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Category Archives: News

Categories Pranzo

Malloreddus alle melanzane con rucola e menta

Ingredienti_malloreddus

Ingredienti per 4 persone

  • 320 g di malloreddus
  • 1 melanzana
  • 200 g di feta
  • rucola
  • qualche foglia di menta
  • pomodori datterini
  • 1 spicchio d’aglio
  • sale qb
  • olio d’oliva EVO

Preparazione

Mentre aspettate che l’acqua per i malloreddus raggiunga il bollore fate rosolare uno spicchio d’aglio in una padella con poco olio d’oliva EVO.

Lavate e tagliate a cubetti la melanzana e fatela rosolare in padella con l’aglio per qualche minuto.

Nel frattempo lavate e tagliate a spicchi i pomodorini, tagliuzzate la rucola e la menta, fate a cubetti anche la feta. Mescolate tutto assieme, aggiungete le melanzane non appena sono pronte, condite con un filo d’olio e lasciate riposare. Vi consiglio di aggiungere il sale solo dopo aver assaggiato il sugo per la pasta ben mescolato: la feta di solito riesce a salare da sola tutto molto bene.

Cuocete i malloreddus (o una pasta che mantenga la cottura) e una volta pronti aggiungeteli al sugo e servite!

Questo piatto si presta anche ad essere servito tiepido o freddo.

Malloreddus

Categories Colazione

Crostata furbetta alle albicocche

Ingredienti:

  • pasta per pizza:
    • 250 g di farina integrale ai cereali misti
    • 1/2 cucchiaino di zucchero
    • 5 g di lievito di birra fresco
    • 5 g di sale
    • 150 ml di acqua
    • 10 ml di olio extravergine d’oliva
  • 500 g di albicocche mature
  • 40 g di nocciole
  • 1 rametto di rosmarino
  • 40 g di zucchero
  • latte
  • 30 g di burro

Preparazione:

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Impasto per la pizza :

Versate in una ciotola la farina, in un’altra sbriciolate il lievito in acqua tiepida insieme allo zucchero e lasciatelo attivare per 5 minuti. A questo punto versate parte del lievito sciolto al centro della farina e aggiungete olio e sale. Iniziate a lavorare il composto impastando con le mani. Aggiungete il resto del lievito e aggiustate la dose di acqua fino ad ottenere un impasto morbido.

Appena l’impasto diventa liscio, morbido ed elastico riponetelo, all’interno di uno strofinaccio, in un luogo tiepido dove lieviterà per almeno 3 ore.

Una volta lievitato sarà pronto per fare da base alla nostra crostata!

TIP: Se siete di fretta potete comprare la pasta già pronta al supermercato!!!

Crostata:

Disponete l’impasto in una teglia, bagnatelo con il latte e bucherellatelo con una forchetta. Fatelo cuocere in forno per 15 minuti a 190°C.

Nel frattempo sminuzzate le nocciole che avrete fatto leggermente tostare. Pulite e tagliate a spicchi le albicocche.

Nella padella dove avete fatto tostare le nocciole fate fondere il burro con il rosmarino, una volta che il burro è fuso aggiungete le albicocche e 30 g di zucchero; mescolate una sola volta e lasciate il tutto a fuoco vivace per 5 minuti.

Togliete la pasta dal forno, aggiungete le albicocche, le nocciole tritate e il resto dello zucchero. Fate cuocere per altri 10 minuti.

Servite a temperatura ambiente e… buona colazione!

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Categories Consigli, News

Gli effetti dell’obesità

Che cos’è e come si manifesta l’obesità?

L’obesità è una condizione caratterizzata da un eccessivo accumulo di grasso corporeo: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità rappresenta ormai un’epidemia globale che riguarda ormai tutte le classi socioeconomiche. Le persone obese sono più a rischio di sviluppare malattie croniche come quelle cardiovascolari, l’ictus, il diabete, ma anche alcuni tumori, malattie della colecisti, osteoartriti. Altri problemi di salute associati a un eccesso di peso corporeo sono ipertensione, eccesso di colesterolo nel sangue, asma, complicanze in gravidanza, irregolarità mestruali. Particolarmente grave è l’insorgenza dell’obesità già in età scolare o durante l’adolescenza, perché significa accrescere ulteriormente il rischio di sviluppare precocemente le complicanze correlate.

Come si trasmette l’obesità?

L’obesità è per buona parte la conseguenza di stili di vita scorretti come un’alimentazione sregolata e l’eccessiva sedentarietà. Al contempo, però, la componente ereditaria che determina il peso corporeo e, quindi le sue alterazioni, è stimata intorno al 70%. Negli ultimi ventanni sono stati identificati vari geni associati, quando alterati, all’insorgenza di obesità tra cui la leptina, ormone anoressizzante prodotto dal tessuto adiposo bianco, e il suo recettore, presente soprattutto nelle aree del cervello che regolano l’appetito, ma anche il peptide proopiomelanocortinico, la proconvertasi 1, il brain derived neurotrophic factor (BDNF) e il suo recettore di BDNF (trkB). Le forme di obesità monogenica, in genere associate a varie e gravi patologie endocrine, sono invece rarissime (meno di 50 casi nel mondo).
Altri geni sono stati strettamente associati all’obesità, ma non si possono considerare determinanti al 100%: è il caso di MC4R, il recettore melanocortinico 4, mutato in circa il 5% dei pazienti obesi e il cui ruolo patogenetico sembra dipendere strettamente dal background genetico del paziente.
Altri studi su larga scala hanno permesso di identificare geni che, a seconda della loro variante allelica, contribuiscono a aumentare il rischio per l’obesità: è il caso si FTO (Fat Mass and associated gene locus), i cui polimorfismi contribuiscono a determinare il peso corporeo, anche se in piccola percentuale.
A sostegno della componente genetica dell’obesità è anche l’esistenza di malattie genetiche in cui iperfagia e obesità si associano a un quadro clinico complesso, spesso caratterizzato da ritardo mentale (sindrome di Albright, di Prader Willi, di Bardet e Biedl).

Come avviene la diagnosi dell’obesità?

L’obesità è definita come un eccesso di grasso rispetto alla massa magra, in termini di quantità e di distribuzione in punti precisi dell’organismo. Esistono diversi metodi per valutare la distribuzione del grasso corporeo, alcuni molto semplici come la misura delle pieghe della pelle o il rapporto tra la circonferenza della vita e dei fianchi, altri più sofisticati come gli ultrasuoni, la Tac o la risonanza magnetica. La classificazione della popolazione in base al peso viene fatta utilizzando l’indice di massa corporea, calcolato dividendo il peso (espresso in kg) per il quadrato dell’altezza (espressa in metri): si parla di obesità quando questo valore è superiore a 30. Esistono naturalmente delle differenze legate al sesso, all’età e all’abitudine all’attività sportiva.

Quali sono le possibilità di cura attualmente disponibili per l’obesità?

Il trattamento principale è rappresentato dalla prevenzione, ovvero dall’adozione di un regime alimentare corretto e da un’attività fisica adeguata. È importante, in caso di diagnosi di obesità e soprattutto in tutti i successivi trattamenti, affidarsi a uno specialista. Nei casi più gravi, accanto alla dieta e all’esercizio fisico, può essere indicata anche una terapia farmacologica, mentre l’utilizzo della chirurgia bariatrica per ridurre il volume dello stomaco o l’assorbimento intestinale  è raccomandato solo in casi estremi associati ad alto rischio di mortalità, oppure che non rispondano agli altri trattamenti. Nel caso dei pazienti affetti da mutazioni del gene per la leptina è possibile un trattamento con leptina ricombinante che permette di normalizzare il peso corporeo e le altre alterazioni endocrine.

 

fonte www.telethon.it
Categories Consigli, News

Alimentazione & Ipertensione

Adottare buone e salutari abitudini a tavola è un passo fondamentale per mantenere in salute il nostro cuore e per tenere sotto controllo la pressione arteriosa.

Il binomio alimentazione e cuore

È proprio vero che la prevenzione comincia a tavola. Nelle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e delle Società scientifiche sia per il trattamento dell’ipertensione arteriosa sia per la sua prevenzione prendono posto la scelta di alimenti a basso contenuto di sale e di grassi, una dieta ricca di cereali, legumi, verdura e frutta, ed inoltre… il controllo del peso corporeo!

