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La frutta secca allunga la vita

Dal più grande studio nel suo genere (condotto per ben 30 anni!), emerge che le persone che consumano almeno una manciata di noci al giorno, hanno una mortalità inferiore del 20 per cento rispetto a quelle che non ne assumono affatto.

Questo è quanto suggeriscono gli scienziati del Dana-Farber Cancer Institutedi Brigham e Women Hospital e della Harvard School of Public Health.

Il loro rapporto, pubblicato sul New England Journal of Medicine, contiene un’ulteriore buona notizia: coloro che hanno mangiato regolarmente frutta secca (quali ad es. noci) sono risultati essere maggiormente in normopeso rispetto a coloro che non ne hanno mangiato, una constatazione, questa, che dovrebbe sfatare la preoccupazione diffusa secondo la quale mangiare le noci, o altra frutta di tale tipologia, porti al sovrappeso .

La relazione ha anche esaminato l’effetto protettivo sulle cause specifiche di morte .

Il vantaggio più evidente emerso è stato una riduzione del 29 per cento delle morti per malattie cardiovascolari. Oltre a ciò, gli scenziati hanno anche rilevato una riduzione significativa – 11 per cento – del rischio di morte a causa di malattie tumorali.

Lo studio non ha comunque permesso di comprendere quale sia la frutta secca più benefica.

Diverse sperimentazioni precedenti hanno mostrato un’associazione tra aumento del consumo di frutta secca e un minor rischio di malattie come quelle cardiache, diabete mellito di tipo 2, tumore al colon, calcoli biliari e diverticolosi. Un maggiore consumo di frutta da guscio è stata anche correlata alla riduzione dei livelli di colesterolemia, stress ossidativo, infiammazione, adiposità  e insulino-resistenza. Alcuni piccoli studi hanno anche collegato l’aumento del consumo della frutta secca ad una riduzione della mortalità totale in popolazioni specifiche. Ma nessuno studio precedente aveva esaminato in dettaglio come il consumo di frutta secca possa influire sulla mortalità generale in una grande popolazione monitorata per un periodo superiore ai 30 anni.

Per questa ricerca, gli scienziati sono stati in grado di attingere ai database di due studi osservazionali in corso, che raccolgono dati sulla dieta e altri fattori di stile di vita e diversi risultati di salute. Il “Nurses’ Health Study” ha fornito dati riguardo a 76.464 donne nel periodo compreso tra il 1980 e il 2010. Alla stessa maniera l’’’Health Professionals’ Follow- up Study” ha fornito i dati relativi a 42.498 uomini nel periodo 1986-2010. I partecipanti agli studi hanno compilato questionari dettagliati, riguardanti il cibo da loro assunto con una periodicità di circa 2-4 anni. In ogni questionario alimentare ai partecipanti è stato chiesto di valutare quanto spesso consumassero frutta secca.

Sofisticati metodi di analisi statistica sono stati utilizzati per escludere altri fattori che possero influire riguardo ai benefici relativi al contrasto della mortalità.

Gli autori fanno notare che, questo studio, nonostante non possa dimostrare in maniera inconfutabile un rapporto di causa-effetto tra assunzione di frutta secca e riduzione del rischio di mortalità complessiva, conferma e rafforza le indicazioni della US Food and Drug Administrationche già nel 2003 raccomandava di mangiare circa 40g giorno di frutta a guscio, per ridurre il rischio di alcune malattie quali quelle cardiovascolari.

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Il cioccolato

Il cioccolato è un prodotto alimentare costituito da un miscuglio solido di zucchero, cacao e altre sostanze.

Storia

Il primo cioccolato da masticare apparve a Londra nel 1647 (il cacao fu scoperto da Colombo nel 1502) e l’iniziale commercio fu dominato dagli olandesi. Linneo lo definì “bevanda degli dei” (1734); nel 1770 in Francia sorse la prima fabbrica di cioccolato, ma la grande diffusione si ebbe nel XIX sec.: nel 1819 François Louis Cailler aprì la prima fabbrica svizzera a Vevey (creando il prototipo della stecca di cioccolato) e nel 1825 l’olandese Coenraad Van Houten creò il cacao solubile in polvere, senza il grasso del burro di cacao. Ci vollero vent’anni prima che iniziasse la produzione su scala industriale, più precisamente in Inghilterra.

Il prodotto era poco omogeneo e conteneva nelle prime ricette anche il liquore. In seguito, il processo di produzione del cioccolato si consolidò e portò alla prima tavoletta di cioccolato rettangolare come la conosciamo oggi, a opera di Rud Lindt nel 1875 a Berna. In Italia il torinese Caffarell inventò il gianduiotto, unendo il cioccolato alle nocciole, prodotto tipico piemontese; sembra che l’idea sia nata a causa delle difficoltà del neonato regno d’Italia di importare grandi quantità di cacao.

Nel 1911 a Bologna, in occasione del lancio della Fiat Tipo 4, nacque il cremino Fiat di Majani. I baci Perugina nacquero nel 1922 (la produzione attuale è di mezzo miliardo di pezzi al giorno), mentre il Rocher della Ferrero è il cioccolatino italiano più venduto nel mondo.

 

Gli ingredienti

Il cioccolato contiene teobromina e feniletilamina, sostanze che gli danno leggere proprietà antidepressive ed euforizzanti.

La prelibatezza e appetibilità del cioccolato si ritrova anche nel nome che il botanico Linneo diede alla pianta del cacao:Theobroma, ovvero dal greco theos, Dio e broma, bevanda. Letteralmente quindi la cioccolata significa bevanda degli dei.

La bontà del cioccolato dipende, oltre che dalla proporzione degli ingredienti, anche dall’accuratezza del ciclo di estrazione del cacao dai semi della pianta, dal ciclo di lavorazione del cioccolato e dalla bontà dei grassi utilizzati.

Vediamo in dettaglio gli ingredienti.

Il cacao – La pianta del cacao è molto delicata, e questa è una ragione per cui nell’antichità i suoi semi erano l’equivalente del denaro. Nelle Americhe appena scoperte da Colombo,  le fave di cacao erano usate al posto della moneta negli scambi commerciali: uno schiavo (!) costava 100 semi, un coniglio solo 10. In Europa la pianta del cacao non venne importata (come il pomodoro), perché molto delicata: ogni frutto contiene mediamente 35 semi e la pianta impiega quattro anni prima di produrne. Inoltre non sopporta temperature più rigide di 16 °C e vuole un’umidità sempre altissima (circa 80%). Oggi le miscele di cacao più pregiate sono quelle derivanti dalle coltivazioni del Centro Africa e America centrale.

Il burro di cacao – Grasso estratto dai semi di cacao con un processo di esposizione ad alte pressioni e temperature. Si tratta di un grasso per lo più saturo, quindi da questo punto di vista non è diverso dai grassi animali (come il burro vaccino). Tuttavia, rispetto ai grassi vegetali surrogati (vedi oltre), ha il pregio di non contenere grassi idrogenati o nella forma trans, nocivi all’organismo. Occorre ricordare che la caratteristica principale del burro di cacao è quello di fondere all’incirca alla stessa temperatura del cavo orale, da qui la dicitura classica del cioccolato che “si scioglie in bocca”! Questa caratteristica rende la scelta di burro di cacao di ottima qualità uno dei segreti che differenzia i prodotti sul mercato.

