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Acqua

L’acqua è un bene prezioso in natura e per la nostra vita. Quanto prezioso? Basti sapere che il corpo umano può sopravvivere fino a 10 settimane senza cibo, ma senza acqua la nostra vita si spegne nel giro di pochi giorni.

Il nostro corpo è infatti costituito per la maggior parte proprio dall’acqua: il 60% del nostro peso è dato dall’acqua (addirittura nei neonati il 77%). Per verificare lo stato di idratazione del nostro corpo basta ‘pizzicare‘ un braccio e vedere in quanto tempo la pelle torna ad essere ben tesa. Come per gli alimenti, esistono quantità raccomandate di acqua da consumare quotidianamente e la Società Italiana di Nutrizione Umana ha inserito per la prima volta l’acqua tra i Nutrienti elencati nella revisione dei livelli di assunzione raccomandati di energia e nutrienti (Larn) relativi al 2012.

E allora scopriamo che ogni giorno, indicativamente, gli uomini devono bere 2500 ml, le donne 2000 ml e i bambini 1500 ml. Fonte di acqua sono non solo le bevande ma anche gli alimenti, soprattutto la frutta e la verdura. Attraverso uno stile alimentare tradizionale, ciascuno di noi si assicura, grazie agli alimenti, circa 500-700 ml di acqua e, grazie alle bevande, circa 800-1500 ml di acqua.

Importante è bere non solo quando se ne sente il bisogno poiché il senso di sete è controllato dall’ipotalamo, ma questa Ghiandola del cervello non è un indicatore sempre affidabile e a volte può scattare in ritardo. Perciò, bisogna imparare a bere regolarmente durante la giornata, anche quando si crede di non averne bisogno. Ma perché l’acqua è così importate?

L’acqua garantisce il corretto svolgimento di una serie di funzioni fondamentali: essendo un solvente ha, ad esempio, la funzione di sciogliere e trasportare i principi nutritivi in tutte le cellule; è importantissima per garantire la regolazione della temperatura corporea attraverso la sudorazione; contribuisce all’eliminazione delle scorie attraverso l’urina.

Ha inoltre una funzione di proteggere alcuni organi delicati come gli occhi, l’orecchio interno e il cervello che sono infatti ricchi d’acqua, o circondati da acqua oppure posati su un cuscinetto d’acqua. In generale, tutti i sistemi del nostro corpo – circolatorio, urogenitale, respiratorio, digestivo, e persino il sistema nervoso – sono in contatto con l’acqua.

L’acqua è fondamentale anche nel sangue, non solo perché è il principale elemento del plasma (la componente liquida del sangue), ma anche perché ha l’importantissima funzione di regolare il volume del Sangue e la sua fluidità: un corpo notevolmente disidratato ha il sangue più denso e, di conseguenza, la circolazione rallentata. Si evince facilmente che mantenere il giusto livello di acqua è fondamentale per far funzionare bene il nostro corpo e che la sua carenza può portare a debilitazioni anche gravi.

L’acqua è quantitativamente il componente predominante dell’organismo umano: infatti rappresenta circa il 60% del peso di un individuo adulto. Tale percentuale è maggiore nell’infanzia (alla nascita è circa il 77% del peso corporeo), e diminuisce progressivamente con l’età e/o con l’aumentare dei depositi adiposi.

Il metabolismo dell’acqua è strettamente legato a quello del sodio. L’acqua viene introdotta con gli alimenti e le bevande. È un nutriente essenziale, poiché la quantità di acqua prodotta con il metabolismo non è sufficiente a coprire il fabbisogno giornaliero. L’acqua è coinvolta in una serie di funzioni, e precisamente: è il solvente delle reazioni metaboliche, regola il volume cellulare e la temperatura corporea, permette il trasporto dei nutrienti e la rimozione delle scorie metaboliche.

Conosciamo abbastanza le sue caratteristiche e proprietà? Sappiamo quale sia la dose giornaliera di acqua di cui abbiamo bisogno? Tante piccole, grandi curiosità legano l’acqua alla nostra salute: scopriamone alcune.

  • Bere bene è importantissimo. Per soddisfare le necessità quotidiane dell’organismo, un adulto deve bere almeno 1,5 litri di acqua oppure calcolare 30-35 ml di acqua ogni kg di peso corporeo, comunque nell’adulto un apporto giornaliero di acqua pari a 1 ml/kcal di energia spesa permette di bilanciare le perdite insensibili attraverso i polmoni e la pelle. Tutto questo in condizioni di normalità ma in caso di febbre, vomito o diarrea ma anche di caldo o permanenza a lungo in luoghi affollati bisogna aumentare il quantitativo idrico di almeno 300-500 cc al giorno. Anche durante l’esecuzione di attività fisica si può aumentare la raccomandazione fino a 1,5 ml/kcal.
  • Il bambino è particolarmente a rischio di carenza di acqua, per via della maggior quantità di acqua corporea per unità di peso, del turnover più veloce dell’acqua corporea e della ridotta capacità dei reni ad eliminare il carico di soluti derivante dalle proteine. Pertanto si raccomanda un apporto di 1,5 ml/kcal di energia spesa, che tra l’altro corrisponde al rapporto acqua/energia del latte materno e delle formule pediatriche.
  • La gravidanza è caratterizzata da un aumento delle necessità di acqua per soddisfare il fabbisogno del feto e del liquido amniotico; tale incremento è di circa 30 ml/die. A fine gravidanza, l’acqua corporea totale è infatti stata aumentata di oltre 8 litri. Durante l’allattamento si richiede un aumento molto significativo dell’apporto di acqua poiché produce in media 750 ml/die di latte che é costituito da acqua per l’87%.
  • Particolare attenzione deve essere rivolta al soddisfacimento del fabbisogno di acqua nell’anziano, specie quando lo stimolo della sete è attenuato e/o quando non può essere soddisfatto autonomamente.
  • L’acqua gassata è particolarmente ricca di anidride carbonica. Talvolta le sue famose bollicine rappresentano una caratteristica di origine naturale (è il caso dell’acqua effervescente che sgorga da alcune sorgenti), ma in genere si tratta di una peculiarità ottenuta per via artificiale. In quest’ultimo caso, la frizzantezza è dovuta all’aggiunta di biossido di carbonio (detto anche CO2, anidride carbonica o E290). Al pari di quella minerale e di quella potabile l’acqua gassata è priva di calorie. Aldilà delle sue caratteristiche organolettiche che possono risultare più o meno gradevoli, le bollicine stimolano i recettori del gusto dando una maggiore sensazione di freschezza al palato. È questo il motivo per cui molte persone la ritengono più dissetante dell’acqua comune, anche se in realtà tale effetto è solo temporaneo.
Tratto da www.paginemediche.it
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Le Piante delle feste: Agrifoglio

Pianta natalizia per eccellenza, è uno dei migliori addobbi per decorare le ghirlande di casa con le sue coloratissime bacche rosse. Meno note però le sue straordinarie proprietà mediche.

Come riconoscerlo: foglie spesse e resistenti di colore verde scuro, con un contorno più chiaro e acuminato. I suoi frutti rossi risaltano per contrasto.

Proprietà: astringente e diaforetica (favorisce la sudorazione), diuretica, espettorante (favorisce l’espulsione del catarro bronchiale), febbrifuga, lassativa. Il succo delle foglie fresche, in infuso, è utilizzato per trattare l’ittero e abbassare la febbre. La radice, invece, raccolta in autunno, è utilizzabile come diuretico.

ATTENZIONE!!! Le bacche sono tossiche, soprattutto per i bambini, e non devono essere ingerite in alcun modo se non sotto la supervisione del medico.

