bruciato dai nostri muscoli per funzionare. Dobbiamo ricordarci che in media per una donna la quantità di proteine da assumere in una giornata è pari a 44 grammi, per un uomo a 56 grammi. Con queste quantità ideali il nostro organismo può funzionare in maniera adeguata. In ogni caso specialmente chi pratica un lavoro o uno sport impegnativi, come il sollevamento pesi, avrebbe bisogno di assumere più proteine, che in genere provengono dai cibi che fanno parte della nostra dieta. Ma quali sono gli alimenti principali fonti di proteine? Vediamone 10 in particolare.

1. Uova: una fonte completa

Le uova possono essere considerate una fonte completa di proteine, in quanto in esse si trovano anche aminoacidi essenziali e vitamina E, fondamentali per un’alimentazione sana. Da ricordare che un uovo intero contiene circa 6 – 7 grammi di proteine.

2. Prodotti caseari: proteine per i vegetariani

I vegetariani possono trarre le proteine di cui hanno bisogno dai prodotti caseari, dal latte e dai derivati. Ricordiamoci che in un litro di latte sono contenuti 30 grammi di proteine, in 100 grammi di parmigiano ce ne sono 41,6 grammi, in 100 grammi di formaggio svizzero, formaggio romano e mozzarella 28 – 30 grammi.

3. Carni bovine: un pieno di proteine dai tagli magri

Altra fonte importante di proteine è costituita dalle carni bovine. Sono da preferire soprattutto i tagli magri, per un maggior apporto proteico. In genere con 100 grammi di carne si ricavano 36 grammi di proteine.

4. Carne di pollo: proteine con meno grassi

La carne di pollo è anch’essa una principale fonte di proteine. Queste ultime derivate dal pollo o dal tacchino vengono considerate anche migliori rispetto a quelle che l’organismo ricava dalle carni bovine, in quanto la carne di pollo è meno ricca di grassi. Un petto di pollo potrebbe soddisfare metà del nostro fabbisogno giornaliero di proteine.

5. Carne di maiale: attenzione alla pancetta

Anche per la carne di maiale varrebbe la regola di preferire i tagli magri. E’ meglio evitare di consumare la pancetta, visto che contiene più grassi che proteine.

6. Pesce: proteine e acidi grassi

Il pesce è una fonte eccellente di proteine e può essere considerato un alimento base per unadieta corretta, in quanto contiene anche elevate quantità di acidi grassi, fondamentali per il nostro benessere generale. La varietà di tonno “pinne gialle” è la fonte più ricca di proteine: 30 grammi ogni 100 grammi. Il salmone (100 grammi) fornisce 27 grammi di proteine, una scatoletta di tonno 40 grammi, lo sgombro (100 grammi) 23 grammi.

7. Uova di pesce: proteine ad alto costo

Il caviale e le uova di pesce in generale costituiscono un’abbondante fonte proteica: 28,6 grammi di proteine ogni 100 grammi. Si tratta comunque di cibi piuttosto costosi.

8. Frutta secca, lenticchie e fagioli: proteine a basso costo

La frutta secca, le lenticchie e i fagioli rappresentano una non indifferente fonte di proteine. Fra la frutta secca, le arachidi ne abbonano (23,7 grammi di proteine ogni 100 grammi). I fagioli contengono una maggiore quantità di proteine quando sono maturi. I legumi rappresentano una fonte proteica a basso costo. Da tenere in considerazione sono anche i germogli di soia (28 grammi per tazza). In 100 grammi di tofu sono contenuti 15,78 grammi di proteine, molto importanti soprattutto per gli anziani.

9. Zucca, semi di zucca e semi di anguria

La zucca è ricca di proteine, come lo sono anche i semi di zucca (33 grammi ogni 100 grammi) e i semi di anguria, che sono utilizzati nell’alimentazione soprattutto in medio oriente e nell’Asia orientale.

10. Siero di latte: proteine naturali di qualità

Il siero estratto dal latte non è da trascurare come fonte proteica. Le proteine in esso contenute sono di qualità, in quanto il siero è costituito da due componenti proteiche: proteine e peptidi. Il siero, ricco anche di aminoacidi, contiene da 20 a 25 grammi di proteine per ogni misurino. Si tratta di proteine naturali, grazie alle quali si può anche evitare il ricorso agli integratori alimentari di proteine, che presentano benefici, ma anche svantaggi.