Surrogati del burro di cacao – Probabilmente sui nostri mercati non sono molto comuni i prodotti dei paesi europei che per tradizione producono cioccolato addizionando altri grassi vegetali. Comunque con la libera circolazione delle merci potrebbero iniziare ben presto a collocarsi anche sui nostri mercati, più tradizionalisti, forti di prezzi di produzione più bassi. Esempi di tali surrogati di burro di cacao sono il burro d’illipè, di karité, il kokum, quello prodotto dall’olio di palma, di colza e di mango e il grasso di shorea. Questi grassi vengono miscelati in parte al burro di cacao, fornendo una componente grassa necessaria per l’impasto del cioccolato. Per le caratteristiche chimico-fisiche di questi grassi, ciò che si ottiene non ha le caratteristiche migliori per produrre cioccolato (in particolare la temperatura a cui si sciolgono questi grassi è diversa rispetto al puro burro di cacao e quindi ciò influenza il processo di produzione del cioccolato e la qualità finale dell’alimento). Per legge la loro presenza deve essere riportata sull’etichetta in percentuale non superiore al 5%.

Il latte – È un ingrediente opzionale, presente solo nel cioccolato al latte. Generalmente le etichette dei cioccolati non specificano il tipo di latte, né la sua provenienza; si tratta di uno dei segreti delle varie ricette proprietarie.

Lo zucchero – Il punto critico della ricetta: se per legge non può superare il 55%, la sua percentuale, oltre a determinare in modo predominante l’apporto dei carboidrati, può influenzare di molto il gusto finale del prodotto. Gli estimatori del cioccolato prediligono quelli a minor percentuale di zucchero (maggiore è lo zucchero, minori sono gli altri componenti pregiati, cacao e burro di cacao), in cui il gusto del cacao si possa apprezzare appieno. Sono presenti sul mercato anche cioccolati privi di saccarosio (prodotti dietetici o per diabetici) in cui lo zucchero è sostituito da dolcificanti. Tuttavia questa scelta modifica notevolmente il gusto del cioccolato che risulta meno appetibile.

Tipi di cioccolato

Oggi, secondo la normativa vigente, si definisce cioccolato un prodotto costituito da granelli di cacao, cacao magro e cacao in polvere, saccarosio e burro di cacao. L’aggiunta di burro di cacao è opzionale. La parte secca complessiva derivante dal cacao deve essere almeno il 25%, il cacao magro almeno il 14% e il burro di cacao almeno il 18%.

Esistono in commercio tipi molto diversi di cioccolato. Consideriamo in questo articolo solo classiche stecche di cioccolato, escludendo i cioccolatini nelle varie forme (praline, ovetti, ecc…). Questo perché nel caso dei cioccolatini è molto più facile trovare prodotti di bassa qualità, con grassi idrogenati o di provenienza non specificata. Poiché la dieta italiana considera molto importante la qualità degli alimenti, volendo integrare la dieta con alimenti ipercalorici (e molto appetibili!) come il cioccolato, conviene dare la precedenza alla tavoletta di cioccolato.

La legislazione regola in modo molto stretto le percentuali degli ingredienti di base e definisce vari tipi di cioccolato. I nomi (cioccolato al latte, extra fino, ecc…) hanno una precisa relazione con le percentuali degli ingredienti. Oltre al cioccolato classico (in cui la quota minima del cacao è il 35%), si distinguono altri tipi di cioccolato particolari:

  • Cioccolato extra: la percentuale di cacao deve essere almeno il 45%, il burro di cacao il 28%.
  • Cioccolato finissimo o superiore: la percentuale di cacao deve essere almeno il 43%.
  • Cioccolato al latte: la sostanza secca derivante dal latte deve essere almeno del 14% e il saccarosio aggiunto non più del 55%.
  • Cioccolato bianco: latte, burro di cacao e saccarosio sono gli unici ingredienti (manca il cacao!). Il burro di cacao deve essere almeno il 20% e il saccarosio non più del 55%.
Cioccolato: buono o cattivo?

A prescindere dai molti articoli che compaiono sulle riviste nella sezione dedicata all’alimentazione (evidentemente i giornalisti sono ghiotti di cioccolato e non sprecano occasione per riportare ricerche sui benefici del cioccolato), nessuno penso possa logicamente affermare che un consumo abituale e continuo di cioccolato sia compatibile con una dieta anti-obesità. Per chi ha un metabolismo non adolescenziale, il cioccolato rappresenta un alimento molto appetibile, moderatamente saziante (in questo è sicuramente meglio delle torte), ma comunque ipercalorico.

Per i sedentari deve essere considerato un alimento occasionale, mentre per chi fa sport (ecco una buona ragione per cominciare) può essere assunto anche una volta al giorno  purché il contributo calorico sia esattamente conteggiato. Per un sedentario il problema maggiore è sicuramente il fatto che si tratta di un alimento che in qualche modo dà una dipendenza: spesso anche chi non è affetto da cioccolismo (il cioccolismo è la dipendenza dal cioccolato; chi ne è affetto non riesce a contenere i consumi di cioccolato che diventa una vera e propria droga; colpisce soprattutto le donne: l’1% circa delle donne che mangiano cioccolato soffre di tale malattia) è solito consumare cioccolato tutti i giorni. Se si calcola una media di 300 kcal (miseri 60 g) si comprende l’assurdità di proporre il cioccolato nella dieta di un sedentario: calcolando un fabbisogno calorico di 2.000 kcal (ma per una donna di 50 kg sedentaria e di 40 anni il fabbisogno calorico non supera le 1.400 kcal), il cioccolato rappresenterebbe come calorie il 15% dell’alimentazione!

Valori nutrizionali

Dal database del Ministero americano dell’agricoltura

Cioccolato al latte

Scarto: 0%

NUTRIENTI UNITÀ VALORE PER 100 G NUMERO DI CAMPIONI ERRORE STD.
Principali
Acqua g 1.61 0
Calorie kcal 546 1
Calorie kj 2282 0
Proteine g 5.94 1
Lipidi g 31.72 1
Ceneri g 0.95 0
Carboidrati (per differenza) g 59.78 1
Fibre g 2.4 1
Zuccheri g 55.45 1
Minerali
Calcio, Ca mg 160 1
Ferro, Fe mg 1.11 1
Sodio, Na mg 63 1
Vitamine
Vitamina C, acido ascorbico mg 0.8 1
Vitamina A, UI UI 292 1
Lipidi
Acidi grassi, saturi g 19.240 1
Acidi grassi, trans g 0.246 1
Colesterolo mg 18 1

Cioccolato fondente

Scarto: 0%

NUTRIENTI UNITÀ VALORE PER 100 G NUMERO DI CAMPIONI ERRORE STD.
Principali
Acqua g 1.66 0
Calorie kcal 520 1
Calorie kj 2176 0
Proteine g 5.19 1
Lipidi g 32.45 1
Ceneri g 1.30 0
Carboidrati (per differenza) g 59.40 1
Fibre g 7.6 1
Zuccheri g 46.27 1
Minerali
Calcio, Ca mg 37 1
Ferro, Fe mg 3.18 1
Sodio, Na mg 4 1
Vitamine
Vitamina C, acido ascorbico mg 0.0 1
Vitamina A, UI UI 134 1
Lipidi
Acidi grassi, saturi g 19.209 1
Fatty acids, total trans g 0.093 1
Colesterolo mg 7 1

 

 

dal sito www.albanesi.it

Categories Consigli, News

Acrilamide

L’acrilamide è una sostanza molto tossica che si forma durante il processo di cottura, a temperature elevate, degli alimenti ricchi di carboidrati. Questo è uno dei motivi per cui gli esperti consigliano di limitare il consumo di cibi fritti, soprattutto se questi vengono impanati prima di essere messi nell’olio bollente (la farina ed il pangrattato sono ricchi di amido).