Quattro regole d’oro

  1. Evitare il sale. Un eccesso di sale nella dieta può aumentare la pressione dei sangue. Cibi lavorati come hamburger, salsicce, spuntini salati, carni e verdure conservate, i comuni dadi, le salse e i cibi confezionati contengono molto sale, pertanto bisogna eliminarli dalla dieta e mangiare più frutta, verdura, carne e pesce freschi. Controllate le etichette dei cibi già pronti e scegliete quelli dove viene specificato “basso contenuto di sale” o “senza sale”. Non aggiungete sale al cibo in cucina o a tavola. Acquistate al supermercato o in farmacia il sale modificato, un terzo di cloruro di sodio e due terzi di cloruro di potassio. Se proprio non è possibile farne a meno, sono disponibili dei sostituti dei sale; prima di utilizzarli, però, chiedete consiglio al vostro medico, perché dovrebbero essere consumati con cautela nel caso si assumano diuretici o si abbiano problemi di funzionalità renale. Insistendo in una dieta a basso contenuto di sale si noterà la perdita del gusto salato dopo circa un mese.
  2. Ridurre i grassi. Non è completamente appurato se e quanto una dieta ricca di grassi faccia innalzare la pressione sanguigna. Tuttavia, un apporto elevato di grassi (soprattutto grassi saturi che si trovano negli animali) può elevare i livelli di colesterolo nel sangue, che a sua volta aumenta il rischio di infarto. In particolare, è necessario evitare carni e latticini molto grassi.
  3. Mangiare più frutta e verdura. Questi alimenti contengono sostanze che contribuiscono a eliminare dall’organismo i radicali liberi, causa di danni ai vasi sanguigni. La frutta e le verdure contengono anche il potassio che è in grado di abbassare la pressione.
  4. Tenere sotto controllo l’ago della bilancia. L’alimentazione fornisce energia al corpo e teoricamente non si dovrebbe mangiare più di ciò che si consuma. È scontato, per dimagrire bisogna introdurre meno calorie di quelle che si bruciano. Il modo migliore per calare di peso è mangiare di meno e bruciare più calorie incrementando l’attività fisica.  Attenzione però alle diete ipocaloriche: non bisogna mettersi a dieta se non con il consiglio del proprio medico che prescriverà un regime alimentare adeguato.

Lo sapevi che…

… per ogni chilogrammo di peso in meno la pressione arteriosa si riduce di un millimetro di mercurio?

L’eccesso di peso aumenta il lavoro che il cuore deve fare per pompare il sangue in tutto il corpo. Il controllo del peso è un fattore importante nel ridurre il rischio di ipertensione e quindi di avere malattie cardiovascolari. Abbassare la pressione sanguigna si traduce in un minor rischio di ictus cerebrale, di infarto cardiaco o altre complicanze gravi.

Se la pressione è solo lievemente elevata, eliminare l’eccesso di peso può far ritornare alla normalità la pressione del sangue.

 

Consigli dietetici

In dieci punti un piano alimentare a cui bisognerebbe attenersi secondo le linee-guida mediche più recenti per prevenire l’ipertensione e mantenere in salute il cuore.

  1. Mangiare cinque porzioni o più di frutta e verdura cruda al giorno, variando il più possibile. Questi alimenti forniscono vitamine, minerali e fibre ed hanno poche calorie, pochi carboidrati e grassi.
  2. Mangiare vari tipi di cereali integrali, 5-6 porzioni al giorno.
  3. Mangiare latte e latticini scremati, pesce, legumi, pollo senza pelle, carni magrissime.
  4. Scegliere i grassi con meno di 2 grammi di grassi saturi per porzione, ad esempio l’olio di oliva o le margarine senza grassi idrogenati o olio di canola.
  5. Bilanciare il numero delle calorie introdotte con quello consumate; in linea di massima, se si fa vita attiva moltiplicare 30 calorie pro kg pro die, se si fa vita sedentaria moltiplicare 26 calorie pro kg pro die.
  6. Mantenere un buon livello di attività fisica, per bruciare le calorie in eccesso, camminando o nuotando almeno 30 minuti al giorno o più se si vuol dimagrire.
  7. Limitare i cibi alti in calorie o poveri di sostanze nutritive, le bibite zuccherine e i dolci che hanno molte calorie.
  8. Mangiare cibi poveri di grassi e colesterolo.
  9. Non mangiare più di 2.400 milligrammi di sodio al giorno.
  10. Se donna non assumere più di un bicchiere di vino a pasto, se uomo non più di due.

 

fonte www.siia.it
Categories News, Nutrienti

Gli effetti dell’alcol sulla salute

Secondo il Global status report on alcohol and health 2014 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, pubblicato il 12 maggio 2014, l’uso di alcol nel 2012 ha causato nel mondo 3,3 milioni di morti, ossia il 5,9% di tutti i decessi (7,6% uomini e il 4,0% donne) e il 5,1% degli anni di vita persi a causa di malattia, disabilità o morte prematura (Disability Adjusted Life Years, DALYs) attribuibili all’alcol.

Cos’è e come agisce l’alcol

L’alcol è una sostanza tossica, potenzialmente cancerogena e con la capacità di indurre dipendenza. Al contrario di quanto si ritiene comunemente, l’alcol non è un nutriente e il suo consumo non è utile all’organismo o alle sue funzioni. Causa invece danni diretti alle cellule di molti organi, soprattutto fegato e sistema nervoso centrale, e in particolare alle cellule del cervello.

L’alcol è assorbito per il 2% dallo stomaco e per il restante 80% dalla prima parte dell’intestino. L’alcol assorbito passa quindi nel sangue e dal sangue al fegato, che ha il compito di distruggerlo tramite un enzima chiamato alcol-deidrogenasi. Soltanto quando il fegato ha assolto del tutto a questa funzione la concentrazione dell’alcol nel sangue risulta azzerata. Il processo di smaltimento richiede tuttavia un tempo legato alle condizioni fisiologiche individuali: in media, la velocità con cui il fegato rimuove l’alcol dal sangue  è infatti di circa mezzo bicchiere di bevanda alcolica all’ora.

Questo sistema di smaltimento dell’alcol non è uguale in tutte le persone: varia in funzione del sesso, dell’età, dell’etnia e di caratteristiche personali; non è completamente efficiente prima dei 21 anni ed è inefficiente sino ai 16 anni. Dopo i 65 anni si perde gradualmente la capacità di smaltire l’alcol e, nel sesso femminile, è sempre la metà, a tutte le età, rispetto alle capacità maschili; per questa ragione alcune persone sono più vulnerabili agli effetti dell’alcol.

I danni dell’alcol

Il consumo di bevande alcoliche è responsabile o aumenta il rischio dell’insorgenza di numerose patologie: cirrosi epatica, pancreatite, tumori maligni e benigni (per esempio quello del seno), epilessia, disfunzioni sessuali, demenza, ansia, depressione.

L’alcol è inoltre responsabile di molti danni indiretti (i cosiddetti danni alcol-correlati), dovuti a comportamenti associati a stati di intossicazione acuta, come nel caso dei comportamenti sessuali a rischio, degli infortuni sul lavoro e degli episodi di violenza.

Un capitolo a parte meritano gli incidenti stradali provocati dalla guida in stato d’ebbrezza che hanno un peso preponderante nella mortalità giovanile. Si stima che in Europa è attribuibile all’uso dannoso di alcol il 25% dei decessi tra i ragazzi di 15-29 e il 10% dei decessi tra le ragazze di pari età.

L’importanza di moderare il consumo di alcol

L’alcol è una sostanza psicotropa, tossica, cancerogena e induttrice di dipendenza.

La comunità scientifica internazionale ha ampiamente dimostrato che l’alcol accresce il rischio di sviluppare oltre 200 patologie. Pertanto non è possibile identificare dei livelli di consumo che non comportino alcun rischio per la salute di chi beve alcolici. Pur partendo dal concetto, ormai condiviso da tutta la comunità scientifica, si riassume con lo slogan Less is better (Meno è meglio), si rende comunque necessario definire alcuni parametri che permettano una valutazione del rischio connesso all’assunzione di bevande alcoliche.