 

 

dal sito www.tantasalute.it

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Impariamo le vitamine… Vitamina C

Che cos’è

La vitamina C o acido ascorbico è una vitamina idrosolubile alla quale sono riconosciute numerose funzioni:

  • facilita l’assorbimento del ferro;
  • contribuisce alla produzione dei globuli rossi;
  • è necessaria all’organismo per sintetizzare il collagene, sostanza in grado di rinforzare ossa, cartilagini,muscoli e vasi sanguigni;
  • ha un’importante azione antiossidante;
  • si ritiene, inoltre, che rafforzi le difese immunitarie.
Fonti alimentari

La vitamina C è largamente presente negli ortaggi e nella frutta: tra le fonti principali vi sono gli agrumi, i kiwi, le fragole, il ribes nero, le verdure a foglia scura (broccoli, crescione, spinaci, cavolo), i pomodori e le patate.

Per mantenere attive le proprietà della vitamina C contenuta nei cibi occorre evitare una cottura prolungata ed è preferibile consumare frutta e verdura fresche, che vanno tenute al riparo da luce e calore, ma non congelate.

Attività

Grazie alla sua azione positiva sulla sintesi di collagene è in grado di irrobustire i vasi sanguigni, aiuta la guarigione delle ferite e delle fratture ossee e mantiene sani i denti e le gengive.

Oltre a prevenire lo scorbuto, la vitamina C è un importante antiossidante di per sé, ed è anche in grado di aumentare l’efficacia dell’azione antiossidante della vitamina E.

Entra nei meccanismi che portano alla sintesi di ormoni (tra i quali l’adrenalina), e incrementa l’utilizzo dell’acido folico.

Altre funzioni rilevanti sono legate all’assorbimento del ferro e alla produzione di globuli rossi: è utile quindi nel trattamento dell’anemia.

Carenza

Fin dall’antichità una grave carenza di vitamina C è stata associata allo scorbuto, malattia caratterizzata da fragilità ed emorragia capillare, problemi alla pelle, perdita dei denti da ricondurre alla carenza di collagene.

Anche se lo scorbuto è oggi quasi completamente scomparso nei Paesi industrializzati, una carenza di vitamina C può manifestarsi comunque con difficoltà digestive, epistassi (sangue dal naso), anemia e lenta cicatrizzazione delle ferite.

Sovradosaggio

La vitamina C è una vitamina idrosolubile e non sembra avere effetti tossici anche a dosi di molto superiori a quelle consigliate.

Dosi molto elevate possono causare disturbi gastrointestinali e possono favorire la formazione di calcoli renali.

Dosi consigliate

Il fabbisogno giornaliero di vitamina C raccomandato agli adulti di entrambi i sessi è pari a 60 mg; i fumatori dovrebbero raddoppiare la dose, e le donne che allattano dovrebbero aumentarla di 30 mg.

Per i neonati la quantità di vitamina C è stata fissata nella metà di quella stabilita per gli adulti (30 mg), aumentando progressivamente con l’aumentare del peso corporeo.

Precauzioni

Alte dosi di vitamina C non sono raccomandate in pazienti con insufficienza renale. Si consiglia cautela durante l’assunzione di vitamina C e farmaci che possono danneggiare i reni a causa di un aumentato rischio.

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Impariamo le vitamine… Vitamina B

Le vitamine del gruppo B sono un gruppo di vitamine essenziali a un corretto regime alimentare e le loro proprietà sono molto utili per evitare problemi di salute. Le vitamine B sono fondamentali, tra altre cose, per il normale funzionamento del fegato e del sistema nervoso, ma innanzitutto sono importanti per la trasformazione dei carboidrati in glucosio e per il metabolismo dei lipidi e delle proteine. Scopriamo insieme le proprietà questo gruppo di vitamine: in particolare in questo articolo “facciamo conoscenza”  delle vitamine dalla B1 alla B7 partendo dai sintomi che una loro eventuale carenza può provocare nel nostro corpo.