Nel vostro giardino: per capire le sue nobili origini, basti sapere che, grazie proprio all’agrifoglio, anche le famiglie più povere potevano permettersi di avere delle belle decorazioni per le loro case. E’ un albero che può arrivare fino a 20 metri. Si adatta benissimo a tutte le temperature, a meno che non abitiate in posti con temperature bassissime, consigliando in questo caso di coprirlo con un telo per proteggerlo. Volendo potete piantare l’agrifoglio anche in vaso, ovviamente in maniera ridotta ma riuscendo in tal modo a tenerlo sempre a portata di mano. Periodo perfetto per la sua messa a dimora è l’inverno.

Significato: Siete invitati a casa di amici durante le feste natalizie? Sappiate che regalare un agrifoglio è simbolo di fortuna e forza.

Come usarlo?

DECOTTO PER ABBASSARE LA FEBBRE

Utile per abbassare subito i ricorrenti sintomi febbrili invernali.

INGREDIENTI: 3 g di corteccia essicata; 100 ml di acqua; un colino.

COME: la preparazione consiste nel fare un rapido decotto immergendo la corteccia essiccata in acqua fredda, da portare poi ad ebollizione per 10 minuti. Laciate raffreddare e filtrate il tutto servendovi di un colino. Se il sapore risulta troppo amaro, potete dolcificare con la stevia o sciroppi di agave, riso o miele.

QUANDO: bevete 2-3 tazzine al giorno di questa “pozione miracolosa”.

 

TINTURA VINOSA

Un’altra soluzione per combattere i sintomi delle malattie invernali.

INGREDIENTI: 15 g di corteccia; 100 ml di vino rosso.

COME: l’effetto è il medesimo del decotto, ma questo preparato consiste in una tintura vinosa. Premettiamo che scegliere una più elevata gradazione alcolica facilita la conservazione della stessa tintura. Lasciate quindi macerare il liquido amalgamato alla corteccia per 10 giorni, dopodichè sarà subito pronto all’uso.

QUANDO: assumete 20-30 gocce al giorno di preparato e conservate il composto in luogo fresco e in bottiglie di vetro scuro. Da consumare preferibilmente nel giro di qualche settimana.

 

CREMA ANTICELLULITE

Grazie alle sue proprietà, l’agrifoglio si rivela anche un grande alleato contro questo antiestetico problema.

INGREDIENTI: olio essenziale di agrifoglio (dissolve i depositi adiposi); fondi di caffè (funzione drenante); una ciotola; pellicola trasparente.

COME: per prima cosa bisogna recuperare i fondi di caffè da una qualsiasi moka che avete in casa. Mescolate poi nella ciotola i fondi di caffè con l’olio essenziale fino ad ottenere un impasto abbastanza omogeneo. Eseguite un semplice impacco sulle zone maggiormente colpite dall’inestetismo.

QUANDO: dovete massaggiare energicamente la crema ottenuta in modo da riattivare la circolazione; poi avvolgete la zona trattata con la pellicola trasparente. Lasciate in posa 20 minuti, poi sciacquate con acqua fredda. Per raggiungere un buon risultato ripetete il trattamento almeno una volta a settimana.

 

Fonte BioMagazine – dicembre 2015
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Cosa prendo a colazione?

Ieri ho condiviso con voi la colazione di Laura e questo mi ha fatto tornare alla mente la domanda che mi viene posta più di frequente: “Cosa posso mangiare a colazione?”.

Tutti sappiamo più o meno bene cosa ci deve essere a tavola a pranzo e a cena, ma quello che non deve mancare la mattina appena svegli spesso ci sfugge. In moltissime occasioni ho ripetuto che la colazione è il pasto più importante della giornata e deve essere composto di tutti i nutrienti: non devono mancare carboidrati, proteine e grassi e nemmeno una bella carica di vitamine e sali minerali.

Così oggi vi propongo questo semplice articolo che, per iniziare, ci dà facili spunti per creare una colazione nutriente e veloce!

In diverse occasioni abbiamo visto come sia importante fare una prima colazione corretta e salutare proprio per proteggere la salute e garantirsi energia per tutto il giorno.

Lo scopo di una buona colazione è fare incetta di vitamine e minerali, consumare meno grassi per mantenere il colesterolo basso evitando così di incorrere in patologie cardiovascolari, controllo del peso e garantirsi energia e concentrazione a lungo termine

La colazione è il pasto più importante della giornata, saltarlo oppure consumare brioche e caffè al volo garantisce il classico languorino di metà mattina o peggio l’assalto al pranzo.

Saltare la colazione abbassa i livelli di zucchero nel sangue e questo predispone ad accaparrarsi la prima cosa dolce che ci capita davanti. Non va bene neanche la classica colazione all’inglese, uova fritte e pancetta, troppo grassa.

Ma allora cosa bisogna consumare a colazione senza fare il pieno di grassi e calorie e per garantirsi energia a lungo termine?

Ecco le scelte più salutari:

Prima di tutto se non si ha tempo meglio alzarsi 15 minuti prima al mattino, sono 15 minuti dedicati alla vostra salute, per consumare con calma la vostra colazione sana.

Farina d’avena, mirtilli, yogurth, semi di lino, oppure cereali integrali con latte di soia o yogurt magro per una colazione leggera, ma energetica. Non usate zucchero, ma sciroppo d’agave o d’acero che hanno un basso indice glicemico e tante vitamine e minerali.

E che ne dite di un bel succo di pompelmo con una fetta di pane tostato con burro di mandorle ed un bel caffè?

Se state cercando di perdere peso potete optare per una colazione proteica con i pancake alla crusca d’avena con marmellata senza zucchero ed un bel caffè

Un pasto sano a prima mattina comprende fibre, quindi frutta e cereali integrali ad esempio, proteine, yogurt o latte vegetale e caffè o the. In questo modo farete scorta di fibre e vitamine.

 

COSA MANGIARE A COLAZIONE?

La frutta: un ottimo alimento da consumare a colazione. Fornisce vitamine, antiossidanti, fibre e aiuta il ripristino delle riserve glucidiche. Non affatica l’apparato digerente e stimola il processo di detossificazione dell’organismo che durante la notte raggiunge i massimi livelli.Il succo di frutta: dissetante, ricco di antiossidanti e minerali rappresenta un ottima scelta per la prima colazione. Attenzione però a non confonderlo con le bibite zuccherate povere di frutta e ricche di coloranti, conservanti, zucchero e derivati. Cercate bene tra gli scaffali del supermercato e probabilmente troverete succhi al 100% senza zucchero aggiunto.Il pane integrale con marmellata: ricco di fibre associa agli amidi gli zuccheri semplici della marmellata. Un mix vincente che fornirà un rilascio costante di energia durante la mattinata

Una manciata di frutta secca: con proteine e acidi grassi essenziali è molto utile per bilanciare la colazione nella ripartizione dei macronutrienti e per tenere sotto controllo il colesterolo.

Latte e yogurt: forniscono calcio, proteine, fermenti lattici e il giusto quantitativo di grassi.

Cioccolato fondente: solo per i golosi che se lo meritano (cioè per chi segue un regolare programma di attività fisica) 50 grammi di cioccolato fondente extra forniscono ferro, fosforo, potassio, metilxantine e una buona dose di antiossidanti senza esagerare con le calorie. Ricordate che i l mattino è il momento migliore per assumere dolci, la sera il peggiore, ma non esagerate!

 

fonti www.wellnesseperformance.blogosfere.it/, www.my-personaltrainer.it

 

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La lecitina di soia

Ecco qui la risposta ad un vostro interrogativo.