Quindi, per valutare correttamente il rischio connesso all’assunzione di bevande alcoliche, è necessario tener conto di parametri come le quantità assunte, la frequenza del consumo, la concomitanza con i pasti, la capacità di smaltire l’alcol in relazione al sesso e all’età, la tollerabilità dell’alcol in relazione alle condizioni di salute, all’assunzione di farmaci e ad altre situazioni oltre al contesto in cui avviene il consumo.

Un consumo di alcol al di fuori dei parametri appropriati può creare danni acuti, conseguenti a uno stato di intossicazione etilica o di ubriachezza occasionale, oppure cronici, conseguenti ad un uso persistente e frequente di quantità non moderate di alcol, producendo comunque gravi conseguenze sul piano sanitario e sociale.

E’ da rilevare che i livelli considerati a rischio si sono progressivamente abbassati nel corso degli anni e hanno sollecitato l’abbassamento delle quantità caratterizzate da un minor rischio come espresse dai nuovi LARN e dalla revisione decennale delle Linee Guida per una sana alimentazione degli italiani (in corso di redazione a cura della Commissione del CRA-NUT ex-Inran) che sollecitano cautela nel non superare mai quantità veramente moderate di alcol che la comunità scientifica ha indicato in media corrispondenti in 10 grammi di alcol puro al giorno con dovute e validate differenziazioni di genere e di età.

fonte www.salute.gov.it
Categories Consigli, News

Quanta attività fisica?

È noto che fare esercizio fisico è salutare per giovani e meno giovani; purtroppo la nostra giornata è scandita da numerosi impegni e tra lavoro, scuola e famiglia non è facile trovare il tempo per fare dell’attività fisica ma soprattutto, per molti, non è prioritario.
Perché lo diventi occorre rinforzare la motivazione. Vi sono almeno 3 ragioni che dovrebbero spingerci a fare attività fisica regolarmente:

  • Lo studio EPIC, pubblicato nell’aprile 2015 basato su un campione di oltre 300.000 europei di 10 differenti paesi, conferma che fare attività fisica riduce il rischio di mortalità per tutti, sia magri che obesi, maschi e femmine mentre il rischio aumenta per coloro che fanno poca o moderata attività e per i sedentari.
  • L’esercizio fisico strutturato ed adeguato modella il corpo, lo rende più agile, lo protegge maggiormente dalle fratture, lo rende più armonioso e robusto.
  • L’attività fisica svolta d’abitudine ha effetti positivi sul nostro sistema nervoso e ormonale: agevola l’apprendimento e la memoria , migliora l’umore e combatte la depressione.

La riduzione del rischio di mortalità è la conferma di quanto molti studi avevano già dimostrato, cioè che l’attività fisica dona benessere e aiuta a prevenire malattie anche importanti, di conseguenza “allunga la vita”. Ma ciò che è fondamentale è la quantità e l’intensità con cui la si pratica ed ogni persona deve individuare i propri limiti per far si che non sia né troppa né troppo poca perché, come diceva il Prof. Margaria (un grande fisiologo italiano) “ l’attività fisica è come una medicina, se ne fai troppo poca non serve , se ne fai troppa fa male ”. Oggi sappiamo che fatta una volta ogni tanto può anche far male e fatta tutti i giorni fa benissimo. Un errore diffuso è quello di giocare una partita faticosa la domenica o correre in bicicletta 3 ore con amici ciclisti, pensando di aver fatto un ottimo allenamento, non è così.

Quanta attività fisica raccomandata?

Innanzitutto, esistono varie tipologie ed intensità di esercizi che devono essere valutati in base alle condizioni cliniche dei singoli individui. Tuttavia, alla popolazione generale, si consiglia di praticare un’attività fisica moderata ma costante, prediligendo una ginnastica di tipo aerobico, come il nuoto, la corsa e/o la bicicletta che aiutano a mantenersi in forma e a bruciare i “grassi in eccesso”. Per capire qual è l’intensità giusta senza misurare o fare calcoli difficili da seguire è possibile osservare il proprio respiro con un semplice test ( talk test ) che aiuterà a capire se si sta mantenendo o meno il giusto vigore. Tuttavia per “bruciare” grassi il metabolismo deve funzionare correttamente; quindi, per preservare maggiormente la massa muscolare, implicata maggiormente nell’aumento del metabolismo, occorrerà dedicarsi anche ad esercizi di rinforzo muscolare. Oltre all’intensità è importante la regolarità dell’allenamento. Secondo le linee guida della SIO (Società Italiana Obesità) e ADI (Associazione Italiana Dietetica) nelle persone adulte, per prevenire l’aumento di peso, oltre alla dieta bilanciata, sono raccomandati almeno 150 minuti a settimana di attività fisica aerobica d’intensità moderata, praticata per almeno 10 minuti consecutivi (senza soste). Per i soggetti sovrappeso e obesi sottoposti ad una dieta ipocalorica bilanciata, si è osservato che i benefici a livello di calo ponderale aumentano all’aumentare del tempo riservato all’attività fisica:

  • 100 – 150 minuti a settimana determinano una riduzione ponderale minima.
  • 150-250 minuti a settimana portano a una riduzione modesta (2-3 kg in 6-12 mesi).
  • 250-400 minuti a settimana offrono una riduzione di circa 5,0-7,5 kg in 6-12 mesi.
  • 300 minuti a settimana sono considerati ottimali per tutti coloro che vogliono ridurre il rischio di malattie e mortalità.

Quale attività fisica è raccomandata?

L’attività fisica ottimale è quella che impegna sia l’apparato cardiocircolatorio, respiratorio e muscoloscheletrico, senza provocare danni a articolazioni e ossa, es.:

  • Eseguire un allenamento aerobico ad intensità moderata alternata a vigorosa per una durata minima di 40-50 minuti senza pause per 4 o 6 volte a settimana. Camminare, fare jogging, correre, pedalare, nuotare.
  • Eseguire un allenamento anaerobico di rinforzo muscolare 2-4 volte a settimana con numero di ripetizioni crescenti. Esercizi a corpo libero, con pesi o macchine.

Adolescenti e giovani o adulti con buone preparazioni fisiche possono ovviamente praticare sport e raggiungere gli stessi risultati: calcio, basket, tennis, ecc..
Per tutti è importante che l’allenamento sia strutturato:

  • Allenamenti costanti nel tempo, differenti a giorni alterni, con periodi inattivi non superiori alle 48 ore, anche effettuati lo stesso giorno, esempio la domenica un’ora al mattino e una al pomeriggio oppure una partita di 1 o 2 ore ecc..

Anche camminare dà buoni risultati a giovani e anziani, il cammino ha parecchie potenzialità, può essere praticato adintensità moderata (3 o 4 km/ora) ma anche vigorosa (5-6 km/ora) , si può camminare in percorsi misti (montagna, ecc.) e per periodi lunghi anche di alcune ore.
Il ballo può essere considerato un buon esercizio aerobico settimanale soprattutto se il tempo dedicato è sommato ad altre attività, per esempio: camminare 3 volte a settimana per complessivi 180 minuti e ballare per 120 diventa un allenamento da 300 minuti , sempre che il ballo sia fatto con una certa intensità, non un lento, per intenderci.
Per perdere peso invece è necessaria un’attività che faccia “bruciare” i grassi di deposito mantenendo l’allenamento nel tempo. Infatti, per i primi 10-15 minuti , il nostro organismo consuma gli “zuccheri pronti”, introdotti con l’alimentazione, ed è solo nei minuti successivi che inizierà a prendere energia dai “grassi” che abbiamo accumulato; mediamente dopo 20 minuti s’inizia a consumare sia grassi che zuccheri, proseguendo l’allenamento si arriverà a consumare sempre meno zuccheri e più grassi fino a consumare solo grassi, il che mediamente avviene dopo circa un’ora di attività.