Non hai appetito e sei sempre stanco? Ti serve la vitamina B1

Se ti senti spesso stanco, soffri di dolori muscolari, hai poco appetito, respiri con difficoltà o hai poco appetito, probabilmente ti serve la vitamina B1. Si trova in lievito di birra, olio di germe di grano, polline e pappa reale, soia, cereali integrali, alga spirulina, nocciole, mandorle, noci, legumi di girasole, melassa.

Come assumerla: mangia ogni giorno 5 nocciole; la mattina bevi un cucchiaino di olio di germe di grano e fai colazione con i cornflakes. Ricorda che la vitamina B1 viene annientata dall’alcol, dal fumo e dal consumo di dolci e di zucchero. Anche il calore della cottura e la contemporanea assunzione di frutti di mare e pece crudo annullano i benefici della vitamina B1.

Ti infastidiscono bruciori e prurito? Ti serve la vitamina B2

Se si presentano spesso afte, stomatiti e lesioni alle labbra e del cavo orale, se soffri di bruciori e infiammazioni o se ti dà particolarmente fastidio la luce del sole e hai come la sensazione di avere la sabbia negli occhi, fai scorta di vitamina B2. Si trova nel lievito di birra, nel tuorlo d’uovo, nell’olio di germe di grano e nei semi oleosi, nei cavoli, nei piselli e nello yogurt.

Come assumerla: mangia ogni giorno un’insalata di cavoli tagliati a listarelle condita con un cucchiaino di olio di germe di grano e aceto di mele. Ricorda che se esponi ai raggi solari i cibi contenenti vitamina B2, se ne riduce la concentrazione.

L’intestino è irregolare e digerisci a fatica? Ti serve la vitamina B3

Se digerisci male, soffri di nausea, hai l’alito pesante, hai l’intestino irregolare o ti senti debole e la tua pelle è secca e macchiata da chiazze rosse, devi assumere la vitamina B3. Si trova nel lievito di birra, nel fegato, nelle frattaglie, nel pesce e nel rabarbaro.

Come assumerla: prendi una capsula di lievito di birra al dì o aggiungi un pezzetto di rabarbaro alla frutta cotta. Chi soffre di ulcera e gastrite non deve assumere troppavitamina B3; la somministrazione va interrotta se la pelle si secca e si manifestano prurito e vampate.

Le difese immunitarie si sono abbassate? Ti serve la vitamina B4

Se ti ammali più spesso del solito, gli esami del sangue hanno rivelato un abbassamento dei globuli bianchi o soffri di nevriti o polinevriti, può essere un problema di carenza di vitamina B4. Si trova nel lievito di birra, nel riso e nell’estratto di barbabietola, nelle patate, nei pomodori e nel latte intero.

Come assumerla: ti basta un bicchiere di latte (anche vegetale) al giorno o un sugo preparato con 3 pomodori, olio d’oliva e basilico per assumere la vitamina B4. Attenzione però a non sottoporre a lunghe cotture i cibi che la contengono.

Soffri di malumore, stress e cefalea? Ti serve la vitamina B5

Se ti ammali più facilmente, soffri di allergie e di stress, il tuo umore è vagamente depresso, hai attacchi di cefalea più intensi e frequenti del solito o ti sono aumentate le carie e noti che si sono moltiplicati i capelli bianchi, serve un integratore di vitamina B5. Si trova principalmente nella pappa reale, nel polline, nel lievito di birra, nel grano saraceno e nel tuorlo d’uovo.

Come assumerla: prendi ogni mattina una punta di cucchiaino di pappa reale o un cucchiaino di polline (verifica sempre di non essere allergico a questi prodotti). O mangia 3-4 uova alla coque alla settimana per assumere la vitamina B5.

L’acne è peggiorata e hai il colesterolo alto? Ti serve la vitamina B6

Se hai notato un peggioramento dell’acne e degli eczemi, stai perdendo più capelli, gli esami del sangue segnalano un aumento del colesterolo o se durante la giornata urini più spesso e in maniera più abbondante, ci vuole più vitamina B6. Si trova in riso, tonno, olio di semi di girasole, crusca e in tutte le farine integrali biologiche, nei vegetali a foglia verde, nei piselli, nelle prugne e nelle banane.