In particolare oggi rispondiamo a Lucia e cerchiamo di chiarire le idee sulla lecitina di soia. Lucia ci chiede che cosa sia e perchè non sia sempre presente nelle tavolette di cioccolato.

Con il termine lecitina si indica una sostanza dalla capacità emulsionante (che rende cioè miscelabili sostanze che normalmente non lo sono) presente naturalmente nel nostro corpo, dove svolge un’azione di pulizia dei vasi sanguigni rimuovendo i grassi che vi si accumulano, ed è costituita da varie sostanze nutritive e dalle notevoli proprietà benefiche; la più conosciuta è la lecitina di soia, ma è presente in vari alimenti, e principalmente nelle leguminose, nei cereali integrali e nel tuorlo d’uovo.

La lecitina appartiene alla famiglia dei fosfolipidi e grazie alla presenza del gruppo fosforico, che rende una parte della molecola idrofila, ha come proprietà principale quella di legare all’acqua gli acidi grassi: in tal modo, tramite queste proprietà le lecitine possono essere impiegate come emulsionante, per questo è ampiamente utilizzata nell’industria alimentare per la preparazione di creme, budini, salse, gelati, etc. e come ingrediente anche in campo cosmetico.

La lecitina di soia contiene anche importanti minerali come calcio, ferro e fosforo; è quasi nullo il suo contenuto proteico mentre sono presenti acidi grassi, in particolar modo l’acido linoleico; è anche ricca di omega-3 e omega-6 e di sostanze come colina e inositolo.

Grazie alla sua composizione, inoltre, la lecitina di soia è rinomata per la sua potente azione di contrasto al colesterolo in eccesso; essa, infatti, favorisce il trasporto dei grassi nel sangue trasportando il colesterolo verso il fegato dove, attraverso la bile, viene assorbito o espulso tramite le feci.

Nelle persone a dieta la lecitina permette un miglioramento del metabolismo corporeo, favorendo anche le funzioni cerebrali.

Chi soffre di colesterolo alto e limitata  funzionalità epatica, può assumere degli integratori di lecitina; viene usata anche per il trattamento del surmenage psicofisico, anche se non sembra particolarmente efficace.

In cucina la lecitina di soia può essere impiegata in granuli per condire le pietanze oppure può essere assunta come integratore in capsule. Sfruttando le sue proprietà emulsionanti, inoltre, può essere usata come addensante per creme e farciture.

Bisogna prestare attenzione quando si assume lecitina perché tra le sue controindicazioni c’è la possibilità di sviluppare nausea, diarrea, perdita di appetito e disturbi allo stomaco, ma solo se assunta in grandi quantità, per questo si consiglia di non superare i 2,5-3 gr al giorno. Fare comunque attenzione se si è in gravidanza o allattamento.

ECCO PERCHE’ E’ PRESENTE NEL CIOCCOLATO

Un appassionato di cioccolato, o anche un semplice goloso, dovrebbe quantomeno conoscere a fondo gli ingredienti normalmente presenti in ogni tavoletta. Ma spesso non è così. Ben poche persone sono in grado di elencare correttamente gli ingredienti classici di un fondente, e ancora meno sono coloro che hanno specifiche conoscenze sulle singole sostanze. La lecitina è presente nella grande maggioranza delle tavolette, ma… a cosa serve? Cos’è esattamente? Perché alcuni cioccolati ne fanno a meno? Si ricava sempre dalla soia? In questo articolo vedremo di fare chiarezza su questo ingrediente e di rispondere quindi a tali domande.

Iniziamo a vedere perché la lecitina viene utilizzata non solo nel cioccolato ma anche in altri alimenti. A volte sull’etichetta stessa delle tavolette viene indicata la sua funzione di emulsionante; una sostanza prende questo nome quando ha la capacità di amalgamare tra loro ingredienti con caratteristiche diverse, tipicamente sostanze grasse con altre non grasse. Nel caso del cioccolato il grasso è fortemente presente, costituito dal burro di cacao e, per i prodotti al latte, anche dai grassi del latte stesso. Il cioccolato in pratica è un’emulsione in cui le particelle di cacao sono sospese nei grassi del burro di cacao.Le sostanze lipidiche sono restie ad unirsi a certe altre sostanze, soprattutto se acquose; nel nostro caso quindi il burro di cacao per sua natura incontrerebbe molte resistenze ad amalgamarsi con gli altri costituenti della tavoletta se non intervenisse un emulsionante a dare il suo prezioso contributo. Una migliore emulsione implica a sua volta un altro vantaggio: la viscosità dell’impasto si riduce e la fluidità aumenta, facilitandone la lavorazione e di conseguenza abbassando i costi di produzione. La lecitina ha inoltre la capacità di ritardare e/o ridurre l’affioramento del burro di cacao, detto fioritura, che si può avere in tavolette vecchie o mal conservate.

Ma la lecitina ha anche un’altra importante funzione nella lavorazione del cioccolato: aiuta ad eliminare le bolle d’aria. Nella fase finale della sua lavorazione, il cioccolato liquido viene colato negli stampi dove, raffreddandosi, si solidificherà; al momento della colatura l’impasto può contenere piccole bolle d’aria, che devono preferibilmente essere eliminate prima di lasciare che il prodotto solidifichi. La presenza della lecitina favorisce l’uscita delle bolle dal cioccolato liquido.

Leggete sempre gli ingredienti di una tavoletta, non dateli mai per scontato, e fateci caso: in genere i cioccolati che non contengono lecitina hanno un numero maggiore di bolle d’aria, riscontrabili come piccoli buchi nella tavoletta. Parliamo comunque di qualche unità di bolle-buchi, non certo di cioccolati-groviera. Per esaminare al meglio la loro presenza in una tavoletta conviene osservarne il retro e la sezione di rottura, dove viene spezzata.

Sempre per eliminare l’aria viene comunque adottato anche un altro accorgimento, consistente nel far vibrare velocemente gli stampi appena riempiti, dato che le vibrazioni aiutano a far salire l’aria in superficie e quindi ad uscire .

Due contributi importanti, pertanto, vengono dalla sostanza emulsionante. Eppure alcuni produttori di cioccolato, anche se una minoranza, scelgono di farne a meno. Senza l’aiuto della lecitina l’unione della parte grassa con quella secca risulta più difficile, ma comunque possibile; vorrà dire che occorrerà mescolare più a lungo gli ingredienti, magari con maggiore vigore e/o a temperatura maggiore. Spesso si ricorre anche ad un’ulteriore piccola aggiunta di burro di cacao, che ammorbidisce l’impasto e ne facilita il rimescolamento. Queste soluzioni comportano comunque una lavorazione più lunga o maggiore uso di burro di cacao, in entrambi i casi con costi maggiori, e non a caso è in genere chi punta alla qualità e non al risparmio ad optare per la rinuncia di un emulsionante.

La lecitina è comunque insapore, non ha quindi alcun impatto dal punto di vista aromatico; inoltre la quantità necessaria a svolgere i suoi compiti nel cioccolato è bassissima, dell’ordine dello 0,3-0,5% della tavoletta. Usarla o meno è solo una scelta del produttore, in base ai costi di produzione ed al prodotto che si vuole ottenere.

Entriamo brevemente nella chimica per capire come la lecitina riesca a far andare d’accordo componenti grasse con parti non grasse. Le sue molecole hanno due distinte estremità aventi caratteristiche diverse: una, detta lipofila, è in grado di legarsi alle molecole dei grassi, mentre l’altra, detta idrofila, si combina facilmente con acqua e altre sostanze. In questo modo grassi e sostanze non grasse riescono ad unirsi e quindi a mescolarsi. Questo aiuta le particelle di grasso a disperdersi nella sostanza che le ospita invece di formare grumi.