Proprio per la sua natura, il problema acrilamide concerne sia gli alimenti preparati nell’ambiente domestico, sia i prodotti di origine industriale (patatine fritte, cibi precotti, fast food ecc.).
La formazione di questa sostanza comincia a temperature superiori ai 120ºC e diventa massima intorno ai 190°C; come ricordato è maggiore per gli alimenti ricchi di amido (patate, cereali) e per il caffè. La produzione di acrilamide è facilitata dall’assenza di acqua e dalla presenza di asparagina (un amminoacido) e di uno zucchero ridotto (come il glucosio od il fruttosio contenuti soprattutto nelle patate, ma anche nei cibi caramellati).
Dal momento che la pericolosità dell’acrilamide è nota da tempo (è fortemente sospettata di essere un agente mutageno, quindi potenzialmente cancerogeno), l’argomento suscita timori importanti sia da parte degli enti di sanità pubblica preposti al controllo delle derrate alimentari, sia e soprattutto da parte di cittadini, che vengono di tanto in tanto allertati dalle notizie riportate dai media. D’altronde, considerata la miriade di prodotti da forno derivanti dai cereali e dalle patate, il pericolo acrilamide deve assolutamente essere mantenuto sotto controllo.
La prevenzione si attua su un duplice fronte; da una parte si cerca di eliminare il problema all’origine (selezionando varietà di patate e cereali che generino la minore quantità possibile di acrilamide), dall’altro si punta sull’ottimizzazione dei processi industriali e sull’informazione della cittadinanza.

CONSIGLI PER IL CONSUMATORE
  • Una dieta equilibrata con un tenore di grassi ridotto, ma ricca di frutta e verdura, abbinata ad una regolare attività sportiva, costituisce la migliore premessa per una buona salute.
  • Eliminare parti arrostite o carbonizzate da una fetta di pane troppo tostata, aiuta a ridurre i pericoli dell’acrilamide. Un buon fritto fatto in casa, rispettando alcune regole importanti (scegliere un olio con alto punto di fumo, mai il burro, mantenerlo ad una temperatura di 170°C e cambiarlo di volta in volta senza “rabboccarlo”) è sicuramente migliore di una porzione gigante di patatine fritte da fastfood. Tuttavia, se possibile, è meglio preferire altri metodi di cottura, come quella al vapore, la bollitura ed il cartoccio (inadatto per cibi acidi, come limoni e pomodori, perché la loro azione combinata con il calore favorisce il rilascio di alluminio dalla stagnola). Più in generale è importante eseguire sempre una cottura scarsa od appena sufficiente, mai esagerata. Questo provvedimento, oltre a proteggerci dall’acrilamide, assicurerà una perdita ridotta delle vitamine e di altri preziosi micronutrienti contenuti soprattutto nei prodotti vegetali.
  • L’associazione di alimenti fritti con verdure fresche diminuisce i rischi associati all’acrilamide e ad altre sostanze tossiche che si sviluppano durante il processo di cottura (sia perché le fibre ne riducono l’assorbimento sia per il loro prezioso carico di antiossidanti ad azione antimutagena).
  • La prossima volta che vi troverete dinanzi ad una invitante panatura dorata o ad una irresistibile crosticina, considerate il pericolo che nascondono; senza imporvi rinunce particolari, aggiungete questo tassello alle vostre conoscenze dietetiche per crearvi una sana cultura alimentare.

 

dal sito www.my-personaltrainer.it

 
Categories Alimenti, News

Il cetriolo

Il cetriolo è il frutto della pianta che porta lo stesso nome, formata da fusti piuttosto alti e foglie che si alternano lungo tutto il tronco: il frutto quindi si presenta con una forma allungata (misura dai 20 ai 30 cm), ricoperto di piccole protuberanze, con la buccia verde scuro e la polpa interna verde chiaro con i semi bianchi piuttosto acquosa e di sapore amaro. Le prime coltivazioni di questo ortaggio, risalgono a 5000 anni fa ed erano situate ai piedi dell’Himalaya. La pianta, appartenente alla famiglia delle Cucurbitacee, fu probabilmente introdotta nel bacino mediterraneo dagli Egiziani. Il cetriolo non è solo un semplice ortaggio ma si è rivelato un ottimo alleato per la salute generale dell’organismo. Esso infatti contiene una importantissima sostanza predominante: l’acido tartarico. Perché è tanto importante questo acido? Perché impedisce ai carboidrati dei prodotti alimentari, immessi nel nostro organismo, di trasformarsi in grassi, ecco perché i dietologi consigliano il consumo del cetriolo nelle diete e a tutti coloro che vogliono mantenere il peso sotto controllo. Gli specialisti suggeriscono addirittura di mangiarlo abbinato al pane integrale per esaltarne totalmente la sua efficacia come prodotto altamente dietetico. Inoltre ha pochissime calorie, è un buon diuretico e un valido disintossicante.

Varietà, modalità d’acquisto e conservazione
In Italia, la produzione del cetriolo si attesta sulle 120.000 tonnellate. Le regioni in cui viene maggiormente coltivato sono: il Lazio (dove si ottiene circa il 20% del raccolto nazionale), seguito dal Veneto (17%), dalla Puglia (16%), Campania (14%), Sicilia (11%), Calabria (5%) ed Emilia-Romagna (3%). Le varietà più diffuse sono:
– il Verde Lungo d’Italia;
– il Marketer che può avere frutti lunghi fino a 25 cm;
– il Mezzo Lungo Bianco che ha buccia bianca (una qualità piuttosto rara)
– il Parigino.

I cetrioli più piccoli sono generalmente utilizzati per la conservazione sott’aceto. Quando si deciderà di acquistare alcuni cetrioli, sarà bene sceglierli non troppo grandi né troppo piccoli e verificare bene che non siano ammaccati o avvizziti perché in quel caso la polpa sarà meno soda e più acquosa e quindi il gusto sarà particolarmente insipido. Se non amate particolarmente i semi in essi contenuti, ricordatevi di scegliere quelli di dimensioni più piccole poiché ne posseggono minore quantità. Come conservare i cetrioli? In frigorifero nello scomparto delle verdure per 10 giorni e non oltre anche se, una volta acquistati, si consiglia di consumarli subito per godere pienamente delle loro qualità. Ma è possibile anche conservali sotto sale, dopo averli tagliati a fette.

Come consumare il cetriolo 
Solitamente il cetriolo viene consumato crudo, tagliato a fette sottili, ma può anche essere mangiato cotto. Quando è ancora di piccole dimensioni e, quindi, particolarmente tenero, può essere utilizzato per la conservazione sottolio, sottaceto o sottosale. Poiché risulta difficilmente digeribile, alcuni suggeriscono di tagliarlo a fette il giorno prima del consumo e quindi di cospargerlo con un po’ di sale e lasciarlo asciugare su un piano inclinato. Altri, invece, ritengono che per poterlo digerire sia necessario consumarlo subito dopo averlo tagliato.