Come assumerla: mangia una banana al giorno o aggiungi una manciata di piselli alle tue minestre. Attenzione però a non eccedere coi dosaggi di vitamina B6 in chi soffre di ulcera, gastrite e morbo di Parkinson: riduce gli effetti dei farmaci usati per questa patologie.

Fegato e pressione ko?: ti serve la vitamina B7

Se soffri di ipertensione, hai qualche disfunzione renale o la tua dieta ricca di grassi e lo stress hanno provocato un ingrossamento del fegato e statosi (sindrome del fegato grasso), ti può aiutare la vitamina B7. Si trova nel germe di grano, nel lievito di birra, nella melassa, nelle frattaglie e nei cavoli in generale.

Come assumerla: aggiungi a contorni e a insalate un cucchiaio di germe di grano in polvere per assumere la vitamina B7. Ma attenzione a non superare i dosaggi per non incorrere in problemi digestivi, sbalzi umorali, aumento della sudorazione e anoressia.

 

dal sito www.riza.it

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Impariamo le vitamine… Vitamina A

La Vitamina A o retinolo deriva da un precursore il beta carotene, una provitamina che viene trasformata nell’organismo.

Il retinolo proviene da fonti animali mentre i carotenoidi sono provitamine ricavate da fonti vegetali. Non a caso sono proprio i carotenoidi a conferire ad alcuni tipi di frutta e verdura il tipico colore giallo-arancio.

Esistono più i 600 tipi di carotenoidi, il più diffuso e conosciuto è il beta carotene. All’interno del nostro organismo uno specifico enzima intestinale è in grado di trasformare una molecola di beta carotene in due molecole di vitamina A .

La Vitamina A è una vitamina liposolubile che viene depositata nel nostro organismo a livello epatico; le sue riserve sono tali da garantire il buon funzionamento del corpo per un periodo di uno o due anni (in un organismo sano e ben nutrito).

La vitamina A:

  • è essenziale per le cellule epiteliali, per la crescita delle ossa e dei denti
  • per la normale maturazione sessuale nell’adolescente  e la fertilità nell’adulto
  • aumenta la resistenza alle infezioni rinforzando il sistema immunitario
  • assicura un buon funzionamento della vista e permette la visione crepuscolare
  • protegge la pelle dai danni causati dall’esposizione al sole ed ha un potente effetto antiossidante (combatte i radicali liberi, contrasta gli effetti dannosi provocati dall’inquinamento e dal fumo; previene il cancro alla prostata);

cibi ricchi di beta-carotene sono carote, verdure gialle e a foglia verde scuro (spinaci, broccoli), zucca, albicocche, patate dolci e meloni. La vitamina A o retinolo è reperibile nel fegato, nel tuorlo d’uovo, nel pesce, nel latte intero, nel burro e nel formaggio.

DOSAGGIO: Un’assunzione eccessiva di vitamina è dannosa  soprattutto se di origine animale, mentre se assunta sotto forma di beta carotene (di origine vegetale) i suoi effetti da iperdosaggio sono minimi. Si consiglia l’assunzione di almeno 1.000 UI (unità internazionali) al giorno per l’individuo sedentario, mentre per uno sportivo, durante la gestazione e l’allattamento è opportuno aumentare queste dosi. Tuttavia in Italia, considerando la qualità  dell’alimentazione seppur con le sue variabilità territoriali, il fabbisogno giornaliero di vitamina A viene sempre garantito e non si registrano attualmente casi di carenza di vitamina A.

Dal sito: www.my-personaltrainer.it

 
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Gli acidi grassi trans

Gli acidi grassi trans che si formano durante l’idrogenazionequando gli oli  vegetali da liquidi diventano solidi , sarebbero responsabili, negli Stati Uniti, di non meno di 20.000 infarti e 7.000 morti ogni anno. Per questo la Food and Drug Administration potrebbe presto decidere di limitarne l’impiego, oppure di bandirli del tutto. Sembra questo l’esito più probabile della discussione avviata in rete. Il dibattito durerà 60 giorni e ha preso le mosse dalla dichiarazione ufficiale sulla pericolosità di queste sostanze, non più considerate ufficialmente sicure (GRAS, da Generally Recognized as Safe).