L’attività fisica fa parte della nostra giornata

Così come è strutturata la nostra giornata alimentare con colazione, pranzo, cena e 2 spuntini, dovrebbe esserlo anche il programma d’allenamento da svolgere quotidianamente. Facciamo l’esempio concreto del protocollo che dovrebbe seguire una persona tipo di 40 anni e normopeso:

  • Ogni mattina fare 5/10 minuti di ginnastica leggera.
  • Ogni lunedì, mercoledì, venerdì e domenica, a qualsiasi orario, 1 ora di aerobica di cui 2 minuti ad intensità vigorosa ogni 10 minuti di moderata.
  • Ogni martedì, giovedì e sabato, a qualsiasi orario, da 30 a 60 minuti di esercizi anaerobici.

L’attività fisica è parte essenziale dello stile di vita delle persone che desiderano guadagnare salute al pari dell’equilibrata e corretta alimentazione.

Anche chi conduce una vita frenetica e sembra non avere mai tempo per sé può scegliere di fare esercizio in uno di questi tre momenti, basta tener presente che per ognuno di questi ci sono regole e consigli da ricordare:

Appena svegli
La mattina presto, prima di iniziare la giornata, può essere molto utile un po’ di ginnastica a corpo libero (risveglio muscolare) o stretching (solo per chi è capace) per sciogliere le articolazioni rimaste ferme durante la notte. Quando fate il vostro allenamento, prima di andare al lavoro, ricordate che è necessario riattivare il sistema cardio-circolatorio e respiratorio, pertanto muovetevi con dolcezza e gradualmente per circa mezz’ora evitando di stancarvi troppo e di consumare troppe energie che serviranno per il resto della giornata lavorativa.
Prima o dopo fate sempre una giusta colazione .

Pausa pranzo
Se volete fare allenamento durante la pausa pranzo occorre mangiare prima qualcosa di leggero (circa il 15% delle Kcal della giornata) e, dopo aver fatto attività fisica, assumere l’altra metà del pasto raggiungendo il 30/35% delle kcal previste per la giornata; è sconsigliabile allenarsi a digiuno. In questo modo e a quest’ora è meglio dedicarsi a esercizi anaerobici, senza esagerare per non dover tornare al lavoro con i muscoli troppo dolenti. Anche se l’attività isotonica (aerobica di potenziamento muscolare) comporta certamente un minor consumo calorico rispetto ad un lavoro aerobico, è consigliabile fare lo spuntino del pomeriggio per non arrivare a cena con troppa fame.

Fine giornata
Alla sera, dopo il lavoro ci si può sfogare con un bell’allenamento aerobico come la corsa, la bicicletta o un corso di step o GAG (Gambe Addominali Glutei) dove l’impegno è di forte consumo calorico. È bene allenarsi prima di cena ricordando che, prima di coricarsi, bisognerà attendere 3 ore. Leggi anche
Quale cena per non ingrassare e dormire bene
Naturalmente non è obbligatorio iscriversi in palestra per svolgere attività fisica. Tutto quello che serve sono delle comode scarpe, un po’ d’iniziativa e molta costanza. Si può camminare con un buon ritmo, correre, andare in bicicletta, fare scale, esercizi a corpo libero che comunque utilizzano i muscoli sia degli arti superiori che inferiori e gli addominali. Queste sono attività semplici che si possono effettuare all’aria aperta o in casa propria.

Regole comportamentali

  1. Prima di intraprendere qualsiasi tipo di esercizio è meglio sottoporsi ad una visita medico-sportiva.
  2. Praticare attività aerobica inizialmente con un’intensità bassa e aumentare gradualmente per un ottimale consumo di grassi, alternando momenti di attività più vigorosa.
  3. Prevedere delle piccole sessioni intervallate da brevi pause, 30/60 secondi, soprattutto nei primi approcci all’attività fisica.
  4. Evitare di allenarsi durante le ore più calde del giorno in estate, o in ambienti troppo umidi o freddi in inverno.
  5. Bere almeno 2 litri di acqua al giorno e durante gli allenamenti assicuratevi di bere frequentemente piccole quantità per volta. È importante idratarsi correttamente per reintegrare sia i liquidi sia i sali minerali che vengono persi con la sudorazione. In particolare, questo consiglio è utile per coloro che praticano sport all’aria aperta, esposti al sole.
  6. Scegliere la giusta attrezzatura e vestiario.
  7. Sfruttare ogni occasione per muoversi.
  8. Accostare all’esercizio fisico un’equilibrata alimentazione.
  9. Evitare di fare ginnastica dopo aver consumato un pasto abbondante, se l’organismo è molto impegnato nella digestione, risulta essere meno efficiente nella performance motoria.
  10. Evitare, tuttavia, anche di svolgere attività fisica a digiuno, i muscoli hanno bisogno di energia per funzionare correttamente e di proteine essenziali, in particolare aminoacidi ramificati.

Regole alimentari

  1. Seguire una dieta di tipo mediterraneo e rispettare il bilancio energetico. 
  2. Consumare uno spuntino leggero prima di praticare attività fisica. Soprattutto per chi fa sport al termine della giornata lavorativa (o scolastica nel caso dei ragazzi), ed è quindi a digiuno dall’ora di pranzo, è sempre consigliato fare una merenda, ecco alcuni esempi: uno spuntino a base di pane, frutta e Grana Padano, yogurt o latte e cereali, un piccolo panino (circa 50 g) farcito con 30 g di bresaola, un’insalata con tonno sgocciolato e un po’ di pane, dopo ogni piccolo pasto un frutto o una spremuta senza zucchero.
  3. Consumare una colazione regolare. Chi ha la possibilità di svolgere attività fisica al mattino, può iniziare con una tazza di latte o yogurt accompagnato da cereali o fette biscottate oppure biscotti o pane con marmellata, più un frutto o una spremuta.
  4. Prevenire la disidratazione. Durante l’attività fisica, bisogna bere acqua oligominerale (circa due-tre bicchieri), lo stomaco può smaltire 250 ml di acqua in meno di 20 minuti.
  5. Dopo l’attività, se si prevede che possa passare molto tempo prima del pasto successivo (pranzo o cena) è bene consumare un altro spuntino leggero e un frutto.
  6. Se il nostro scopo è quello di perdere peso, non bisogna digiunare ma adottare una dieta ipocalorica bilanciata calcolata sulla base di età, sesso, indice di massa corporea (BMI).
fonte www.educazionenutrizionale.granapadano.it

 

Categories Consigli, News

Omeopatia

Il padre fondatore dell’omeopatia è il medico tedesco Samuel Hahnemann, autore del testo di riferimento della materia omeopatica “Organon of medical art” (L’Organon dell’arte di guarire, prima edizione 1810). L’omeopatia ha dunque 200 anni di vita.
Per capire cos’è esattamente l’omeopatia si può partire dall’origine del nome: esso deriva dal greco “omòios” (simile) e “pathos” (malattia). In esso vi è dunque il principio fondante dell’approccio omeopatico “similia similibus curantur” (“il simile viene curato con il simile”).
In base a tale principio, il farmaco omeopatico somministrato in un individuo sano provoca gli stessi sintomi che si vogliono curare in un individuo malato. Per curare un soggetto malato, dunque, occorre trovare un rimedio che riproduca i sintomi quanto più simili in un soggetto sano.

Al contrario della medicina tradizionale che si basa su un approccio di tipo allopatico, l’omeopatia ha un approccio olistico per il quale il corpo e la mente vengono considerati un’unica entità.
L’omeopatia cura dunque i sintomi considerando la costituzione morfo-funzionale di ogni soggetto che è caratterizzata da una serie di sintomi sia fisici che psichici. Tali sintomi saranno diversi perché diverse saranno le personalità e le costituzioni di ogni malato. Il medico omeopata in tal senso svolge un ruolo fondamentale: egli dovrà leggere i sintomi sulla base della personalità del paziente, considerando i suoi stati d’animo, le sue vicende passate, i traumi emotivi, la sua vita di relazione.
Un altro importante aspetto dell’approccio olistico è l’interpretazione del sintomo. Nella medicina tradizionale il sintomo della malattia è l’elemento su cui ruota la cura e la scelta del farmaco che possa combattere la sua azione negativa ed eliminare il malessere del paziente. In omeopatia, invece, il sintomo non è l’obiettivo della cura ma un segnale da interpretare per capire quale sia esattamente la sua funzione. Un bravo omeopata non tenta mai di sopprimere il sintomo ma di indagarne le cause che hanno generato quello squilibrio.
La visita omeopatica è lunga e accurata: i sintomi della malattia vengono inquadrati anche in base alle loro modalità di espressione: miglioramenti, peggioramenti, sintomi psichici correlati.