Ma da dove viene la lecitina? Come prima cosa occorre sapere che il termine lecitinaidentifica non una sola sostanza ma un gruppo di composti presenti in ogni organismo vivente in quanto costituenti della parete delle cellule. Per essere usata nell’industria lalecitina viene ricavata soprattutto dalla soia o dal rosso d’uovo e miscelata con olio. La composizione e quindi le caratteristiche di questi due prodotti sono però differenti e per il cioccolato si usa quasi esclusivamente quella di soia (in rarissimi casi ho visto usare anche quella di girasole). Si tratta quindi di una sostanza del tutto naturale, tanto che viene venduta anche al dettaglio come una sorta di integratore alimentare (è utile in particolare al cervello ed al sistema cardiovascolare). Se ne può consumare in grande quantità senza problemi.

Quando l’etichetta indica che il cioccolato è privo di OGM (Organismi Geneticamente Modificati) tale indicazione si riferisce esclusivamente alla lecitina di soia, in quanto dei vari ingredienti di una tavoletta l’unico che attualmente può avere subìto modifiche genetiche è proprio la soia, e di conseguenza la lecitina che se ne ricava.

A proposito di etichetta, la lecitina ha, per così dire, anche un sinonimo; può infatti essere indicata con la sigla E322. Sulle tavolette di cioccolato non è obbligatorio indicare il tipo di lecitina usata, su alcune possiamo comunque trovare scritto esplicitamente “lecitina di soia”, mentre su altre semplicemente “lecitina”, lasciando così sconosciuta la sua origine. Tale ingrediente può essere consumato da tutti i gruppi religiosi nonché dai vegetariani e dai vegani.

Un’ultima nota storica. La produzione commerciale di lecitina probabilmente iniziò in Germania nel 1923, ma fu nel 1930 che si iniziò ad utilizzarla nel cioccolato. In Italia, sembra che il primo ad usarla in ambito cioccolato sia stato Michele Ferrero nel 1949 per migliorare la Supercrema, storica antenata della Nutella.

Il cioccolato, ora, ha un segreto in meno. A voi la scelta, adesso consapevole, se nella vostra tavoletta la lecitina debba esse presente o meno.

Lucia, hai le idee più chiare ora?

fonti www.lacredenzadimerlino.it, www.tuttogreen.it
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Il latte

Una delle domande che mi viene fatta più di frequente è: “E’ vero che fa male bere il latti da grandi?”

Riporto qui un articolo di Andrea Strata (Nutrizione Clinica, Università di Parma) pubblicato sulla rivista AP&B di settembre 2015 della Nutrition Foundation of Italy che chiarisce ogni dubbio in merito.

 

Il latte è un componente fondamentale dell’alimentazione per quasi tutta la popolazione mondiale. Oltre al latte di per sé, panna, burro, formaggio, yogurt (e altri latti fermentati) fanno parte della dieta di milioni di uomini, donne e bambini.

La valenza nutrizionale della materia prima e dei suoi derivati è stata negli anni posta in discussione, rilevando non soltanto la sempre più vasta diffusione dell’intolleranza allo zucchero del latte (lattosio) che ne ostacola la digeribilità, ma anche il possibile ruolo negativo associato all’assunzione dei grassi del latte (e dei suoi derivati). Di recente, però, un’accurata revisione della letteratura più aggiornata ha permesso di chiarire alcuni punti controversi, come riassunto anche in questa breve review.

Alla luce delle osservazioni più recenti, latte e derivati devono essere considerati elementi della dieta in grado di incidere positivamente sul rischio di alcune patologie croniche. Assumerebbero perciò una funzione di difesa della salute intesa, secondo l’OMS, come “tutela dello stato di benessere fisico e psichico”. Questi effetti direttamente positivi trovano la loro radice nel consumo regolare di latte e derivati fin dall’infanzia e si riverberano positivamente soprattutto nella cosiddetta “età di mezzo”, cruciale per la comparsa di alcune malattie cronico-degenerative, nei confronti delle quali proprio l’assunzione regolare e bilanciata di prodotti lattiero-caseari svolgerebbe una funzione protettiva non secondaria.

D’altro canto, basta considerare la composizione (Tab. 1) del latte vaccino per cogliere la varietà e la positività degli elementi costitutivi di questo alimento, tali da giustificare gli effetti benefici rilevati per un consumo abituale, anche dei suoi principali derivati, soprattutto yogurt, altri latti fermentati, formaggi.

TabLatte

Il controllo ponderale

Le osservazioni sul rapporto tra assunzione di calcio e vitamina D, soprattutto se contenuti in latte e derivati, e riduzione ponderale non sono di oggi. Sono recenti invece le evidenze che associano l’assunzione delle proteine del latte (e dei suoi derivati) con effetti favorevoli sulla riduzione della massa adiposa, anche a livello viscerale sia in soggetti sani, sia in sovrappeso/obesi. Oltre alla caseina, le altre proteine presenti nel siero del latte agiscono 7 attraverso vari meccanismi, tra i quali si segnala la riduzione dell’appetito e lo stimolo del senso di sazietà.

Ricordiamo che il dimagramento (inteso come perdita di massa grassa), in particolare a carico della massa adiposa viscerale, rappresenta l’intervento prioritario anche per la prevenzione/ controllo di patologie: dal diabete, alla sindrome metabolica, dalle iperdislipidemie, all’ipertensione, alle cardiovasculopatie spesso correlate/ conseguenti.

Più in dettaglio, sono da citare alcune evidenze di studi clinici: per esempio, le proteine del siero di latte, assunte prima di un pasto, stimolano il rilascio di insulina e riducono le fluttuazioni della glicemia post-prandiale in giovani sani, ma soprattutto in diabetici di tipo 2 alimentati con un pasto-test a base di pane e patate, cioè ad alto indice glicemico (IG). In questi soggetti la riduzione della risposta glicemica è stata del 20% circa rispetto a controlli che non avevano assunto le proteine: una diminuzione percentuale simile a quella che si ottiene con le sulfaniluree.

Gli oligosaccaridi

Nel latte umano sono presenti sostanze potentemente bioattive: gli oligosaccaridi, formati da un nucleo di lattosio (lo zucchero del latte), che si lega ad altre molecole (il fucoso o N-acetilglucosamina e l’acido sialico). Da questo legame emergono gli effetti determinanti che il latte materno ha sullo sviluppo sia del microbiota intestinale, sia del sistema immunitario del lattante, oltre che sullo sviluppo della capacità, da parte della mucosa intestinale, di contrastare l’attacco dei batteri.

La presenza di oligosaccaridi analoghi a quelli contenuti nel latte umano è stata peraltro rilevata anche nel latte bovino, in maggior concentrazione, come ci si può attendere, nel colostro. La loro concentrazione nel latte progressivamente si riduce. Ed è per questo che l’industria lattiero- casearia sta mettendo a punto le tecnologie in grado di isolare, concentrare e rendere disponibili in quantità sufficiente questi ingredienti funzionali anche nel latte vaccino destinato al consumo umano abituale.

Questo perché gli oligossaccaridi hanno funzione prebiotica: stimolano cioè la crescita di bifidobatteri e lattobacilli ( cioè di “probiotici”), in grado di contrastare la flora batterica intestinale potenzialmente dannosa, in quanto inducono, nell’intestino, la creazione di un ambiente acido sfavorevole alla proliferazione di clostridi, enterococchi, eubatteri, enterobatteri e così via.

Da segnalare altri due studi: il primo ha evidenziato come, in donne sovrappeso/obese in premenopausa, 4 anni di dieta ipocalorica associata al consumo di latte e derivati, abbiano indotto una particolare diminuzione del tessuto adiposo viscerale e un aumento della massa magra.