Per conoscere la storia degli acidi grassi, bisogna  tornare agli anni ’50 quando si scopre durante la trasformazione dei grassi vegetali liquidi  in solidi, si formano composti in grado di migliorare sapore e aspetto degli alimenti industriali, e allungare la vita del prodotto sullo scaffale. Nel tempo, però, aumentano le prove scientifiche a carico di una loro diretta responsabilità nell’accumulo di grasso nei vasi e nelle patologie cardiovascolari, e iniziano a comparire i primi dubbi sull’utilizzo.

Nel 2006 la stessa FDA decide di introdurre l’obbligo di indicazione in etichetta della loro presenza, un provvedimento che causa un drastico calo dell’impiego: secondo la Grocery Manufacturers Association, la quantità presente nei cibi pronti è diminuita del 75% dal 2005 a oggi, e secondo la FDA l’assunzione media quotidiana è crollata dai 4,6 grammi del 2003 fino a 1 grammo del 2012.

Negli stessi anni alcuni paesi come la Danimarca, l’Islanda e la Svizzera decidono di limitarne molto l’utilizzo, e la città di New di New York di vietarli nei ristoranti. Ma gli acidi grassi trans, negli Stati Uniti, rientrano nell’elenco dei GRAS , ovvero in una lista che comprende oltre 10.000 additivi il cui uso è ammesso nell’industria alimentare (erano 2.000  negli anni 50), anche se la tossicologia di una grossa fetta di queste sostanze non è mai stata studiata scientificamente nell’uomo. La presenza nella lista degli acidi grassi trans assicura loro una sorta di lasciapassare, per cui continuano a essere usati negli alimenti più disparati, anche se in misura minore rispetto agli anni precedenti. La storia è proseguita fino a quando  non è stato più possibile ignorare  i sospetti e le accuse sulla pericolosità di queste sostanze.

Il Center for the Science in the Public Interest, che ha dedicato un lungo articolo alla nuova posizione della FDA, già nel 1994 aveva chiesto all’agenzia di revocare la presenza dei trans nella lista  dei GRAS, oltre ad aver  indetto azioni legali contro diverse catene di fast food e aziende alimentari che ne facevano un uso massiccio. «Eliminare gli acidi grassi trans – troviamo scritto – è una delle azioni più importanti che la FDA possa fare per tutelare la salute dei cittadini e prevenire migliaia di decessi l’anno».

Le più importanti catene di fast food hanno già da tempo tolto i grassi trans dalla lista dei loro ingredienti

In realtà la diminuzione della quantità negli alimenti industriali è già nei fatti, poiché l’opinione pubblica ha mostrato di non gradirne la presenza. Non caso McDonald’s e altre catene di fast food li hanno già eliminati dalle loro ricette. Tuttavia un bando o una restrizione severa sarebbero sicuramente più efficaci. Ci sono diversi problemi tecnici da superare e costi da affrontare per riformulare innumerevoli alimenti, tra i quali intere categorie di cibi amatissimi dagli americani. La stessa FDA ha indicato le sette classi che potrebbero uscire profondamente trasformate da un eventuale bando:

1. Ciambelle: senza gli acidi grassi trans potrebbero diventare più unte. Anche molti dessert e dolci come i biscotti, le torte devono la loro consistenza relativamente leggera agli acidi grassi trans. Per ottenere lo stesso effetto potrebbe essere necessario aumentare la quantità di altri grassi.

2. Crackers: i trans potrebbero essere rimpiazzati da olio di canola o soia.

3. Tutti i pop corn venduti  nei bar e nei pubblici esercizi e quelli da cuocere nel forno a microonde contengono acidi grassi trans, e per assicurare lo stesso aroma e sapore potrebbe essere necessario aggiungere  più burro.

4. Tutte le pizze surgelate americane contengono acidi grassi trans che potrebbero essere sostituiti da altri grassi vegetali; potrebbe essere necessario introdurre anche altri additivi.

5. Tutta la panna industriale li contiene, e  potrebbero essere sostituiti da olio di soia e altri oli vegetali.

6. Prodotti da forno come biscotti e dolci in futuro potrebbero contenere olio di canola, che in questo tipo di alimenti è stabile e assicura un effetto relativamente simile a quello degli acidi grassi trans.