In omeopatia si cura il malato: la malattia non è altro che l’espressione dello stato di adattamento biologico-emotivo a ciò che circonda la persona. Il malato che si cura con i rimedi omeopatici deve diventare resistente alla lotta e sviluppare il suo potenziale di autoguarigione. Quando lo stato di equilibrio viene compromesso, la persona si ammala scegliendo un modo per eliminare la causa del malessere interno.
La soppressione del sintomo risulta dunque inutile poiché se non viene stanata e compresa la causa sottostante ad esso la malattia si ripresenta semplicemente utilizzando altri canali e “migrando” su altri organi. Tutte le manifestazioni che il corpo alterna vanno studiate e indagate. Nel momento in cui questa alternanza viene meno, il malessere si concentra all’interno della persona generando uno stato cronico che si manifesta attraverso sintomi fisici e psichici come depressioni e stati d’ansia profondi.
La cura delle patologie acute (quelle croniche in particolare) deve essere trattata da un medico omeopata attraverso la ricerca del rimedio costituzionale del paziente. L’accurata indagine su sintomi e personalità del paziente è fondamentale per la scelta del rimedio che in omeopatia viene chiamato simillimum: esso non è altro che la sostanza che provoca, nell’individuo sano, i sintomi più simili a quelli lamentati dal paziente.
Le sperimentazioni con i rimedi somministrati ad individui sani rivoluzionano i risultati della medicina tradizionale. Quando il malato reagisce al rimedio omeopatico sviluppa anche sintomi psichici oltre a quelli fisici; il rimedio cioè modifica i suoi pensieri, i suoi comportamenti, il suo umore. Questo risultato dimostra perché l’omeopatia agisce sulla totalità del malato e non sulla sua malattia.
Il rimedio corrisponde ad un paziente-tipo e la particolarità di questo approccio terapeutico è proprio lo studio accurato di tutti quei sintomi e segni associati a sentimenti, paure, comportamenti tipici di quel paziente e di quella specifica costituzione.

L’omeopatia si differenzia dalla medicina tradizionale anche per la natura dei rimedi. I rimedi omeopatici nella pratica utilizzano prodotti vegetali (piante, parti di piante, escrezioni di esse), prodotti animali (animali interi, parti di animali, escrezioni di esse) e minerali.
Il trattamento che rende queste sostanze attive a livello terapeutico fu la grande intuizione di Hahnemann. Egli nei suoi numerosi studi cercò una soluzione per estrarre dalle sostanze d’origine il loro potere terapeutico eliminando quello tossico, causa di numerosi effetti collaterali come accade nella medicina tradizionale. Per ottenere questo risultato arrivò per deduzione ai due principi cardine dell’approccio omeopatico: la diluizione e la dinamizzazione.
In omeopatia il rimedio non viene usato in dosi ponderali ma infinitesimali. Fin dalle prime sperimentazioni si poteva osservare che, diluendo la sostanza d’origine in acqua e alcol, veniva azzerato l’effetto tossico poiché non vi era più traccia della sostanza d’origine ma ne rimaneva solo la sua memoria energetica. Ma per far sì che il rimedio mantenesse l’effetto terapeutico perdendo la sua tossicità doveva essere dinamizzato. Scuotendo il farmaco più volte (processo di succussione) sostanze inerti (ad esempio la silice) diventavano attive e liberavano poteri latenti della sostanza mantenendo inalterato l’effetto terapeutico.
Il farmaco omeopatico agisce, dunque, per via energetica e la durata del trattamento e la scelta delle potenze variano in base a sintomi (acuti o cronici), alla loro manifestazione e alla costituzione del paziente.

Riguardo ai tempi e all’efficacia della cura è importante la stretta relazione tra quadro sintomatico e manifestazione patologica. Più il rimedio corrisponde alla malattia del paziente, più agirà in tempi brevi e in modo permanente.
Lo studio dei segni della malattia è accurato e meticoloso: quando il paziente racconta il suo malessere i sintomi vengono analizzati in base a varie caratteristiche che servono da filtro per l’individuazione del rimedio adatto. Sarà indagato perciò il modo di presentarsi dei sintomi, come si evolvono e quando scompaiono. Se si tratta di un dolore si prenderà in esame la localizzazione, l’ora di comparsa, la caratterizzazione, la sensibilità al caldo o al freddo, i miglioramenti o peggioramenti, la tipologia del sonno, i desideri o le avversioni nei confronti di cibi e bevande, sintomi chiave associati a sensazioni, emozioni e paure del paziente.
Partire dal sintomo non basta: per una stessa patologia, ad esempio una dispepsia, possiamo trovare più di cinquanta rimedi corrispondenti. Solo fotografando il paziente e i suoi sintomi si potrà trovare il rimedio che possa aiutarlo. Ad esempio, nell’ascolto di un paziente-tipo affetto da dispepsia viene fuori che è collerico, freddoloso, ipersensibile agli stimoli esterni, maniaco del lavoro, impaziente, si sveglia durante la notte e poi non riesce più a riposare. I sintomi più frequenti sono la nausea e la stipsi, ha la sensazione di una pietra sullo stomaco dopo ogni pasto. Il rimedio in questo caso sarà Nux vomica poiché corrisponde alla maggior parte dei sintomi psico-fisici tipici di questa personalità.
Al contrario, se il paziente con lo stesso sintomo fosse di carattere mutevole, triste e timoroso di essere abbandonato, sofferente di forti cefalee e disturbi urinari con miglioramento all’aria aperta il rimedio scelto sarebbe Pulsatilla. Il sintomo è lo stesso, ma è diverso il paziente che utilizza quel canale per esprimere la sua sofferenza.

Le diluizioni omeopatiche sono distinte in centesimali (CH), decimali (DH), cinquantamillesimali (LM) e korsakoviane (K). La preparazione iniziale del farmaco omeopatico è chiamata tintura madre (TM) che si ottiene sciogliendo in soluzione idro-alcolica il materiale di partenza del rimedio (animale, vegetale o animale). Successivamente si diluisce una goccia di TM in 99 gocce di alcool in modo da ottenere 1 CH (prima centesimale) per procedere poi con la dinamizzazione agitando 100 volte il flacone. Ogni diluizione prevede l’estrazione di una goccia della prima sciolta nuovamente in 99 gocce di alcool. Si passa così alla seconda diluizione (2 CH): il rapporto con la preparazione iniziale è di 1/10.000 (la terza è 1/1.000.000, la quarta 1/100.000.000 e cosi via). Il procedimento continua fino ad arrivare a 200 CH e oltre. Per le diluizioni decimali viene sciolta una goccia di TM in un contenitore con 9 gocce di alcol in un rapporto 1:10. Per le cinquantamillesimali (LM) il procedimento non cambia ma il rapporto sarà 1:50000. Per le diluizioni korsakoviane (K) si segue invece un metodo differente ideato da un allievo di Hahnemann, il capitano Korsakov; egli utilizzò un solo flacone da 15 ml in cui si versano 5ml di tintura madre in un flacone, poi viene agitato vigorosamente e quindi svuotato. Successivamente al flacone iniziale si aggiunge acqua distillata per diluire il volume di TM rimasto sulle pareti del flacone. Si agita nuovamente per 100 volte ottenendo così la prima diluizione korsakoviana, la 1K. Il procedimento continua per ottenere la seconda diluizione e le seguenti.