COMPOSIZIONE E VALORE ENERGETICO DEL CETRIOLO
(100 gr. di prodotto)

Parte edibile  77 %
Acqua  96.5 g
Proteine  0.7 g
Lipidi  0.5 g
Glucidi disponibili  1.8 g
Fibra alimentare  0.6 g
Energia  14 kcal
Sodio  13 mg
Potassio  140 mg
Ferro  0.3 mg
Calcio  16 mg
Fosforo  17 mg
Niacina  0.6 mg
Vitamina C  11 mg

(Fonte: Istituto Nazionale della Nutrizione)

 

Le proprietà
I cetrioli sono ricchi di acqua, per questo motivo vengono ritenuti particolarmente rinfrescanti e depurativi. Questa caratteristica è molto importante per l’attività dei nostri reni. Inoltre hanno pochissime calorie e quindi vengono molto usati nelle diete dimagranti. Contengono provitamina A, le vitamine del complesso B, la vitamina C e sono ricchi di potassio, ferro, calcio, iodio e manganese. Aiutano  i reni ad eliminare i liquidi e le tossine, migliorano l’attività del fegato e del pancreas. La polpa del cetriolo viene utilizzata come diuretico e disintossicante e l’acqua e i sali minerali in esso contenuti, sono molto utili per controbilanciare i cibi acidi. Gli antichi lo utilizzavano inoltre per debellare i vermi intestinali e per abbassare la febbre. Anche per malattie come la gotta, patologia dovuta ad  un accumulo eccessivo di acido urico nel sangue e nei tessuti  (che fa rigonfiare gli arti), i cetrioli vengono ben utilizzati. Gli enzimi contenuti nel cetriolo aiutano l’organismo ad assimilare le proteine, purificano e disintossicano l’intestino. Gli stessi principi attivi aiutano a prevenire anche la formazione di calcoli ai reni e alla vescica. Mangiando regolarmente cetrioli si combatte la costipazione. Inoltre sono anche molto utili per compiere una sorta di pulizia intestinale e per lubrificare le articolazioni. Sono anche a tutti note le proprietà diuretiche, vermifughe, emollienti, antiinfiammatorie e antipruriginose

Le proprietà del cetriolo per la bellezza
Il cetriolo è ricco di zolfo, quindi è molto indicato per curare la pelle: infatti è in grado di schiarire le macchie dell’età, grazie alle sue proprietà decongestionanti. È anche consigliato dagli esperti dermatologi per lenire le scottature solari e se usato con continuità rappresenta una buona soluzione per “migliorare” le rughe. Tutti conoscono anche il vecchio rimedio delle nonne per combattere il gonfiore: i cetrioli sugli occhi che hanno la proprietà di ravvivare lo sguardo, ringiovanire l’aspetto della pelle intorno agli occhi stanchi e ridurre borse e occhiaie. In cosmesi, viene utilizzata la polpa per ottenere maschere per il viso rinfrescanti e idratanti, i semi invece per maschere tonificanti e rassodanti, il succo per impacchi lenitivi su pelli irritabili.. Infine per ridurre le rughe e rendere la pelle più morbida e luminosa, si può preparare un’ottima maschera facciale utilizzando un cetriolo tritato con olio d’oliva e qualche goccia di succo di limone. Questo trattamento ha azione detergente, riduce e pulisce i pori dilatati o occlusi ed è adatta anche alle pelli più sensibili che non tollerano né sapone né acque dure. L’efficacia di questo trattamento è sicuramente superiore a qualsiasi crema, sicuramente più costosa.

 

dal sito www.benessere.com

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Alimenti contro le scottature

E’ estate, tempo di abbronzatura ma anche di scottature solari, soprattutto nel caso in cui non ci si esponga al sole con le dovute accortezze. Oltre ad accertarsi di utilizzare una protezione solare adatta al proprio tipo di pelle, preferibilmente costituita da filtri minerali e priva di derivati del petrolio e di profumazioni sintetiche, è bene imparare a curare maggiormente la propria alimentazione, sia per favorire la tintarella, sia per porsi al riparo da fastidiose scottature, dai danni che i raggi ultravioletti potrebbero provocare e dalle loro eventuali conseguenze negative sulla salute.

Ecco cinque alimenti che dovrebbero essere aggiunti alla propria dieta per provare a tenere alla larga le scottature solari.
1) Pomodori

I pomodori contengono un elevato quantitativo di licopene, un elemento nutritivo considerato fondamentale per la prevenzione delle scottature solari. Studi scientifici hanno confermato come coloro che consumano pomodori ogni giorno, anche sotto forma di salsa, ricevono attraverso la propria alimentazione una maggiore protezione nei confronti delle scottature solari più gravi e dei danni a lungo termine ad esse connessi. Sicuramente noi italiani, casi di allergia a parte, non abbiamo difficoltà a consumare quotidianamente pomodori o salsa di pomodoro lungo tutto il corso dell’anno. Non è poi certamente un caso che la natura ci offra questi portentosi ortaggi proprio in estate.

2) Angurie

Le angurie sono considerate un vero e proprio simbolo dell’estate e anch’esse, proprio come i pomodori, vengono consigliate per la loro ricchezza di licopene come elemento in grado di prevenire le scottature solari. Naturalmente nella loro prevenzione giocano un ruolo fondamentale il buon senso e la consapevolezza di non poter esporsi al sole nelle ore più calde ed eccessivamente a lungo se si sa di avere una pelle molto sensibile, soprattutto nei primi giorni di vacanza. Un aiuto può certamente giungere dall’anguria, che per il suo ricco contenuto d’acqua ci aiuta inoltre a prevenire la disidratazione. Per la sua freschezza risulta ottima da consumare come spuntino in diversi momenti della giornata.

3) Te’ verde

Il tè verde, ricco di proprietà benefiche, è tra l’altro considerato in grado di proteggere la nostra pelle dai possibili danni causati dai raggi ultravioletti . La sua azione protettiva nei confronti della pelle e delle sue cellule sarebbe dovuta all’elevato contenuto di polifenoli presenti nelle foglie da cui si ricava tale bevanda. I suoi effetti positivi sono stati studiati sia nel caso si assuma il tè verde bevendolo normalmente sia nelle sue applicazioni per uso topico, con particolare riferimento a malattie come il cancro . Una varietà di tè verde considerata particolarmente portentosa in tal senso è il “tè matcha” per via del suo elevato contenuto di antiossidanti.

4) Cacao

Un gruppo di ricercatori tedeschi ha potuto confermare attraverso studi specifici come alimentarsi con cibi ricchi di cacao, possa aiutare la nostra pelle a proteggersi dai danni causati dall’esposizione ai raggi ultravioletti, cancro compreso. Test specifici sono stati eseguiti su di un gruppo di donne che hanno accettato di sottoporsi volontariamente ad una dieta che prevedeva il consumo di cacao a colazione per un periodo di tre mesi. In merito alle donne a cui era stato richiesto di fare colazione impiegando cacao particolarmente ricco di flavonoidi è emerso come la loro pelle tendesse ad arrossarsi molto meno facilmente rispetto a quella di coloro che avevano assunto a colazione alimenti scarsamente ricchi di flavonoidi nel corso dell’esposizione al sole. La loro pelle risultava inoltre più morbida ed idratata.

5) Olio di lino

Studi scientifici riguardanti le patologie cancerogene legate all’esposizione della pelle ai raggi ultravioletti sembrano confermare l’importanza di una corretta assunzione di omega3 nella propria dieta a fini protettivi. Una delle principali fonti vegetali per l’assunzione di acidi grassi essenziali è rappresentata dall’olio di lino. L’olio di lino presenta un contenuto equilibrato di acidi grassi omege3 ed omega6, che lo rendono un integratore alimentare perfetto per assicurarsi la quantità giornaliera necessaria di tali nutrienti. L’olio di lino contiene 57 grammi di omega3 ogni 100 grammi di prodotto. Per assicurare la copertura del proprio fabbisogno di Omega3, laSocietà Scientifica di Nutrizione Vegetariana consiglia il consumo quotidiano di due o tre porzioni al giorno di omega3, ognuna ottenuta da: 2 cucchiaini di olio di lino; 1 o 2 cucchiaini di olio di lino e 30 grammi di noci, oppure 1 cucchiaino di olio di lino più un cucchiaino di semi di lino tritati con un macinacaffè. L’olio di lino deve essere conservato in frigorifero per evitarne il deterioramento e consumato entro 8 settimane dall’apertura.