Il secondo, condotto su un migliaio di adolescenti sani di 15-16 anni, ha evidenziato come l’assunzione di almeno due porzioni di latte e latticini al giorno (200 ml di latte o 125 g di yogurt o 28 g di formaggio), induca un significativo calo ponderale e una riduzione delle percentuali di massa grassa, oltre che un chiaro effetto protettivo nei confronti dello sviluppo dell’obesità addominale nei maschi.

Infine, tutti questi dati sono stati sostenuti da un’ampia metanalisi condotta ad Harvard considerando 29 ricerche, nella quale si conferma l’effetto positivo sulla riduzione ponderale indotto dal consumo di latte e derivati, assunti all’interno di diete ipocaloriche.

Metabolismo glucidico

E’ ormai accertata la relazione esistente tra consumo latte e derivati a ridotto (ma non assente) contenuto lipidico e la diminuzione del rischio di diabete di tipo 2. Addirittura, dopo 10 anni di osservazioni su oltre 37 mila donne (Women’s Health Study, condotto dall’Università di Harvard) è emerso che, per ogni porzione in più al giorno di latte e latticini, il rischio di sviluppare diabete si riduce del 4%.

Tali effetti sarebbero riconducibili a più azioni indotte dall’alimento nel suo complesso e dai prodotti derivati: dall’aumento della risposta insulinica già citato, alla riduzione delle fluttuazioni glicemiche, all’aumento della secrezione di ormoni che stimolano il senso di sazietà.

A esercitare tali effetti concorrerebbe sia la frazione proteica, sia quella lipidica del latte (e derivati). Non è un caso che le revisioni attuali sugli effetti positivi del latte abbiano rivalutato proprio la frazione lipidica dell’alimento, sottolineando l’opportunità di riservare a pochi casi particolari il consumo di latte totalmente privato di grassi.

Ulteriori conferme vengono dal ben noto Nurses’ Health Study II, condotto su 37.083 donne seguite per 7 anni negli Stati Uniti: il consumo di latte e latticini durante le scuole superiori è risultato direttamente proporzionale alla riduzione del rischio di diabete di tipo 2 in età adulta. Con due porzioni al giorno, la riduzione del rischio era del 38%; il consumo costante anche di in età adulta potenziava l’effetto.

Veniamo all’Europa. Alcune analisi dell’EPIC – Study InterAct (European Prospective Inve- stigation into Cancer and Nutrition) che ha coinvolto in totale 340.234 soggetti, hanno riguardato un sottogruppo di 16.835 adulti sani, a confronto con 12.403 diabetici di 8 nazioni, rilevando che 55 g di formaggio o di yogurt al giorno si associano a una riduzione del 12%, nei sani, della comparsa di diabete di tipo 2 .

Infine, il multi-Ethnic Study of Atherosclerosis (MESA), ha confermato, in 2.617 adulti, la mi- nor incidenza, pari al 20%, di diabete di tipo 2 15, correlata all’assunzione di latticini, in- dipendentemente dal sesso, dall’etnia e da altri fattori (età, abitudine al fumo, BMI e così via).

Si può quindi affermare che esiste una relazione inversa tra consumo di latte e latticini e rischio di diabete di tipo 2, attribuibile alla modulazione del metabolismo esercitata dagli alimenti nel loro complesso, grazie alla compresenza di calcio, vitamina D, proteine del siero, magnesio e di una particolare composizione lipidica.

Effetti positivi sulla pressione

Le proteine del siero di latte risultano dotate anche di una attività peculiare nei confronti della pressione arteriosa. L’attenzione si è focalizzata su peptidi (cioè frazioni di proteine) bioattivi, derivati dalle proteine native grazie all’azione di batteri presenti nei prodotti fermentati del latte, oppure direttamente durante i processi digestivi intestinali a opera del microbiota (flora batterica).

Tali peptidi sarebbero dotati di attività ACE- inibitoria, in grado cioè di inibire l’enzima di conversione dell’angiotensina (Tab. 2), ma caratterizzati da un rischio minimo di effetti collaterali rispetto ai farmaci.

Una pubblicazione statunitense del National Institute of Health – US Department of Agriculture – Center for Nutrition Policy and Promotion del 2011, ha fornito poi ulteriori conferme sul rapporto tra consumo di latticini ed effetti antipertensivi, anche in senso preventivo.

L’azione positiva sui livelli pressori si evidenzia persino nell’infanzia: uno studio australiano ha rilevato l’effetto protettivo del consumo di latte a 18 mesi rispetto ai valori pressori rilevati successivamente, soprattutto nel sottogruppo di bambini che consumava almeno due porzioni di latticini al giorno, sia a 18 mesi che a 9 anni.

TabProtLatte

Infine, va ribadito che, in tutti gli studi, la correlazione inversa e lineare tra consumo di latticini e controllo pressorio si mette in luce per prodotti a ridotto tenore lipidico, ma non totalmente scremati.

Colesterolemia

Uno studio da poco pubblicato sul rapporto tra lipidi di latte e latticini e livelli ematici di colesterolo, ha messo in luce un aspetto a volte trascurato: ovvero l’importanza di valutare la matrice dell’alimento. Infatti, paragonando la variazione di colesterolemia in due gruppi di persone sane e sovrappeso, che avevano consumato per otto settimane 40 g al giorno di latticini sotto forma di panna oppure di burro, si è visto che nel primo gruppo non si erano osservate fluttuazioni di rilievo, mentre nel secondo gruppo si era registrato un aumento delle concentrazioni di colesterolo.

In effetti, è vero che i grassi del burro sono presenti in gran parte liberi, cioè non contenuti nei globuli che li racchiudono invece nel latte, materia prima di partenza. La membrana di questi globuli è composta in gran parte da fosfolipidi e proteine: la differenza di effetti che i grassi di latte e latticini hanno sui livelli di colesterolo e di trigliceridi nel sangue dipenderebbe proprio dalla loro maggiore o minore presenza.

Queste osservazioni completano i dati raccolti nei decenni precedenti, durante i quali si era ipotizzato che fossero più di uno gli elementi che contribuivano a determinare l’associazione inversa tra consumo di latte, yogurt e formaggi fermentati/stagionati (a normale contenuto lipidico) e migliore profilo lipidemico (aumento della frazione HDL, riduzione dei trigliceridi): la presenza di calcio e proteine, di batteri benefici nei vari prodotti (latti fermentati, yogurt, formaggi stagionati e fermentati), affiancati dall’intervento metabolico positivo operato dal microbiota intestinale. Si ipotizza infatti che il calcio e i grassi dei formaggi (con il concorso di proteine e batteri) formino, nell’intestino, composti insolubili (saponi), escreti con le feci.

Tant’è vero che l’escrezione fecale dei grassi risulta molto inferiore in chi consuma burro, rispetto a chi assume formaggio (il confronto è stato condotto per sei settimane tra il consumo di 47 g di burro/die verso 143 g di fromaggio/die, con pari contenuto di lipidi) e, in parallelo, il profilo lipidemico peggiora nel primo caso rispetto al secondo.

A commento di tali riscontri, ricercatori e clinici si chiedono oggi se non sia il caso di modificare gli attuali suggerimenti e consigli dietetici relativi all’apporto di grassi saturi con i latticini, prevedendo l’inclusione di moderate quantità di formaggio anche nella dieta di soggetti con valori di colesterolemia moderatamente elevati.