In commercio i farmaci omeopatici si presentano sotto forma di granuli – piccole sfere di saccarosio e lattosio che contengono il principio attivo del rimedio in diverse diluizioni; inoltre si presentano sotto forma di pomate, gocce e globuli. I globuli vengono preparati come i granuli ma sono più piccoli e si somministrano in monodosi che contengono 200 globuli circa. Le gocce sono a base di tintura madre e basta diluirle in poca acqua. I granuli possono essere assunti a secco per via sub-linguale lasciandoli sciogliere lentamente e non vanno masticati né deglutiti. In alternativa possono essere sciolti in un po’ d’acqua e dinamizzati mescolando con un cucchiaino o scuotendo il recipiente. I granuli non vanno toccati con le mani poiché il principio attivo del farmaco si trova sulla loro superficie.
È consigliabile alternare i rimedi e non assumerne diversi contemporaneamente. L’assunzione deve avvenire possibilmente lontano dai pasti e ad una distanza di almeno mezz’ora dall’utilizzo di dentifricio, fumo, caffè, alcol o altro farmaco allopatico. Se durante un trattamento cronico curato con una terapia di fondo si manifestano dei sintomi acuti, si consiglia di sospendere la terapia per permettere al corpo di affrontare la fase acuta con l’ausilio dei rimedi adatti.
Le basse diluizioni (2-7 CH, 6-30 K, 06-09 LM) si utilizzano prevalentemente per le fasi acute; le medie diluizioni (15-30 CH, 200-1000 K, 012-018 LM sono indicati per le malattie croniche e per sintomi più generali; le potenze più alte (200 CH, 1000 CH,10000 K, 024-030 LM) agiscono sul “fondo” delle patologie e si usano per malattie mentali e psichiche.

 

fonte www.benessere.com
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I reni

Durante una normale giornata il volume di liquidi presenti nel corpo e la loro composizione sono continuamente sottoposti a grandi variazioni dovute al metabolismo, alla variazione termica, all’assunzione di cibo e liquidi ed altro. Tuttavia il nostro organismo, per funzionare propriamente, ha bisogno di mantenere un livello di concentrazione molto controllato di molecole nutrienti, vitamine, ormoni e scarti metabolici. In questo video viene illustrato brevemente come i reni riescano a svolgere questo compito, arrivando a filtrare fino a 180 litri di sangue al giorno.

Il sangue entra nel rene suddividendosi fino ai piccolissimi capillari dei glomeruli, nei quali viene filtrato e passa nei tubuli. L’acqua e poche piccole molecole possono passare nel tubulo, quest’ultimo è comunque in grado di discernere tra le molecole utili e quelle tossiche, recuperando le prime ed inviando le ultime nella vescica. Il tubulo è anche in grado di riassorbire una certa quantità d’acqua nel flusso sanguigno in caso  il corpo fosse poco idratato. Il controllo del volume sanguigno avviene secernendo la vitamina D che attiva due ormoni: la renina che aumenta la pressione sanguigna e l’eritropoietrina, che aumenta la produzione di globuli rossi.

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La birra

La birra, il cui nome deriva dal dal latino bibere e significs bere, è una bevanda molta antica, il cui consumo moderato aiuta a mantenere un buono stato di salute. Scopriamola meglio.

Che cos’è la birra

Una birra fresca in una torrida giornata d’estate è uno dei piccoli piaceri della vita. La birra, infatti, piace molto, e non solo in Germania. Ogni italiano ne consuma circa 28 litri l’anno.

È una bevanda molto antica; le prime notizie risalgono infatti all’epoca dei babilonesi. Gli ingredienti tradizionali per ottenere la birra sono il malto, il luppolo e il lievito. Il malto, che per legge non deve essere inferiore al 60%, è in genere d’orzo, ma può essere anche di altri cereali, per esempio frumento o mais.

Una caratteristica importante della birra è la schiuma, che la protegge contro l’azione ossidante dell’ossigeno e serve quindi a mantenerne più a lungo l’aroma; la presenza di una schiuma bella stabile è indice di qualità e di freschezza.

La birra si serve a una temperatura compresa tra 7 e 10 gradi.

Proprietà e benefici della birra

La birra presenta numerose proprietà che derivano dalla sua composizione. Contiene una buona quota di vitamine e sali minerali e un ottimo rapporto calcio-fosforo, mentre il contenuto di sodio è molto basso. Per questi motivi ha un effetto diuretico.

Il luppolo contiene diversi tipi di flavonoidi che hanno dimostrato di avere proprietà antitumorali. In particolare, contiene xantumolo, una sostanza che pare utile nell’inibire la proliferazione delle cellule tumorali di alcuni tipi di carcinomi. Non tutte le birre contengono una quantità elevata di xantumolo, ma solo quelle con un alto contenuto di luppolo.

Grazie al contenuto di polifenoli, la birra ha, inoltre, proprietà antiossidanti.

Bisogna comunque ricordare sempre che si tratta di una bevanda alcolica e che va quindi consumata con moderazione.

La birra più ricca e quindi più benefica è quella cruda, cioè non pastorizzata.

Una ricetta nella manica

La birra viene utilizzata spesso in cucina per preparare gustosi piatti, un classico è il pollo alla birra, usato, seppure con qualche variante, in tutta Europa. Si può preparare come segue.

Preparare un soffritto con carote, sedano e cipolla; rosolare il pollo tagliato a pezzi e condirlo con sale e peperoncino. Versare la birra, che deve essere preferibilmente bionda, (la quantità dipende da quella del pollo; per una quantitativo di carne adatto a quattro persone ci vuole in genere mezzo litro di birra).

Fare cuocere con la padella coperta per circa mezz’ora, togliere poi il coperchio e continuare la cottura fino al completo assorbimento della birra.

Curiosità sulla birra

Per fare la birra i chicchi di orzo vengono messi in acqua a germogliare, fino a ottenere l’umidità necessaria, e poi a germinare. Si ottiene in questo modo il malto, che viene poi tostato in forno.

La suddivisione cromatica della birra, e la conseguente distinzione in bionda, rossa e scura, dipende dalla maggiore o minore tostatura del malto.

Dopo la tostatura, il malto viene macinato e messo in acqua. Si ottiene così il mosto, che viene portato a ebollizione e poi filtrato; in questa fase si aggiunge il luppolo. Il mosto viene poi fatto raffreddare e quindi fermentare in appositi serbatoi.

Durante la fermentazione si aggiunge il lievito, che provoca la trasformazione del maltosio, contenuto nel composto, in alcol etilico e anidride carbonica.

In base al lievito utilizzato si ottengono birre a bassa o ad alta fermentazione. Dopo la fermentazione, la birra viene lasciata a maturare per alcune settimane in appositi contenitori.

 

Se siete bevitori accaniti, fan sfegatati dell’Oktober Fest o provetti sommellier della birra, questa parte dell’articolo non è per voi, perché alla domanda “quali usi ha la birra?” rispondereste senza esitazione: “Berla!”.

Ma noi vogliamo proporvene altri, perché non vorremmo mai sprecare quella che potrebbe avanzare e darle una seconda opportunità!

La birra è un prodotto ecologico ed economico per la lucidatura dei gioielli. Provare per credere: immergete i vostri bijoux in un catino di birra per una notte intera e la mattina dopo saranno più splendenti che mai.

Se i vostri orti sono invasi dalle lumache, mettere due dita di birra all’interno di un bicchiere di plastica o di vetro interrato: è un ottimo modo per attirarle, come le api sul miele! Le lumache infatti sono molto ghiotte di birra.

Un ulteriore uso alternativo che vi suggeriamo è di sfruttare la birra come smacchiatore per capi di abbigliamento unita all’acqua gassata l’efficacia è assicurata.

Per chi tiene alla cura dei propri capelli, ed è appassionato di capelli voluminosi e lucidi suggeriamo un lavaggio con un po’ di birra a seguito del primo risciacquo con shampoo tradizionale.

Infine vi suggeriamo di utilizzare la birra, soprattutto quella ad alta fermentazione, nell’impasto della pastella per le verdure, renderà la frittura delicata e leggera.

 

Tratto da www.cure-naturali.it
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La Nutella®

La Nutella® è un alimento dolce prodotto dall’azienda Ferrero.

Si tratta di una crema spalmabile a base lipidica, aromatizzata con nocciola e cacao. È un prodotto notoriamente ipercalorico del quale sarebbe buona norma fare un uso sporadico e non sistematico; consumare Nutella® quotidianamente in porzioni considerevoli favorisce infatti l’aumento del tessuto adiposo corporeo e, in associazione ad altri fattori di rischio, può risultare nocivo per la salute.

La nutella®, al pari di molte altre creme spalmabili e snack vari, può essere inserita nella categoria dei cosiddetti junk foods.