 

dal sito www.greenme.it

Categories Alimenti, News

Curcuma

In India è conosciuta ed utilizzata da almeno 5.000 anni, come medicina, spezia e anche colorante; botanicamente parlando, la curcuma appartiene alla famiglia delle Zingiberacee. Si tratta di piante erbacee, perenni, dotate di rizoma e coltivate prevalentemente nelle regioni tropicali.
La pianta della curcuma è caratterizzata da foglie lunghe a forma ovale, mentre i fiori sono raccolti in spighe. Il suo nome deriva dalla lingua persiana-indiana e precisamente dalla parola Kour Koum, che significa zafferano; infatti la Curcuma è anche nota col nome di Zafferano delle Indie. I suoi rizomi, che sono la parte della pianta che contiene i principi attivi, o droga, vengono fatti bollire per parecchie ore e fatti seccare in grandi forni, dopodiché vengono schiacciati  fino ad ottenere una polvere  giallo-arancione che viene comunemente utilizzata come spezia nella cucina del Sud Asia.
La spezia che si ricava dalla curcuma, come abbiamo detto di un bel colore giallo dorato, contiene centinaia di componenti; tuttavia l’attenzione degli studiosi si è concentrata su uno in particolare: la curcumina.
Altri componenti della curcuma sono rappresentati da potassio, da vitamina C, e per il 26% da amido. Molto importante anche la presenza di oli eterici che sono in grado di stimolare l’appetito e quelli amari che sono in grado di stimolare la formazione di enzimi digestivi.
Proprietà Curative e Benefici della Curcuma
In base a recenti studi è risultato che la curcumina potrebbe essere utile a contrastare l’insorgere di almeno otto tumori: colon, bocca, polmoni, fegato, pelle, reni, mammelle e leucemia. La curcuma viene impiegata nella medicina tradizionale indiana e in quella cinese come disintossicante dell’organismo, in particolare del fegato e come antinfiammatorio. Queste proprietà salutari che vengono attribuite alla curcuma dalla tradizione popolare sono le stesse che oggi vengono confermate dalla medicina ufficiale, anche alla luce dei numerosissimi studi e scoperte che la scienza attuale ha ufficialmente confermato.
La cosa che ha “catturato” l’attenzione degli studiosi è il fatto che nei paesi asiatici e in particolare in India, dove il consumo di curcuma è altissimo, l’incidenza dei tumori è molto bassa. Molto interessanti le proprietà antiossidanti della curcumina che sono in grado di trasformare i radicali liberi in sostanze inoffensive per il nostro organismo oltre naturalmente a rallentare l’invecchiamento del nostro patrimonio cellulare. Molto valida anche l’azione cicatrizzante della curcumina; in India infatti viene applicato il rizoma di curcuma per curare ferite, scottature, punture d’insetti e malattie della pelle con risultati veramente soddisfacenti. Infine, secondo uno studio pubblicato sulla rivista ” Cancer Research”, la curcuma avrebbe un ruolo fondamentale nella prevenzione e nel trattamento del tumore alla prostata. Si è inoltre constatato che l’effetto della curcumina è ancora più evidente quando associato ad un isotiocianatopresente in verdure come il cavolo, i broccoli o il cavolo rapa.
Lo sapevate? Un cucchiaino di curcuma corrisponde a 2 calorie. In cosmesi la curcuma è nelle formule di prodotti solari, antirughe, dermopurificanti e antiforfora.
La curcumina è usata oltre che come colorante alimentare (E 100) come sostanza colorante per lana e seta e come indicatore acido-base visto  che in ambiente basico il colore si trasforma in  rosso.
Purtroppo, come avviene in molti altri campi, la curcuma viene aggiunta , dalle aziende poco serie, per “allungare” il più costoso Zafferano; in questo caso, fortunatamente, viste le proprietà salutari della curcuma, non vi sono problemi.
La pianta da cui si ricava la curcuma è quella della Curcuma longa, una pianta che vive tra i 20 ed i 30 gradi. Il primo produttore al mondo di curcuma è l’India con la sua città Sangli, a sud dell’India,  che rappresenta il centro principale di produzione.
La polvere di curcuma è l’ingrediente che dà il colore caratteristico al curry; il sapore è molto volatile mentre, al contrario, il colore si mantiene inalterato nel tempo. Per questo motivo è una sostanza che viene largamente impiegata nel ramo alimentare come colorante, il suo codice è E 100; alimenti come il formaggio, yogurt, mostarda, brodi vari in scatola e altri ancora vengono spesso colorati con derivati della curcuma.
L’olio di curcuma può essere impiegato per sostituire l’olio di oliva in tutti i suoi usi; apporta benefici al metabolismo del fegato e dei grassi in generale.
Olio alla curcuma
Ingredienti per 50 cl. di olio:
50 cl. di olio extravergine di oliva
3 cucchiaini di curcuma in polvere
Mettere l’olio e la curcuma in un barattolo con chiusura ermetica e mescolare bene fino alla completa amalgamazione dei due ingredienti. Lasciare macerare il tutto ricordandosi di agitare bene il contenitore una volta al giorno.
Trascorsi sette giorni non agitate il barattolo e travasate il tutto in una bottiglia di vetro evitando di far scendere la curcuma che nel frattempo si sarà depositata sul fondo.
Grazie al notevole potere ossidante è chiamato anche “olio della giovinezza”.

 

Usi della Curcuma

Per un uso salutistico è sufficiente riuscire ad integrarla nella nostra dieta quotidiana. Un paio di cucchiaini da caffè al giorno sono la dose ideale; si può aggiungere a fine cottura di molti alimenti ma si può anche aggiungere a vari tipi di yogurt o farne una salsa. E’ importante ricordare che la curcuma va assunta insieme al pepe nero o al tè verde per facilitarne l’assorbimento. Non solo. Anche l’abbinamento a qualche grasso, tipo olio d’oliva, burro, o quant’altro, facilita l’assorbimento della curcuma.
Conservazione
La curcuma viene normalmente venduta in polvere. In questo caso va conservata dentro a un vaso di vetro sigillato ed in un  luogo fresco e asciutto per mantenerne più a lungo l’aroma; è buona cosa che il vaso non sia trasparente così da non far filtrare la luce che danneggerebbe le proprietà della “preziosa” polvere.
Precisazioni
Da non confondere con il curry, la curcuma è una polvere giallo scuro che deriva da una pianta appartenente alla famiglia dello zenzero. Il suo assorbimento da parte del nostro organismo è piuttosto basso e questa particolarità ne rende l’impiego molto sicuro, in quanto diventa molto difficile assumerne quantità notevoli che sarebbero dannose all’organismo. Al contrario, questa peculiarità, potrebbe essere di impedimento alla sua efficacia; in questo caso ci vengono in aiuto due “spezie”: il pepe nero ed il tè verde, la cui assunzione, aumenta in modo sostanzioso l’ assorbimento di alcune sostanze alimentari, tra cui la curcumina.
dal sito www.mrloto.it
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Allergie e intolleranze

Allergie ed intolleranze alimentari, quali sono le differenze?

Molte persone tendono, erroneamente, a confondere le allergie con le intolleranze alimentari: i concetti, però, sono molto diversi, nonostante i sintomi correlati siano, per certi versi, sovrapponibili.
In questo articolo si cercherà di far luce sul significato di “allergia” ed “intolleranza”, analizzando le cause che le scatenano, il meccanismo che sta alla base, la sintomatologia ed i possibili rimedi.