Arterie, cuore e cervello

Sicuramente, una pietra miliare in questo ambito è stata posta nel 2010 dalla riunione di esperti mondiali tenuta a Copenhagen (Dipartimento di Nutrizione Umana della locale Università) su “Il ruolo della ridotta introduzione di grassi saturi nella prevenzione delle cardiovasculopatie”. Proprio per quanto riguarda latte e derivati, gli esperti conclusero che «sulla base di vari studi epidemiologici, non esistono convincenti evidenze che un elevato apporto di prodotti lattiero caseari sia associato a un maggior rischio di cardiovasculopatie. Anzi, la componente lipidica del formaggio può esercitare effetti benefici sia per il particolare profilo lipidico (presenza di acido rumenico, acido transvaccenico, acidi grassi a catena corta) sia per- ché associata a calcio, sieroproteine ed altri componenti».

Le cardiovasculopatie sono spesso associate/ aggravate/causate dalla “sindrome metabolica” (contemporanea presenza di obesità, soprattutto viscerale, ipertensione, dislipidemia), le cui origini vanno ricercate soprattutto nell’alimentazione. è infatti su questo versante che si sono focalizzate le ricerche. In una review di studi osservazionali è così emerso che il consumo di latticini contribuisce alla prevenzione della sindrome metabolica e delle sue conseguenze: 3-4 porzioni al giorno di latte e derivati si sono dimostrati sufficienti a ridurne in modo significativo il rischio. Altri studi hanno rilevato la capacità dei latticini di ridurre il rischio sia di coronaropatie, sia di ictus.

Una delle interpretazioni più suggestive per questi risultati fa riferimento alla composizione complessiva degli alimenti contenenti grassi saturi: per esempio, 10 anni di osservazioni su 5.209 soggetti (2000-2010), che avevano un apporto dietetico medio di lipidi saturi pari al 10% delle calorie giornaliere, hanno messo in luce che privilegiare latte e latticini portava a ridurre il rischio di cardiovasculopatia, mentre uno sbilanciamento verso l’assunzione di grassi saturi da carne bovina aveva effetto contrario: per ogni 5 g/die di grassi saturi in più derivati dal latte il rischio si riduceva del 21%, aumentando invece del 26% per ogni 5 g/die in più di grassi saturi della carne bovina 23.

Senza citare tutti gli ulteriori studi condotti in questo ambito, si può affermare che, nel complesso, i risultati sono decisamente favorevoli al consumo di latte e latticini.

Dal punto di vista pratico, questo significa che si tratterà di scegliere latticini a ridotto contenuto di grassi (ma non del tutto scremati) e/o fermentati, che hanno ottenuto i maggiori consensi e le più convincenti dimostrazioni.

Effetti sulla memoria e la cognitività

Forse lo studio più interessante in questo ambito è stato condotto in Inghilterra a partire dal 1930 e per 65 anni 24, dimostrando, per la prima volta, la positiva associazione tra consumo di latte durante l’infanzia e la prestazione fisica del soggetto nella terza e quarta età. La ricerca comprendeva inizialmente 5.000 bambini inglesi: seguiti per 65 anni, il campione si è man mano ridotto, ma a tanti anni di distanza è stato possibile rilevare che la velocità di deambulazione e la capacità di mantenere l’equilibrio, erano significativamente migliori nei soggetti che, a partire dall’infanzia e per tutta l’età adulta, avevano assunto almeno un bicchiere di latte al giorno. Il mantenimento nel tempo di equilibrio e rapidità di movimento sono, ricordiamo, strettamente correlate a una migliore cognitività.

A questo proposito si può citare un altro studio, condotto su 469 studenti ambosessi, in cui sia il rendimento scolastico, sia le performance fisiche erano migliorate dopo tre mesi di assunzione giornaliera di 250 ml di latte.

Secondo ulteriori studi sarebbe sufficiente un bicchiere (200 ml) di latte al giorno, per proteggere nel tempo dal decadimento neuropsichico, verosimilmente attraverso la riduzione, alla quale si è già fatto cenno, dei noti fattori di rischio cardiovascolari correlati, appunto, al mantenimento dello stato cognitivo.

I dati sul rischio oncologico

Il latte e i prodotti lattiero caseari contengono, com’è stato segnalato in apertura, macro e micro- nutrienti oltre ad altri costituenti bioattivi, che entrerebbero anche nella modulazione del rischio e della progressione dei tumori. Ma le ricerche non sono ancora conclusive e si continua a lavorare. Per quanto riguarda il tumore alla mammella, per esempio, si può concludere che il consumo di latte e derivati non ne aumenta il rischio e che, al contrario, l’assunzione di prodotti a ridotto contenuto di grassi (in questo caso si parla proprio di latte scremato), in donne in premenopausa, potrebbe ridurlo.

Dalla coorte italiana dello studio EPIC 26, che ha controllato per 12 anni 45.241 soggetti (14.178 uo- mini e 31.063 donne), di 5 città (Varese, Torino, Firenze, Napoli e Ragusa) emerge la correlazione tra aumento del consumo di yogurt (da zero g/ die a una media di 85 g per gli uomini e 98 g/die per le donne) e riduzione del rischio di cancro colon-rettale, soprattutto tra gli uomini. Purtroppo, mancano dati definitivi sul rapporto tra consumo di latticini e aumento del rischio di cancro alla prostata, mediato forse dal calcio. Come detto, però, è un ambito ancora in piena evoluzione.

• Emerge il riscontro della presenza, nei latticini, di valenze salutistiche legate a specifici componenti, che ne ampliano le possibilità di utilizzo.

• I benefici effetti sullo stato di salute, rilevati con il consumo di latte e latticini fin dall’infanzia, con ripercussioni positive fino alla terza e quarta età, accanto ai riscontri di una positiva attività salutistica, esplicata direttamente in soggetti adulti ed anziani, ne consigliano il consumo a tutte le età.

• L’attuale revisione critica del ruolo dei grassi saturi nella nostra alimentazione suggerisce un’attenta rivalutazione proprio degli acidi grassi dei latticini, perché sembrano cadere le remore nei confronti di latte, yogurt e formaggi.

• Il contenuto in calcio, prescindendo dagli effetti negativi sull’insorgenza del tumore della prostata, peraltro non recentemente confermati, non contribuisce invece alla calcificazione delle coronarie.

• I riscontri degli effetti favorevoli esercitati da latte e derivati su diversi parametri sia metabolici (tolleranze glucidica, diabete, resistenza e risposta insulinica, iper- e displidemie, marcatori dell’infiammazione e dello stress ossidativo, peso corporeo) sia emodinamici (pressione arteriosa), sostengono l’opportunità di un loro consumo regolare. 

 

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Risotto con burrata e ricci di mare di Francesca

La temperatura è scesa e ce ne siamo accorti tutti… L’estate però è ancora viva nelle nostre teste!

Francesca oggi ci propone un risotto, fantastico per riscaldare i nostri pasti e le nostre case, ma con degli ingredienti che ci riportano al mare, al caldo!

Ecco a voi il suo risotto con burrata e ricci di mare.

Ingredienti per 4 persone:

  • 240 g Riso Carnaroli
  • Olio extra vergine oliva
  • 2 Scalogni
  • Brodo Vegetale
  • Vino bianco da cucina
  • 800 g Ricci Di Mare
  • 160 g Burrata

Preparazione:

Aprite i ricci con le forbici e asportate con l’aiuto di un cucchiaino la parte arancione.

Realizzate il brodo con il dado vegetale.

Pulite lo scalogno e affettatelo.

Realizzate nella maniera classica il risotto: tostate il riso con olio e scalogno e infine sfumate con il vino, aggiungete man mano il brodo caldo fino a cottura al dente all’onda. Mantecate con i ricci.

Mettete il riso nel piatto all’onda, completate con un giro di ricci crudi e al centro un pezzetto di burrata.

Buon appetito!