7. Alimenti in scatola: potrebbero essere rimpiazzati da lardo o altri oli vegetali.

Dal sito: www.ilfattoalimentare.it

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Il cromo

Questo oligoelemento che aiuta il metabolismo è un alleato per smaltire i chili in più: ecco la dieta che ne riequilibra le riserve e regala nuovo sprint

Come agisce

Il cromo è importante per tutti coloro che fanno attenzione al peso e vogliono perderne, perché svolge il ruolo più importante nel metabolismo degli zuccheri (o glucidi). Il cromo ha un effetto particolare nei confronti dell’insulina, l’ormone responsabile della penetrazione dello zucchero nelle cellule del corpo umano: la attiva e favorisce l’assimilazione degli zuccheri ed il metabolismo dei grassi, ma soprattutto combatte l’eccesso di peso! Intervenendo sul metabolismo dei grassi, il cromo è in grado di ridurre il tasso di colesterolo nel sangue e di prevenire i problemi cardiovascolari.

Quando è utile

Sono tante le situazioni che possono far pensare ad una carenza di cromo. Fra le più comuni troviamo:

– grande stanchezza durante il giorno
– piccoli e grandi disturbi nervosi e psichici,
– perdita o un accumulo di peso improvvisi,
– stress prolungato, infezioni acute,
– traumi fisici
– disturbi nel metabolismo degli zuccheri che conducono a squilibri importanti.

Se non è immediato valutare in modo certo un’eventuale carenza di cromo, è semplice porvi rimedio o prevenirla in modo semplice ed efficace. Basta ricorrere a certi alimenti che ne sono ricchi.

Dove trovare il cromo nel menu quotidiano

Il lievito di birra ne è ricco, ma anche i cereali integrali permettono una buona assimilazione del cromo che contengono. Chi deve riportare i valori di cromo ad un livello accettabile, deve consumare questi cibi:

lievito di birra, cereali biologici integrali, germogli che derivano dai cereali, asparagi, broccoli, frutti di mare, tuorlo dell’uovo,  germe di grano, funghi, barbabietola, cipolla, mais, birra, fegato di manzo, rognoni, nocciole, prugne, patate, formaggi, timo, pepe nero (senza eccedere nelle quantità)

Se ci alimentiamo così il nostro corpo riuscirà a regolarizzare l’assimilazione dei glucidi, a ridurre il bisogno di consumare zuccheri e a placare la fame.

Dal sito www.riza.it

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I dolcificanti

Affidarsi alle bevande light nella speranza di perdere peso ed evitare le principali malattie legate all’obesità potrebbe non essere una buona idea. Negli anni scorsi, infatti, un numero crescente di studi ha segnalato che la semplice sostituzione del saccarosio con i dolcificanti – naturali o artificiali – non ottiene i risultati auspicati e, anzi, rischia persino di fare peggio. Per questo, avverte Susan Swithers, psicologa dei comportamenti alimentari alla Purdue University di West Lafayette (Stati Uniti): «Suggerire alle persone di assumere bibite light, nell’ottica di contrastare l’epidemia di obesità in corso potrebbe avere effetti deleteri. Bisognerebbe invece dare il consiglio, più generale, di limitare tutti gli alimenti dolci».

Swithers è l’autrice di un’ampia rassegna degli studi su questo argomento, pubblicata sull’ultimo numero della rivista specializzata Trends in Endocrinology & Metabolism. Sebbene i risultati delle indagini non siano sempre netti, il loro insieme indica che chi assume abitualmente bibite dolcificate con aspartame, acesulfame, ciclamato e saccarina non è più magro di chi consuma con la stessa regolarità prodotti similari, ma contenenti saccarosio. E che nei due gruppi è analogo anche il rischio di sviluppare la sindrome metabolica, il diabete di tipo 2 e le malattie cardiovascolari: un rischio che è più alto nei forti consumatori bevande dolci rispetto a chi le beve solo occasionalmente.