 

Allergia alimentare

L’allergia è una reazione esagerata del sistema immunitario, che si scatena in risposta ad un antigene. Piuttosto che di “antigene”, comunque, quando si considera un’allergia alimentare sarebbe più corretto parlare di “allergene”, il quale è percepito come elemento estraneo dall’organismo, quindi come una possibile fonte di danno. Il sistema anticorpale provoca una risposta immunitaria: è proprio l’alimento stesso con i suoi allergeni (più precisamente le proteine in esso contenute) a provocare questa risposta sproporzionata, che può sfociare anche in conseguenze molto dannose per l’organismo.

 

Intolleranza alimentare

Per intolleranza, invece, il concetto è diverso: il sistema immunitario non viene coinvolto, di conseguenza non si scatena una risposta immunitaria.
Già l’etimologia del termine “intolleranza” indica l’incapacità di sopportare, di tollerare: in seguito ad un’assunzione abbondante di un determinato alimento, l’organismo “si ribella” perché non riesce a digerirlo correttamente. Ecco il motivo per cui l’intolleranza è una reazione tossica dell’organismo, a differenza dell’allergia (reazione non tossica) che non dipende dalla dose assunta.

 

Allergie od intolleranza alimentare?

Per semplificare i concetti, si riporta un esempio: il sistema immunitario di un soggetto allergico alle fragole reagisce in modo esagerato anche se la persona mangia un solo frutto, il che significa che anche una sola fragola è percepita come “elemento estraneo e potenzialmente pericoloso” per l’organismo, che viene difeso provocando un primo campanello d’allarme (prurito ed irritazione a livello cutaneo). Se invece una persona è intollerante alle fragole e ne assume una quantità molto piccola (una o due fragole), non ci sarà reazione alcuna a livello cutaneo. Tuttavia, nel momento in cui il soggetto mangia una dose abbondante di questi frutti, l’alimento non riesce più ad essere digerito: di conseguenza si registreranno effetti a livello della pelle.

Si possono evidenziare ancora altri fattori che distinguono allergie ed intolleranze: le allergie si classificano in base agli anticorpi implicati nella reazione (IgE- mediate ed IgE-non mediate), mentre le intolleranze, non coinvolgendo il sistema anticorpale, si dividono in “enzimatiche” e “farmacologiche”.
Per “enzimatica” s’intende un’intolleranza determinata dalla mancanza, o dalla carenza, di un enzima coinvolto nella digestione: l’enzima non riesce a digerire l’alimento. E’ il caso, ad esempio, dell’intolleranza al lattosio, lo zucchero caratteristico del latte, dovuta alla carenza di lattasi, l’enzima deputato alla digestione del lattosio.
Per “farmacologica” s’intende un’intolleranza in cui il soggetto è sensibile ad alcune sostanze che si trovano nell’alimento. E’ il caso, ad esempio, degli alimenti ricchi di tiramina e dei loro effetti in soggetti ipersensibili a questa sostanza.

L’unico fattore che accomuna, anche se solo in parte, le allergie alle intolleranze è la sintomatologia: comuni sono, infatti, gli effetti che si manifestano dopo una reazione allergica od un’intolleranza alimentare: dolori addominalidiarrea, nauseagonfiore allo stomaco, prurito ed arrossamento della cute rappresentano i sintomi che si riscontrano in entrambe le problematiche. Di sicuro, comunque, i sintomi che si manifestano in un’allergia possono essere di maggior entità rispetto agli stessi che si verificano in un’intolleranza: le manifestazioni allergiche possono infatti sfociare anche in problemi respiratori, cardiorespiratori, fino alla forma più grave dello shock anafilattico che, se non si interviene immediatamente con farmaci specifici, può provocare coma e anche morte.

È bene ricordare che si possono, talvolta, verificare delle forme di intolleranza alimentare che possono essere confuse con un’allergia, perché caratterizzate da elementi che si ritrovano in entrambi i disturbi: per questo motivo, si parla di “pseudo-allergie”. Queste particolari problematiche, inserite nella categoria delle intolleranze farmacologiche, sono intolleranze definite come una sorta di allergia dovuta alla produzione di istamina in seguito all’ingestione di un alimento. Per esempio, crostacei, cioccolato, pomodori, pesce in scatola sono tutti alimenti definiti “sostanze istamino-liberatrici”.

In merito ai rimedi che si possono adottare per evitare allergie ed intolleranze, se viene eliminato completamente quel determinato alimento dalla dieta di un soggetto allergico, esso non avrà più nessun tipo di manifestazione (dieta di esclusione). Se una persona è invece intollerante, può comunque continuare ad assumere quel dato alimento, ma a piccole dosi; a volte è suggerita l’astensione totale per brevi periodi, in modo da ricreare il patrimonio enzimatico necessario alla digestione dell’alimento.

 

dal sito: www.my-personaltrainer.it

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Impariamo le vitamine… Vitamina B

Le vitamine del gruppo B sono un gruppo di vitamine essenziali a un corretto regime alimentare e le loro proprietà sono molto utili per evitare problemi di salute. Le vitamine B sono fondamentali, tra altre cose, per il normale funzionamento del fegato e del sistema nervoso, ma innanzitutto sono importanti per la trasformazione dei carboidrati in glucosio e per il metabolismo dei lipidi e delle proteine. Scopriamo insieme le proprietà questo gruppo di vitamine: in particolare in questo articolo “facciamo conoscenza”  delle vitamine dalla B1 alla B7 partendo dai sintomi che una loro eventuale carenza può provocare nel nostro corpo.

Non hai appetito e sei sempre stanco? Ti serve la vitamina B1

Se ti senti spesso stanco, soffri di dolori muscolari, hai poco appetito, respiri con difficoltà o hai poco appetito, probabilmente ti serve la vitamina B1. Si trova in lievito di birra, olio di germe di grano, polline e pappa reale, soia, cereali integrali, alga spirulina, nocciole, mandorle, noci, legumi di girasole, melassa.

Come assumerla: mangia ogni giorno 5 nocciole; la mattina bevi un cucchiaino di olio di germe di grano e fai colazione con i cornflakes. Ricorda che la vitamina B1 viene annientata dall’alcol, dal fumo e dal consumo di dolci e di zucchero. Anche il calore della cottura e la contemporanea assunzione di frutti di mare e pece crudo annullano i benefici della vitamina B1.

Ti infastidiscono bruciori e prurito? Ti serve la vitamina B2

Se si presentano spesso afte, stomatiti e lesioni alle labbra e del cavo orale, se soffri di bruciori e infiammazioni o se ti dà particolarmente fastidio la luce del sole e hai come la sensazione di avere la sabbia negli occhi, fai scorta di vitamina B2. Si trova nel lievito di birra, nel tuorlo d’uovo, nell’olio di germe di grano e nei semi oleosi, nei cavoli, nei piselli e nello yogurt.

Come assumerla: mangia ogni giorno un’insalata di cavoli tagliati a listarelle condita con un cucchiaino di olio di germe di grano e aceto di mele. Ricorda che se esponi ai raggi solari i cibi contenenti vitamina B2, se ne riduce la concentrazione.

L’intestino è irregolare e digerisci a fatica? Ti serve la vitamina B3

Se digerisci male, soffri di nausea, hai l’alito pesante, hai l’intestino irregolare o ti senti debole e la tua pelle è secca e macchiata da chiazze rosse, devi assumere la vitamina B3. Si trova nel lievito di birra, nel fegato, nelle frattaglie, nel pesce e nel rabarbaro.