 

Proprietà:

Il riccio di mare (pur essendo considerato un alimento molto pregiato dagli intenditori) non costituisce un prodotto di “ampio consumo”, poiché la sua disponibilità sul mercato è bassa, i costi del prodotto commerciale sono elevati, la possibilità di catturarlo autonomamente solo in prossimità del basso Adriatico e del Tirreno, la modalità di consumo crudo ed il sapore caratteristico particolare, rappresentano dei fattori limitanti all’espansione di questo alimento.

Il riccio di mare è un animale estremamente prolifero ma facile da catturare; inoltre, avendo una parte edibile molto ridotta, è necessario reperirlo in grosse quantità.

Quello che questa volta deve farci riflettere, non sono tanto le proprietà nutrizionali dei ricci di mare: le uova dei ricci di mare vantano un apporto energetico piuttosto limitato, intorno alle 100-110kcal/100g, un ottimo quantitativo di proteine ad alto valore biologico e di grassi essenziali, ma anche un elevato contenuto di colesterolo.

I sali minerali sono contenuti in percentuali più che buone.

Questa volta riflettiamo sul consumo consapevole degli alimenti!

La porzione commestibile del riccio di mare è costituita dalle sacche ovipare. Queste possono essere mangiate crude o passate velocemente in padella. Ovviamente, come per altri invertebrati marini (cozze, vongole, ostriche, capesante ecc.), l’assunzione dell’alimento crudo sottopone il consumatore ad un rischio igienico non indifferente. Le uova di riccio di mare sono anche disponibili in commercio sotto vetro, ma il costo del prodotto è a dir poco elevato (per manodopera di pesca e lavorazione, e per la scarsa parte edibile); per questo motivo, i consumatori più accaniti tendono a procurarselo autonomamente o si rivolgono direttamente ai pescatori di frodo. Tuttavia, mediante questi ultimi due metodi di approvvigionamento, il rischio di ottenere della materia prima contaminata risulta molto elevato.
Il riccio di mare sotto vetro regolarmente commercializzato è (quasi sempre) prelevato sulle secche d’alto mare (ad es. tra la Sicilia e l’Africa), quindi lontano dagli scarichi abusivi e dalle foci fluviali inquinate; in tal caso, il rischio di contaminazione risulta estremamente limitato. I pescatori di frodo ed i profani, invece, tendono a ridurre costi e fatica catturando i ricci di mare presso la fascia costiera, ovunque se ne reperiscano; presso queste zone, la densità di virusbatteri (per non parlare di metalli ed agenti chimici) risulta notevolmente più elevata.
Considerando che la preparazione d’eccellenza del riccio di mare è “la crudità”, mangiando le uova direttamente nell’animale spaccato o aggiungendole fresche negli spaghetti, è possibile comprendere quanto possa aumentare il rischio igienico-alimentare.
La malattia più frequentemente trasmessa dai ricci di mare crudi è l’epatite di tipo A ed E; questi virus, facilmente inattivabili con la cottura, sono in grado di nuocere gravemente alla salute dell’essere umano attaccando il fegato. Infine, non sono rare alte concentrazioni di coliformi e molti altri batteri.

Detto questo, i ricci di mare restano un ottimo alimento da consumare sporadicamente ed in occasioni speciali. Verifichiamone però sempre la provenienza e rivolgiamoci sempre alle nostre pescherie di fiducia. Oltre a proteggere la nostra salute proteggeremo anche questa specie nel mare!
 

fonte www.my-personaltrainer.it
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I cibi per la memoria

Sembra impossibile ma esistono “alimenti per la memoria“, se è vero, come ci insegnano i nostri antenati latini, che la mente sana si trova in un corpo sano, è pure vero che per mantenere una mente sana, oltre all’attività fisica, serve sopratutto un’alimentazione salutare. Una recente ricerca, suggerisce che una alimentazione corretta e un apporto calorico adeguato aiutano a mantenere integre le funzioni cognitive e a migliorare la memoria.

Cos’è la memoria

La memoria è la capacità di mantenere informazioni, immagini, suoni, odori, gusti, durante il tempo ed è una capacità del nostro cervello. Simbolicamente parlando invece, la memoria rappresenta la storia, dunque perderla significherebbe perdere la propria identità e le proprie radici. E’ molto importante perciò assumere alimenti che ci permettono di mantenere una memoria sana e un cervello giovane.

Come è formato il cervello

Il cervello è formato da neuroni, che utilizzano i neurotrasmettitori, derivati dagli aminoacidi e quindi dalle proteine. Pur pesando meno di un chilo e mezzo, è formato da ventotto miliardi di neuroni che si formano nell’embrione e non vengono più rigenerati quando qualcuno di essi muore, dunque dobbiamo avere cura di mantenerli sani e non farli morire prematuramente attraverso cattive abitudini. Molto importante è l’ippocampo, la parte del nostro cervello deputata alle emozioni e alle funzioni primarie, influendo sull’apprendimento e sulla memoria.

Come funziona il cervello

Il cervello è la nostra centrale operativa, invia, riceve e interpreta i messaggi, il tutto tramite una miriade di molecole, i neurotrasmettitori, queste molecole vengono captate e recepite da antenne presenti sulle cellule (i recettori). I segnali (ovvero i messaggi) si propagano da neurotrasmettitore a neurotrasmettitore grazie a una complicata reazione elettrochimica. Per fare tutto ciò, il cervello “mangia” molto infatti consuma ben il 20% delle calorie ingerite ogni giorno.

Alimentazione

Una ricerca effettuata sui bambini, ha messo in evidenza come saltare il primo pasto della giornata porti i bambini ad effettuare più errori nei test a cui sono sottoposti rispetto ai bambini che invece fanno colazione. Anche in giovani adulti che non fanno colazione è stata osservata una prestazione più scarsa in test scolastici rispetto a coloro che consumano del cibo prima di venire sottoposti al medesimo esperimento.

Sembra che la colazione eserciti questi effetti grazie all’innalzamento dei livelli di glucosio nel sangue che provoca a sua volta nel cervello l’aumento della concentrazione di un neurotrasmettitore definito acetilcolina. Secondo i ricercatori che lavorano in questo campo, come il Professor David Benton dell’Università del Galles (Wales University), l’acetilcolina è coinvolta nei processi della memoria poiché è stato dimostrato che le sostanze che ne bloccano la produzione distruggono la memoria, riducendo in particolare la capacità di memorizzare informazioni nuove.

Poiché la vitamina B1 è necessaria per la produzione di acetilcolina, garantire un corretto apporto di questa sostanza può avere un ruolo importante nell’ottimizzare le prestazioni mentali nel corso della mattinata. Gli alimenti a base di cereali che contengono la vitamina B1 comprendono pane integrale e cereali arricchiti per la prima colazione.

La nostra capacità di ragionare in modo corretto non è collegata solamente agli effetti a breve termine dell’alimentazione; infatti le prestazioni mentali possono essere influenzate anche dalla qualità nutritiva della dieta e dai suoi effetti complessivi a lungo termine. Ad esempio l’assunzione inadeguata a lungo termine di ferro può avere effetti sulla capacità di concentrazione e addirittura ridurre il quoziente intellettivo (QI).

E’ noto che la carenza di ferro causa un danneggiamento della memoria negli adulti e nei bambini e che nei bambini piccoli e nei neonati può causare problemi all’attenzione e alla capacità di apprendimento (per ulteriori dettagli consultare il numero 16 di Food Today).