Cenni storici

La nutella® nacque come evoluzione del Giandujot – un panetto solido e dolce a base di pasta di nocciole delle langhe, cacao e zucchero – creato nel 1946 da Pietro Ferrero (pasticcere piemontese).
Dopo soli due anni, il Giandujot cambiò sia nome, sia consistenza (più spalmabile), acquisendo il titolo di SuperCrema.
Nel 1964, Michele Ferrero (figlio del noto pasticcere) perfezionò ulteriormente la ricetta e attribuì alla SuperCrema il nome di nutella®, sostantivo ricavato dall’unione del termine inglese “nut” (nocciola) al suffisso “ella” (per conferire un senso di maggior cremosità al prodotto). L’anno successivo nutella® espatriò e conquistò i mercati tedesco e francese, grazie alle notevoli proprietà organolettiche e gustative, oltre che ad un miglior packaging rispetto alla concorrenza.
Nel 1977 nutella® raggiunge l’Australia, dove nei pressi della capitale venne costruito uno stabilimento autonomo col quale allargherà il suo mercato anche ai nuovi continenti.

Ingredienti

Caratteristiche Organolettiche

Ovviamente, il gusto e le proprietà organolettiche della nutella® sono fuori discussione; dopotutto, è incontestabile che si tratti di uno degli alimenti dolci più graditi al mondo.

Tuttavia, sarà davvero un’ottima abitudine consumare nutella® tutte le mattine a colazione? La risposta di molti nutrizionisti è negativa.

Lista degli Ingredienti

Le ragioni sono parecchie ma, per comprenderle tutte fino in fondo, metteremo i lettori in condizione di leggere anche ciò che, di solito, si tende ad ignorare: ingredienti, composizione nutrizionale e porzione raccomandabile di nutella®.

Ingredienti della nutella® (italiana): zucchero (o saccarosio), olio di palma, nocciole (13%), cacao magro (7,4%), latte scremato in polvere (6,6%), siero di latte in polvere, emulsionanti (lecitina di soia) e vanillina.

Tra gli ingredienti della nutella® possiamo notare la presenza di olio di palma. Sebbene, tramite il suo sito internet, l’azienda si sforzi di avvalorare questo tipo di olio, si tratta di un prodotto piuttosto economico, gravato da pesanti problematiche di natura nutrizionale e ambientale.

Sebbene l’azienda non dichiari in etichetta le percentuali esatte di olio di palma, dall’analisi nutrizionale dell’alimento è possibile effettuare una stima approssimativa.

Dai calcoli di Verbraucherzentrale Hamburg, organizzazione tedesca che si occupa di consumi e informazione, è stata sviluppata la seguente immagine, che rende evidente a colpo d’occhio le quantità elevate di zucchero (in basso) e di olio di palma (in alto) presenti nell’alimento.

nutella-composizione

Conservanti e Coloranti

Alimento % Grassi Saturi
Olio di cocco 86,5
Olio di palma 49,3
Nutella 34,5*
Olio di soia 14
Olio di girasole 11,2
Nocciole 7
* calcolati secondo quanto dichiarato nell’etichetta del prodotto (aggiornato in data 5/11/2013)

Leggendo la dicitura “Senza conservanti e coloranti“, il consumatore potrebbe sentirsi in qualche modo “tutelato” dalla qualità compositiva della nutella® .

In realtà, è proprio la combinazione di:

  • scarsissima concentrazione d’acqua (alta densità energetica);
  • presenza di lipidi in maggioranza saturi e ben emulsionati;
  • apporto considerevole di saccarosio;
  • latte e siero in polvere

a rendere la nutella® un vero e proprio “cibo da astronauti”, non attaccabile da muffe e batteri.

 

Struttura nutrizionale della nutella®, porzione raccomandata e GDA*

Composizione nutrizionale della nutella® secondo l’etichetta presente sulla confezione (aggiornata al 5/11/2013):

Valori medi per 100g per porzione (15g) %GDA*
Valore energetico kcal 544 81 4
Valore energetico kj 2273 339 4
Proteine g 6 0.9 2
Carboidrati g 57.3 8.6 3
zuccheri g 56.7 8.5 9
Grassi g 31.6 4.7 7
saturi g 10.9 1.6 8
Fibre alimentari g 3.4 0.5 2
Sodio g 0.045 0.007 0
*GDA = è la quantità giornaliera per un adulto.
Si basa su di una dieta che prevede un apporto medio giornaliero di 2000kcal. Il fabbisogno nutrizionale di un individuo può essere maggiore o minore, a seconda di: sesso, età, attività fisica ed altri fattori.

Sempre in base alle GDA*, Ferrero consiglia una porzione media raccomandabile di nutella® pari a 15g, calorie 81,0, 4%GDA*.
Energia della nutella® nella dieta: per commentare quanto citato in tabella, sarebbe necessario un articolo a sé stante, ma cercheremo di essere diretti e sintetici. Anzi tutto, le GDA* si riferiscono ad una dieta da 2.000kcal, ovvero l’apporto di un adulto sano ed in perfetta salute. Costui (in base al fabbisogno) non pratica attività motoria e, dal punto di vista antropometrico, non sembra essere “un gigante”. A tal proposito, si può notare che, effettivamente, la porzione raccomandabile (15g, ovvero un bel cucchiaio pieno – ciò che serve per ricoprire “generosamente” non più di un paio di fette biscottate) rappresenta solo il 4% dell’energia necessaria giornaliera. Una prima osservazione andrebbe fatta sulla praticabilità della porzione media; 15g sono davvero pochi e due fette biscottate (con un bicchiere di latte) non sono sempre sufficienti a sedare l’appetito di una prima colazione (che segue un digiuno notturno di circa 12 ore), né tantomeno gli attacchi di golosità o sconforto che spesso spingono all’assunzione del prodotto.
Inoltre, per i “veri clienti” della nutella®, ovvero i bambini e i giovani adolescenti (magari sedentari), che presentano fabbisogni energetici ancora più bassi, di quanto dovrebbe essere la porzione raccomandabile? Meglio non saperlo.
Carboidrati semplici e grassi saturi della nutella® nella dieta: la contestazione della porzione raccomandabile prosegue analizzando nel dettaglio la composizione nutrizionale della nutella®. E’ quindi necessario soffermarsi ad osservare due gruppi di molecole ben precise: carboidrati (in particolar modo gli zuccheri semplici) e grassi (soprattutto saturi).
I carboidrati della nutella® sono prevalentemente semplici (disaccaridi), tipo saccarosio e con poco lattosio. Questi, in base alla GDA* dei 15g raccomandati, occupano solo il 9% degli zuccheri semplici totali nella dieta. Tuttavia, in base a quanto citato dai “Livelli di Assunzione Raccomandati di Nutrienti per la popolazione italiana”, su una dieta da 2.000kcal l’apporto di carboidrati semplici dovrebbe essere compreso, al massimo, tra i 53 ed i 64g per l’adulto (10-12% dell’energia totale) e tra gli 80 e gli 85g per i bambini (15-16% dell’energia totale).

A questo punto, il calcolo percentuale dei glucidi semplici contenuti in un’unica porzione di nutella® rispetto al fabbisogno consigliato per una dieta da 2.000kcal, offre un intervallo compreso tra il 14-17% nell’adulto ed il 10,5-11% nel bambino. NON ci sembra quindi corretto il 9% indicato in etichetta.

Aldilà dell’aspetto puramente quantitativo, ricordiamo che l’apporto di monosaccaridi e disaccaridi nella dieta DEVE interessare prevalentemente il fruttosio contenuto nella frutta e negli ortaggi, ed il lattosio del latte e dei latticini; per questo, utilizzando frequentemente la nutella® in dosi generose è verosimile pensare che si possa compromettere l’equilibrio nutrizionale della dieta per eccesso di zuccheri semplici.

Ancora una volta dovremmo chiederci che tipo di impatto dietetico potrebbe avere il consumo quotidiano di 15g di nutella sulla dieta di bambini o giovani adolescenti sedentari che, mediamente, hanno un apporto energetico inferiore alle 2.000kcal. Tutti i lettori sapranno già quali siano le conseguenze di un eccesso di saccarosio nella dieta; per ricordarne alcuni: carie dentaria, alterazioni glicemiche, ipertrigliceridemia, sovrappeso ecc.
Il discorso è analogo per quel che riguarda i grassi contenuti nella nutella®. L’analisi chimica dei lipidi dovrebbe essere molto più articolata di quanto segue ma, in assenza di dati più precisi, ci limiteremo a commentare solo la frazione satura (quella NON salutare) degli acidi grassi totali.