Come assumerla: prendi una capsula di lievito di birra al dì o aggiungi un pezzetto di rabarbaro alla frutta cotta. Chi soffre di ulcera e gastrite non deve assumere troppavitamina B3; la somministrazione va interrotta se la pelle si secca e si manifestano prurito e vampate.

Le difese immunitarie si sono abbassate? Ti serve la vitamina B4

Se ti ammali più spesso del solito, gli esami del sangue hanno rivelato un abbassamento dei globuli bianchi o soffri di nevriti o polinevriti, può essere un problema di carenza di vitamina B4. Si trova nel lievito di birra, nel riso e nell’estratto di barbabietola, nelle patate, nei pomodori e nel latte intero.

Come assumerla: ti basta un bicchiere di latte (anche vegetale) al giorno o un sugo preparato con 3 pomodori, olio d’oliva e basilico per assumere la vitamina B4. Attenzione però a non sottoporre a lunghe cotture i cibi che la contengono.

Soffri di malumore, stress e cefalea? Ti serve la vitamina B5

Se ti ammali più facilmente, soffri di allergie e di stress, il tuo umore è vagamente depresso, hai attacchi di cefalea più intensi e frequenti del solito o ti sono aumentate le carie e noti che si sono moltiplicati i capelli bianchi, serve un integratore di vitamina B5. Si trova principalmente nella pappa reale, nel polline, nel lievito di birra, nel grano saraceno e nel tuorlo d’uovo.

Come assumerla: prendi ogni mattina una punta di cucchiaino di pappa reale o un cucchiaino di polline (verifica sempre di non essere allergico a questi prodotti). O mangia 3-4 uova alla coque alla settimana per assumere la vitamina B5.

L’acne è peggiorata e hai il colesterolo alto? Ti serve la vitamina B6

Se hai notato un peggioramento dell’acne e degli eczemi, stai perdendo più capelli, gli esami del sangue segnalano un aumento del colesterolo o se durante la giornata urini più spesso e in maniera più abbondante, ci vuole più vitamina B6. Si trova in riso, tonno, olio di semi di girasole, crusca e in tutte le farine integrali biologiche, nei vegetali a foglia verde, nei piselli, nelle prugne e nelle banane.

Come assumerla: mangia una banana al giorno o aggiungi una manciata di piselli alle tue minestre. Attenzione però a non eccedere coi dosaggi di vitamina B6 in chi soffre di ulcera, gastrite e morbo di Parkinson: riduce gli effetti dei farmaci usati per questa patologie.

Fegato e pressione ko?: ti serve la vitamina B7

Se soffri di ipertensione, hai qualche disfunzione renale o la tua dieta ricca di grassi e lo stress hanno provocato un ingrossamento del fegato e statosi (sindrome del fegato grasso), ti può aiutare la vitamina B7. Si trova nel germe di grano, nel lievito di birra, nella melassa, nelle frattaglie e nei cavoli in generale.

Come assumerla: aggiungi a contorni e a insalate un cucchiaio di germe di grano in polvere per assumere la vitamina B7. Ma attenzione a non superare i dosaggi per non incorrere in problemi digestivi, sbalzi umorali, aumento della sudorazione e anoressia.

 

dal sito www.riza.it

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Le etichette stanno cambiando

Vent’anni dopo la loro nascita, negli Stati Uniti le etichette nutrizionali di circa settecentomila cibi e bevande stanno per cambiare radicalmente. Le nuove regole, proposte dalla Food and Drug Administration (FDA), sono state annunciate da Michelle Obama e saranno sottoposte a una consultazione pubblica per tre mesi. Il contenuto di calorie sarà scritto in modo molto più evidenziato, gli zuccheri aggiunti in fase di lavorazione del prodotto saranno distinti da quelli contenuti naturalmente negli ingredienti, saranno inseriti anche la vitamina D e il potassio, oggi non previsti in etichetta.

Le porzioni considerate saranno più aderenti alla realtà: una coppetta di gelato e non mezza

Inoltre, essendo cambiate le abitudini alimentari, saranno aggiornate le porzioni a cui si fa riferimento. Nel caso dei gelati, ad esempio, ora il riferimento è a mezza coppetta, mentre diventerà a una coppetta intera, facendo raddoppiare l’indicazione delle calorie contenute nella porzione di riferimento. Lo stesso varrà per le bevande in lattina e bottiglia.

Lo scopo del cambiamento è di rendere le etichette nutrizionali più comprensibili e più facili da leggere, aiutando i consumatori a ridurre il rischio di obesità e di disturbi cronici, come pressione alta, diabete e malattie cardiovascolari. Secondo le stime della FDA, i cambiamenti delle etichette nutrizionali potrebbero costare all’industria circa due miliardi di dollari, con benefici in termini di salute pubblica pari a 30 miliardi. Le aziende avranno due anni per adeguarsi alle nuove norme.

Dal sito: www.ilfattoalimentare.it

Categories News, Salute

Dieta dei gruppi sanguigni… bocciata

E’ stata bocciata perché “non scientificamente valida”. La dieta dei gruppi sanguigni, un regime alimentare per perdere peso che ha fatto proseliti in tutto il mondo, non supera l’esame dei ricercatori dell’Università di Toronto. Lo rivela uno studio, appena pubblicato sulla rivista scientifica Plos One. La cosiddetta ‘Dieta del gruppo sanguigno’, messa a punto dal naturopata Peter D’Adamo nel 1997, non avrebbe valore scientifico. Il metodo si basa sul fatto che a ogni gruppo sanguigno corrispondano diverse glicoproteine nelle cellule che rendono più “digeribili” alcuni cibi, portando a ridurre il rischio cardiometabolico e a rimanere sani più a lungo.

Lo studio. Da tempo diversi esperti internazionali avevano espresso dubbi sulla ricetta di D’Adamo. I ricercatori canadesi hanno preso in esame 1455 persone, e hanno messo in evidenza il fatto che il modo in cui ciascuno reagiva alle quattro  diete ideate  (per i gruppi sanguigni a, b, ab e zero) nulla aveva a che vedere con il gruppo sanguigno di appartenenza. A tutti i partecipanti allo studio sono state chieste informazioni dettagliate sull’alimentazione quotidiana, attribuendo loro un punteggio sulla base dell’aderenza o meno alla dieta del gruppo sanguigno di appartenenza. Chi “sgarrava” di più avrebbe dovuto essere maggiormente a rischio, avere alcuni parametri come trigliceridi, colesterolo o glicemia oltre i limiti, invece la scoperta è stata che il meccanismo non era così automatico.

“Nessun collegamento”. “Alcuni regimi alimentari erano di per sé sani e in coloro che li seguivano si evidenziavano profili cardiometabolici positivi – spiega il dottor Ahmed El-Sohemy, che ha coordinato la ricerca – ma questo era del tutto indipendente dai gruppi sanguigni. In pratica, la ricerca ha evidenziato che il modo in cui ciascun individuo risponde a un’alimentazione vegetariana o povera di carboidrati ha a che vedere solo con la sua capacità di adattarsi a quello specifico regime dietetico” sottolinea El-Sohemy.

Sette milioni di copie vendute. Sembra tramontare così, almeno fino a quando non si faranno ulteriori studi per confrontarla con una dieta standard, la possibilità di dare validazione scientifica alla dieta dei gruppi sanguigni, che prendeva le mosse dall’eredità genetica dei nostri antenati e dalle loro abitudini alimentari e la cui popolarità era dovuta al libro “Eat right for your type”, che ha venduto oltre sette milioni di copie del mondo. Diversi i personaggi famosi che l’hanno scelta, come la cantante Cheryl Cole e il cantante e attore Cliff Richard.