Se le donne sono particolarmente sensibili ad una insufficiente assunzione di ferro con la dieta, quantità troppo basse di un altro micronutriente, lo iodio, possono invece avere effetti su entrambi i sessi. Lo scarso apporto di iodio sembra avere effetti negativi sulla capacità di prendere decisioni ed iniziative. Tale problema interessa soprattutto alcune aree dell’Europa e i paesi in via di sviluppo, ma può essere risolto con una corretta alimentazione; infatti il consumo di sale addizionato iodato, di pesce, di molluschi, di carne, latte e uova può aiutare a garantire il mantenimento di una corretta assunzione di questo micronutriente.

Se la mancanza di alcuni elementi nella dieta può portare alla riduzione delle prestazioni mentali, l’aggiunta di altri elementi può aiutare a dare al nostro cervello uno stimolo in più. La caffeina ad esempio esercita un effetto stimolante moderato, agendo sul sistema nervoso centrale e migliorando il livello di attenzione. Alcuni test hanno mostrato che la caffeina è in grado di accelerare la capacità di elaborare velocemente le informazioni nel cervello del 10 % e che un caffè dopo pranzo aiuta a contrastare la normale sonnolenza del “dopo pranzo” e a mantenere la capacità di concentrazione.

Non è importante solo ciò che si beve, ma in generale bere una quantità sufficiente di acqua. Infatti anche una lieve riduzione dello stato di idratazione può avere effetto sulle prestazioni mentali; è bene ricordarsi che nel momento in cui si avverte la sete si è già disidratati, quindi continuare ad assumere liquidi nel corso della giornata contribuisce a mantenere il cervello nelle condizioni ottimali.

 

 

fonti
www.eufic.org
www.inerboristeria.com
 
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I peperoni cruschi

Le vacanze ci lasciano nel cuore tantissime cose; quest’estate, in un luogo incantato come Matera, mi è capitato di fare un incontro speciale.

Incuriosita dal menù di un ristorante sono entrata ed ho scoperto i PEPERONI CRUSCHI. Non vedevo l’ora di parlarvene e finalmente eccomi qui! Oggi vi riporterò solo la loro descrizione e le loro ottime proprietà ma vi prometto che presto vi riproporrò il piatto che ho avuto il piacere di gustare.

I “Peperoni di Senise” o peperoni “cruschi” (= croccanti) sono peperoni dolci essiccati tipici di Lucania. Sono un prodotto ad Indicazione Geografica Tipica e vengono coltivati nelle campagne di Senise e nei paesi limitrofi (esattamente Francavilla S.S., Chiaromonte, Valsinni, Colobraro, Tursi, Noepoli, San Giorgio Lucano; e sull’Agri: Sant’Arcangelo, Roccanova, Tursi, Montalbano Jonico e Craco), in terreni di origine alluvionale di natura limo-sabbiosi e in terreni collinari di medio impasto, con  altitudine sul livello del mare variabile tra i 250 ed i 340 metri, assoggettati ad un clima tipicamente mediterraneo, con precipitazioni concentrate nel periodo invernale.

I tipi morfologici della varietà di peperone di Senise sono i cosiddetti Tipo “appuntito” (forma prevalente), tipo “tronco” e “tipo uncino”.
Questi ecotipi sebbene abbiano forme leggermente differenti tra loro sono caratterizzati dall’avere il  peduncolo ben saldo alla bacca tale da non staccarsi nemmeno ad essiccazione avvenuta, e da uno spessore della polpa molto sottile (circa 2 millimetri).

La prima caratteristica permetterà di confezionare delle “serte”, cioè lunghe ghirlande di peperoni, raccolti al massimo della maturazione, infilando i piccioli con l’ago e lo spago, dopo un riposo di  almeno 2-3 giorni su teli di stoffa o su reti in locali asciutti e ben aerati lontano dalla luce.

Le serte vengono esposte al sole  e grazie alla sottigliezza della polpa si essiccano rapidamente; i peperoni cruschi sono pronti quando il contenuto in acqua si attesta sul 10-12% del peso.

I peperoni freschi vengono raccolti a partire dalla prima decade di agosto (a secondo dell’andamento della stagione estiva) per cui è molto bello girare nei paesi di produzione e vedere queste ghirlande rosso fuoco appese a gran parte delle finestre e dei balconi ben esposti al sole.

A livello nutritivo il peperone di Senise un contenuto vitaminico “C” del 30% in più degli altri tipi di peperone, e un contenuto altissimo di vitamine A,E,C,K e PP.

(www.ilcuoreingola.it)

La ricetta più caratteristica consiste nel soffriggere i peperoni di Senise per pochi secondi in olio extra vergine di oliva in modo da ottenere dei peperoni croccanti. Una volta ottenuti, possono essere utilizzati come contorno sia per il baccalà, sia per arrosti di carne, sia per salsicce.

I peperoni ridotti in polvere, invece, sono indicati per condire minestre, paste o legumi.

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Penne con crema di asparagi, piselli e ricotta di Marta

Prima di salutarci per le vacanze vi proponiamo la ricetta di Marta che ci ha preparato delle delicate penne con crema di asparagi, piselli e ricotta.

Ingredienti per 4 persone:

  • 200 g di asparagi freschi
  • 150 g di piselli surgelati
  • 200 g di ricotta di capra
  • 280 g di penne riso e mais
  • 3 cucchiai di parmigiano
  • la buccia di mezzo limone
  • 1 cucchiaio di pinoli
  • olio evo
  • pepe bianco
  • un pugno di basilico

Preparazione:

Portare ad ebollizione l’acqua per la pasta, aggiungerci i gambi degli asparagi (dopo averli pelati) e cuocerli per circa 10 min, passati 5 min aggiungere i piselli e infine le punte. Passato il tempo scolarli e metterli da parte, nella stessa acqua cucinare la pasta. Mentre la pasta cuoce, preparare la crema: mettere nel mixer i gambi degli asparagi, i piselli, la ricotta, un cucchiaio di olio, la buccia di limone, basilico, parmigiano e frullare finché non diventa una crema omogenea. Versare il tutto in una terrina, quando la pasta sarà cotta, versarla nella terrina e mescolare bene. Servire nei piatti decorando con le punte degli asparagi ed una macinata di pepe.

Proprietà:

Marta ci ha dato lo spunto per parlare della ricotta. Non tutti sanno che la ricotta non è un formaggio.

La ricotta è un latticino ottenuto riscaldando il siero residuato dalla lavorazione del formaggio; non essendo prodotta dalla cagliata ma da un suo sottoprodotto (il siero) non può essere considerate un vero e proprio formaggio.

Le proteine del latte si distinguono in caseine (80%) che con i grassi vanno a formare la cagliata e quindi i formaggi e proteine del siero (20%) che entrano nel processo di produzione della ricotta.

Il siero viene salato e scaldato fino a che si formano i fiocchi bianchi composti da proteine del siero, grasso residuo, lattosio e sali minerali.

A seconda della quantità di latte o panna aggiunta al siero, la ricotta può variare di molto la quantità di calorie e macronutrienti, soprattutto per quanto riguarda i grassi, che possono variare dal 5% al 15-20%.

E’ molto importante allora leggere bene le etichette per capire che prodotto stiamo acquistando.

 

Generlamente i valori nutrizionali della ricotta sono questi:

 

Quantità per  100 grammi
Calorie 174
Lipidi 13 g
Acidi grassi saturi 8 g
Acidi grassi polinsaturi 0,4 g
Acidi grassi monoinsaturi 3,6 g
Colesterolo 51 mg
Sodio 84 mg
Potassio 105 mg
Glucidi 3 g
Fibra alimentare 0 g
Zucchero 0,3 g
Proteine 11 g
Retinolo 445 IU Acido ascorbico 0 mg
Calcio 207 mg Ferro 0,4 mg
Vitamina D 10 IU Piridossina 0 mg
Cobalamina 0,3 µg Magnesio 11 mg

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