Precisiamo fin da ora che i grassi contenuti nella nutella® sono eccessivi ed anche l’utilizzo esclusivo della porzione raccomandata non facilita il mantenimento di una dieta sana ed equilibrata. Detto questo, in base alla tabella, la quantità di lipidi saturi contenuti nei 15g di porzione (1.6g) è stimata all’8% delle GDA*.

Secondo quanto citato nei “Livelli di Assunzione Raccomandati di Nutrienti per la popolazione italiana”, gli acidi grassi saturi non dovrebbero superare il 10% dell’energia complessiva, opportunamente contestualizzati nel 25-30% dei lipidi TOTALI.

Ciò significa che, in una dieta da 2.000kcal, i grassi energetici totali dovrebbero essere compresi tra i 55.6 e i 66.7g/die, mentre quelli saturi NON dovrebbero superare i 22.2g/die. I conti questa volta tornano rispetto alle GDA dell’etichetta, ma non è tutto qui! E’ ben noto che i lipidi saturi rappresentano una componente tipica degli alimenti di origine animale; ciò significa che, in linea teorica, il loro apporto nella dieta dovrebbe essere regolato dall’assunzione di latte e derivati, carne, uova e pesce. Secondo la logica della dietetica, questi ultimi alimenti sono indispensabili al raggiungimento delle quote di: ferro, calcio, fosforo, vitamine idrosolubili del gruppo B e liposolubili (A e D), nonché delle proteine ad alto valore biologico.

E’ quindi logico pensare che NON sia corretto “aggiustare” l’apporto totale dei lipidi saturi riducendo le porzioni di questi alimenti per favorire l’assunzione di nutella®. Ciò è tanto vero per l’adulto, quanto (e ancor di più) in riferimento ai bambini ed ai giovani adolescenti. D’altro canto, ignorare l’apporto dei grassi saturi o anche solo di quelli totali nella dieta potrebbe avere conseguenze di: ipercolesterolemia ed incremento ponderale della massa grassa.
Ricordiamo sempre che quanto descritto fa riferimento esclusivo alla porzione raccomandata (1 cucchiaio generoso) di nutella®; incrementandola (comportamento ampiamente diffuso), lo squilibrio nutrizionale aumenterebbe ulteriormente.

 

Nutella® VS altre creme spalmabili

Nutella® è di certo un “mito” italiano; al suo consumo è attribuito un vero e proprio fenomeno sociale. Ciò non toglie che la “perla” di casa Ferrero stenti a reggere il confronto con altre creme spalmabili di concorrenza. Vediamo perché.
Tra le materie prime di composizione delle creme spalmabili dovrebbero prevalere: nocciole, cacao e burro di cacao.
Come abbiamo citato nei paragrafi precedenti, nella nutella® compare una voce piuttosto vaga: olio vegetale. Essendo il burro di cacao un grasso piuttosto pregiato (e costoso), utilizzarlo nella formulazione di una crema spalmabile avrebbe come logica conseguenza la relativa citazione in etichetta; ma così non è per la nutella®. A dirla tutta, non è che dal punto di vista chimico (e metabolico) l’uno e l’altro ingrediente si differenzino in maniera sostanziale; anzi, alcuni oli vegetali possiedono un rapporto di acidi grassi migliore di quello del burro di cacao stesso. L’unico problema risiede nel fatto che non si è in grado di stabilire la reale salubrità della nutella poiché non se ne conosce il quantitativo di acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi, e soprattutto l’eventuale metodo di raffinazione/lavorazione applicato alla materia prima oleosa.
D’altro canto, la percentuale di nocciole contenute nella nutella® è invece ben chiara; confrontandola con quella di altre creme spalmabili di concorrenza (quelle più rinomate) la nutella delude parecchio, con uno scarto del -32% rispetto al best gamma (che eviteremo di citare).
Anche la quantità di zucchero aggiunto rappresenta un elemento discriminante. Ricordiamo che un’eccessiva percezione del dolce negli alimenti tende a “mascherare” altri sentori potenzialmente carenti o poco gradevoli. La nutella® è tra le creme spalmabili che più ne contiene (>50% del peso complessivo) ed un motivo c’è di sicuro. Sorge il dubbio che la potenza di marketing (a dir poco colossale) della Ferrero possa compensare in maniera più che soddisfacente la concorrenza qualitativa di altri marchi, dimostrando (haimé) l’ignoranza del consumatore medio.

Ovviamente, nella comparazione delle creme spalmabili escludiamo volutamente la variabile del “prezzo” (non pertinente all’obbiettivo della lettura); di questi tempi, si sa, meglio “stringere la cinta” e, a suo vantaggio, la nutella® non rappresenta il prodotto più costoso in commercio, tutt’altro! Rispetto ai nuovi prodotti qualitativamente superiori, nutella® fa risparmiare quasi la metà sul prezzo finale.
Come dire, Ferrero la sa lunga! Con un prodotto che si adattava perfettamente alla domanda commerciale degli anni ’60 continua a prevalere sul mercato. Utilizzando materie prime tendenzialmente meno pregiate rispetto ai nuovi prodotti concorrenti più rinomati (e costosi), l’azienda leader ha saputo investire sul consolidamento del marchio penetrando nelle abitudini degli italiani al punto da non avere più bisogno di reggere il confronto con le aziende rivali. Per sintetizzare l’influsso che nutella® ha ottenuto sulle ultime generazioni, basti pensare che in una nota statistica è stata citata tra alcune delle “ragioni di vita!”

 

 

Tratto da http://www.my-personaltrainer.it/alimentazione/nutella.html
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Darwin e alimentazione biologica

da “L’origine delle specie”, 1858, cap. IV

“…poichè l’uomo può ottenere, e certamente ha ottenuto, grandi risultati con la sua opera di selezione […], che cosa non può fare la selezione naturale? l’uomo può agire solo sui caratteri esterni e visibili; la Natura, se mi si consente di personificare con questo nome la conservazione naturale o sopravvivenza del più adatto, non tiene conto alcuno delle apparenze, a meno che non siano utili a qualche individuo. Essa può agire su ogni organo interno, su ogni ombra di differenza costituzionale, sull’intero meccanismo della vita. L’uomo seleziona soltanto in vista del proprio vantaggio; la Natura soltanto per il vantaggio dell’essere cui rivolge le sue cure. Ogni carattere selezionato è tenuto in piena attività dalla natura, come è implicito nel fatto stesso dell’essere stato selezionato. L’uomo raccoglie in uno stesso paese esseri nati sotto climi diversi; raramente egli esercita ciascun essere selezionato in modo peculiare ed appropriato. Nutre con gli stessi cibi tanto i colombi a becco lungo quanto quelli a becco corto; non sottopone a diversi esercizi un quadrupede dalla groppa lunga o dalle lunghe gambe; ed espone allo stesso clima gli ovini a vello lungo e quelli a vello corto. Non permette ai maschi più vigorosi di lottare per il possesso della femmina. Non distrugge rigorosamente tutti gli animali di qualità inferiori, ma, per quanto è in suo potere, protegge tutti i suoi prodotti nel corso mutevole delle stagioni. Egli spesso comincia la selezione da forme semimostruose, o per lo meno con modificazioni abbastanza appariscenti da attirare la sua attenzione o da presentare un evidente vantaggio per lui. In natura la più lieve differenza di struttura o di costruzione può rovesciare la ben equilibrata bilancia della lotta per l’esistenza, e così essere conservata. Quanto fuggevoli sono i desideri e gli sforzi dell’uomo? Quanto breve è il tempo in cui egli dispone! E di conseguenza quanto sono miseri i risultati della sua opera, al confronto di quelli accumulati dalla natura nel corso di interi periodi geologici! È dunque lecito meravigliarsi che i prodotti della natura abbiano un carattere più genuino di quelli dell’uomo, che essi siano infinitamente più adatti alle tanto complesse condizioni della vita, e che portino l’impronta di un magistero assai più perfetto?”

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