Le bibite light fanno aumentare le probabilità di accumulare chili di troppo anche nelle persone normopeso

Ma c’è di peggio, perchè, si legge nell’articolo, «gli studi che hanno analizzato persone che non erano in sovrappeso mostrano che le bibite light facevano aumentare le probabilità di accumulare chili di troppo». L’apparente paradosso ha un’origine fisiologica, che è stata chiarita da esperimenti condotti su animali e su volontari umani. Analizzando le risposte ormonali all’assunzione di dolcificanti e di saccarosio, diversi gruppi di ricerca hanno infatti scoperto che i primi, a differenza del secondo, non scatenano la produzione di insulina, grelina e altre sostanze cruciali nel metabolismo degli zuccheri e importanti per determinare le sensazioni di appetito e sazietà. Studi di imaging cerebrale hanno anche verificato che l’attivazione dei centri del piacere e di altre aree del cervello, che si verifica dopo l’assunzione del normale zucchero comune, non si osserva se questo è sostituito con i dolcificanti, oppure presenta importanti differenze. Il sospetto è che con un consumo continuativo dei sostituti del saccarosio il cervello perda l’abitudine di associare il gusto dolce all’ingresso nell’organismo di calorie, e che i dolcificanti determinino quindi un senso inappagato di fame, che spinge a mangiare di più.

dal sito Il Fatto Alimentare del 12 luglio 2013
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Ortaggi Bianci da Rivalutare

Hanno tanti nutrienti “invisibili”
Sono prodotti ricchi di fibre, potassio, magnesio e polifenoli importanti per il nostro benessere.

Cavolfiori bianchicci, finocchi esangui, candide cipolle e pallide patate: a giudicare questi ortaggi dall’aspetto, si potrebbe pensare che siano privi di qualsiasi valore nutritivo. Sbagliatissimo: anche le verdure bianche hanno importanti qualità e devono fare parte dell’alimentazione quotidiana, come spiega un supplemento pubblicato dalla rivista Advances in Nutritiondall’inequivocabile titolo “I vegetali bianchi, una fonte dimenticata di nutrienti”, nel quale ben nove studi tratteggiano i benefici delle verdure prive di colore.

NUTRIENTI – Connie Weaver, nutrizionista della Purdue University e responsabile del supplemento, spiega: «Le linee guida statunitensi incoraggiano il consumo di frutta e verdura sottolineando la necessità di includere ogni giorno almeno una porzione di vegetali verdi e una di quelli arancioni. Non ci sono indicazioni simili per gli ortaggi bianchi come patate, cavolfiori, cipolle, rape, finocchi, aglio. Eppure si tratta di prodotti ricchi di fibre, potassio, magnesio e polifenoli importanti per il nostro benessere». Il problema è che nella scelta del cibo intervengono moltissimi fattori: la consistenza dell’alimento, il gusto, l’odore e anche, ovviamente, l’aspetto. «I colori dei cibi possono farci travisare il reale contenuto in nutrienti, portandoci a credere che un vegetale bianco sia privo di qualunque valore – sottolinea Stephen Barnes, farmacologo dell’Università di Birmingham in Alabama -. Responsabili del colore dei vegetali sono i loro componenti fitochimici: i carotenoidi rendono ortaggi e frutta gialli, arancioni e rossi; le clorofille sono tipiche dei vegetali verdi; le antocianine di quelli blu-viola. I polifenoli, di cui anche le antocianine fanno parte, sono un ottimo esempio per capire quanto possa essere fuorviante basarsi per la scelta solo sul colore: si tratta infatti di sostanze utilissime per la salute con potenti capacità antiossidanti ma, a parte alcuni polifenoli come appunto le antocianine, sono per lo più invisibili all’occhio umano, che può percepire solo uno spettro limitato di lunghezze d’onda luminose (da 390 a 765 nanometri, ndr). Non possiamo vedere la vitamina C, ad esempio, e quindi non possiamo valutarne la quantità in un cibo solo guardandolo».

PATATE – Secondo i ricercatori occorre perciò includere nella dieta anche una porzione di verdure bianche, con particolare attenzione alle patate: nelle loro infinite modalità di preparazione, infatti, possono servire per avvicinare alle verdure anche i più restii (primi fra tutti, i bambini e i giovani) e provare a raggiungere i livelli raccomandati di consumo di vegetali e fibre, tuttora una chimera per larga parte della popolazione. Non a caso, spiegano i ricercatori, chi consuma patate mangia anche una maggior quantità delle altre verdure. «Non bisognerebbe preoccuparsi eccessivamente degli effetti di questi particolari ortaggi sulla glicemia – aggiunge Harvey Andreson, nutrizionista dell’Università di Toronto, in Canada -. Le patate, così come le banane, sono state demonizzate perchè hanno un indice glicemico più alto di altri vegetali e avrebbero perciò un’azione negativa sul metabolismo dell’insulina. In realtà, sappiamo che gli effetti sulla glicemia dipendono molto da come vengono cucinate, da che cosa le accompagna durante il pasto e soprattutto da quante ne mangiamo. Le patate sono molto sazianti e questo contribuisce a ridurne la quantità effettivamente introdotta e di conseguenza anche l’effetto sulla glicemia è generalmente moderato; inoltre, sono ideali per ridurre il carico calorico complessivo del pasto, diminuendo la fame e la voglia di altro cibo».