L’esperto. Non si stupisce Fabio Virgili del Consiglio per la sperimentazione e Ricerca in Agricoltura, esperto in alimentazione e genetica, che da tempo esprime dubbi sulla validità della dieta dei gruppi sanguigni. “Non ci sono basi scientifiche solide per dimostrare questa tesi. Per validare una teoria occorrono evidenze epidemiologiche, cliniche, indagini che forniscano dati solidi con strumenti comprovati scientificamente e che qui non ci sono – spiega Virgili – . I gruppi sanguigni più noti, e su cui si basa la dieta, sono quattro, in realtà i fattori ematici che si potrebbero prendere in considerazione, per voler tentare un’improbabile distribuzione della popolazione su questa base, sono almeno una ventina”.

“Metodo assurdo”. E’ ancora presto per proporre un regime alimentare che si basa sulla genetica? “Da quando abbiamo gli strumenti per indagare il genoma, la ricerca sulle relazioni tra genetica e alimentazione risulta sempre più complessa  –  dice Virgili,  –  ci stiamo rendendo conto di quanti fattori, sia genetici che ambientali, concorrano a determinare il nostro rapporto con gli alimenti e di riflesso con la nostra salute.  La pretesa di determinare la dieta ottimale seguendo la genetica è ancora una cosa assurda, molto prematura e ingiustificata. E’ vero che qualcuno può essere più predisposto da un punto di vista genetico a sviluppare malattie cardiovascolari, ma non è detto che si ammali. Questo spiega come mai anche due gemelli possano talvolta ammalarsi di patologie diverse”.

dal sito www.repubblica.it

Categories Consigli, News, Salute

Manga… frutta e verdura

Per abituare i ragazzi a scegliere più frutta e verdura rispetto agli snack pieni di calorie, grassi e zuccheri, la lettura di fumetti giapponesi manga insegna più di molte lezioni, e sortisce effetti misurabili e significativi.

L’idea di utilizzare un fumetto e, nella fattispecie, un manga, cioè un fumetto giapponese caratterizzato da una miscela unica di testo e figure, è venuta ai nutrizionisti della City University of New York School of Public Health, che hanno condotto uno studio su una popolazione particolarmente a rischio di obesità, quella dei ragazzi ispanici o afroamericani.

Per focalizzare l’attenzione su questi soggetti, gli autori hanno reclutato una sessantina di ragazzini di 11 anni in due dopo-scuola di New York scelti tra quelli nei quali vi era la più alta percentuale di bambini e adolescenti aventi diritto ai pasti gratuiti (nel 79 e nel 96% dei casi). In genere si tratta di persone provenienti dalle famiglie più povere; il 90% dei partecipanti era appunto afroamericano o ispanico, mentre la ripartizione tra sessi era uno a uno, con una leggera prevalenza di ragazze (54%).

I ragazzi sono stati suddivisi in due gruppi, uno dei quali invitato a seguire la lettura di un manga intitolato “Combatti per il tuo diritto alla frutta” e l’altro a una lettura di un racconto lungo quanto un tema non inerente alla salute né all’alimentazione. Quindi sono stati lasciati liberi di scegliere la loro merenda gratuita in un assortimento che prevedeva patatine fritte, biscotti e cracker farciti al formaggio oppure arance, pompelmi, mele o fragole, e il risultato è stato che il 61% dei ragazzi che aveva partecipato alla sessione manga ha scelto una merenda a base di frutta, contro il 35% degli altri.

La merenda rappresenta circa il 27% dell’apporto calorico quotidiano dei ragazzi americani, e la sua qualità è dunque molto importante per tenere a bada il peso. D’altro canto, molti studi hanno mostrato che una delle cause della dilagante obesità infantile negli Stati Uniti e non solo è l’apporto insufficiente di frutta e verdura nella dieta quotidiana. Da questi due elementi è nata l’idea di cercare di incrementare l’assunzione di frutta a scapito di quella di snack poco sani, oggetto dello studio, pubblicato sul Journal of Nutrition, Education and Behaviour. I fumetti in generale  e i manga in particolare possono essere un mezzo efficace e molto economico per promuovere una corretta alimentazione anche tra i ragazzi con un livello di istruzione più basso e provenienti dalle famiglie con reddito minore, tradizionalmente più soggetti all’obesità.

Dal sito www.ilfattoalimentare.it

Categories Alimenti, Consigli, News

Quanto viaggia il cibo?

Secondo uno studio condotto negli Stati Uniti il viaggio del cibo realizzato da: spinaci, broccoli, piselli e altri ortofrutticoli  consumati in una città come Chicago, percorrono in media 2400 km prima di raggiungere gli scaffali dei supermercati. Facendo un po’ di calcoli si scopre che  solo il 20%  dell’energia necessaria per produrre e commercializzare questi prodotti è da addebitare al settore agricolo. La rimanente quota è assorbita dalle fasi di trasporto, refrigerazione, lavorazione, confezionamento e distribuzione.

Anche in Italia è normale trovare al supermercato mele e pere provenienti dal Cile, kiwi importati dalla Nuova Zelanda, ananas dal Kenia. C’è anche l’uva proveniente dal Sudafrica,  i  salmoni dalla Norvegia, i vini della California e potremmo continuare l’elenco di prodotti non proprio a Km 0.

Sul sito inglese Food Miles è possibile scoprire quanti chilometri percorre il cibo che mangiamo, basta inserire il luogo in cui ci troviamo, quello di provenienza dell’alimento e il nome in inglese. Per provare a “giocare”, andate direttamente sul sito, dove compare il calcolatore virtuale (foto a destra).

Il sistema dà un’idea dei chilometri percorsi considerando il tragitto da una capitale all’altra. Per ogni tragitto sul sito compare la mappa e la quantità di andidride carbonica prodotta in relazione alla modalità di trasporto: aereo, nave, treno. È possibile anche cliccare sull’alimento scelto per visualizzare le statistiche: il grano è stato visto 941 volte, con una classifica dei Paesi di provenienza più ricercati che vede il Canada in testa, seguito dagli Stati Uniti e dalla Cina.

La classifica della pasta è stata ricercata 5946 volte e per 5122 volte con origine italiana (ovviamente in testa, seguita dalla Cina con 131 ricerche di origine). Possiamo anche giocare immaginando di esportare: pasta, olio, Parmigiano Reggiano, prosciutto di Parma dall’Italia verso un altro Paese.

Il codice stampigliato sul guscio permette di risalire all’allevamento di provenienza

Sempre su Food Miles è possibile utilizzare un’applicazione per risalire all’origine delle uova – in questo caso britanniche – inserendo il codice che si trova stampigliato sul guscio. La stessa cosa possiamo farla con le uova italiane, attraverso questo sito, scaricando una App per smartphone.

Ovviamente il sistema di Food Miles fornisce un valore indicativo, sia dei chilometri sia dell’emissioni di CO2. A queste quantità andrebbero aggiunti il trasporto fino al sito di stoccaggio, la lavorazione o la distribuzione, addirittura dal supermercato a casa nostra, infine la quantità di energia per la produzione (gli ortaggi coltivati nelle serre inglesi, percorrono poca strada per arrivare a Londra, ma consumano una quantità di energia esagerata rispetto agli ortaggi coltivati nelle serre siciliane).

Noi abbiamo provato a creare una mappa di alcuni prodotti  importati prendendo come riferimento geografico la città di Roma, voi potete fare la vostra considerando gli acquisti più frequenti cliccando su Food Km.

Infine, chi vuole comperare prodotti a “Km 0″ può provare l’App Orto in Tasca, che segnala l’azienda più vicina che vende frutta e verdura di prossimità.

 

dal sito www.ilfattoalimentare.it

foto www.idiva.com

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