POTASSIO – «Le patate poi sono ricche di potassio e se vengono cucinate senza aggiungere troppo sale sono ottime per aumentare l’introito di questo composto fondamentale per ridurre il rischio cardiovascolare – riprende Weaver -. La dieta occidentale purtroppo non è ricca di potassio: non se ne introduce abbastanza proprio perchè non consumiamo frutta e verdura a sufficienza, mentre mangiamo troppi cibi ricchi di sodio. Lo squilibrio nell’apporto di questi due elementi è correlato a una maggiore probabilità di eventi cardiovascolari, mentre proprio il consumo di ortaggi bianchi ricchi in potassio è stato associato, ad esempio, a un minor rischio di ictus». Morale: mai far mancare i vegetali bianchi sulla nostra tavola. Lo ha sottolineato anche il Ministero della Salute italiano, nella campagna del 2009 “Mangia a colori”, per promuovere il consumo di 5 porzioni quotidiane di frutta e verdura: agli, cipolle, finocchi e le altre verdure bianche sono uno dei cinque “pilastri” della dieta a colori, proprio perchè ricchi di fibre, potassio, polifenoli, flavonoidi e vitamina C.

dal sito del Corriere della Sera 28 giugno 2013 | 14:31

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I carboidrati – 1

I carboidrati, detti anche glucidi (dal greco “glucos” = dolce) sono sostanze formate da carbonio ed acqua. Hanno forma molecolare (CH2O)n e sono contenuti principalmente negli alimenti di origine vegetale.

In media forniscono 4 kcal per grammo, anche se il loro valore energetico oscilla dalle 3,74 kcal del glucosio alle 4,2 Kcal dell’amido. Di queste calorie circa il 10% viene utilizzato dall’organismo per i processi di digestione ed assorbimento.

In base alla loro struttura chimica i carboidrati vengono classificati in semplici e complessi.

I glucidi semplici, comunemente chiamati zuccheri, comprendono i monosaccaridi, i disaccaridi e gli oligosaccaridi. In natura esistono più di 200 monosaccaridi che si differenziano per il numero di atomi di carbonio presenti nella loro catena.

Gli esosi (fruttosio, glucosio, galattosio) sono i più importanti dal punto di vista nutrizionale.

 

Funzioni dei carboidrati

La principale funzione dei carboidrati è quella energetica a riposo ma anche, e soprattutto, durante l’esercizio; l’energia proveniente dalla fosforilazione ossidativa del glucosio e della sua componente di deposito viene utilizzata per la contrazione muscolare e le altre funzioni biologiche. Quando le scorte di glicogeno sono sature l’eccesso di zuccheri viene immagazzinato sotto forma di grassi determinando un aumento della massa grassa.

Un’altra funzione è quella di risparmio delle proteine. In condizioni di deplezione delle scorte di glicogeno (digiuno, attività fisica prolungata) la gluconeogenesi avviene a partire da aminoacidi o glicerolo derivante dal catabolismo degli acidi grassi; la conseguenza è una riduzione della massa magra (temporanea e reversibile) e un sovraccarico renale (residui azotati).

Inoltre rappresentano il substrato energetico per il sistema nervoso. Il glucosio è l’unico substrato energetico utilizzabile dal SNC; in casi limite (restrizione marcata, diabete non controllato) ci può essere un adattamento metabolico che consente di usare corpi chetonici derivanti dal metabolismo lipidico; sintomi clinici dell’ipoglicemia sono infatti di tipo centrale.

Infine sono necessari per la regolarizzazione dell’attività intestinale (fibra alimentare)

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