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Tag Archives: colesterolo

Categories Cena

Zuppa di rapa e cavolo rossi

Eccomi con un’altra idea per una cena autunnale, calda ma soprattutto facile e veloce da preparare.

Ormai non è più un segreto che qualsiasi verdura che passa dal mio frigo prima o poi diventa una zuppa o una passata. Ieri sera mi sono trattata molto bene, l’autunno è arrivato alla grande, si iniziano ad avvertire i primi acciacchi della stagione, perciò è meglio fare il pieno di vitamine e sali minerali che ci aiutano a rinforzare il nostro corpo.

Così mi sono preparata una passata di rapa rossa e cavolo rosso ed un insalata fresca e gustosa.

ZUPPA DI RAPA E CAVOLO ROSSI

INGREDIENTI

  • 1 rapa rossa
  • cavolo rosso
  • 1 cipolla
  • 2 carote
  • brodo vegetale

PREPARAZIONE

Ho preso la mia cara pentola a pressione, come al solito ho fatto appassire un po’ la cipolla bianca e le carote e ci ho aggiunto la rapa rossa ed un pezzo di cavolo rosso. Tutto il piano di lavoro ha preso un meraviglioso colore fucsia, quasi un peccato pulire! Dopo averli fatti andare un po’ sul fuoco ho aggiunto del brodo vegetale e lasciato che andasse tutto da solo per circa 20 minuti, alla fine ho frullato tutto e servito con un cucchiaino di panna acida.

 

INSALATA CON PERE, NOCI E FORMAGGIO

INGREDIENTI

  • Insalata
  • 1 pera piccola
  • noci
  • formaggio (fontina ma può essere scelto in base ai gusti)
  • olio EVO
  • sale, pepe

PREPRAZIONE

Ho lavato l’insalata, ho lavato e tagliato a cubetti la pera, ho tagliato a cubetti il formaggio, sbriciolato grossolanamente le noci, mescolato e condito tutto con olio EVO, sale e pepe.

Una cena molto semplice ma molto ricca!

PROPRIETA’ DELLA RAPA ROSSA

La rapa rossa ha ottime proprietà antiossidanti: sembra che la presenza di nitrati comporti un effetti ipotensivo. Questi ortaggi hanno anche proprietà disintossicanti, depurative, antisettiche e mineralizzanti: la rapa rossa contiene ferro, sodio, potassio, calcio, magnesio e fosforo. Sono utili in caso di problemi digestivi perchè stimolano la produzione di succhi gastrici e bile (a questo proposito chi soffre di gastrite deve fare attenzione), inoltre la presenza di fibre aiuta la funzionalità intestinale. Infine è ricchissima di vitamina C.

PROPRIETA’ DEL CAVOLO ROSSO

Del cavolo rosso abbiamo parlato in uno degli ultimi articoli, ma possiamo ricordare velocemente le sue proprietà antiossidanti, il suo apporto di fibra, di vitamina A e di vitamina C.

PROPRIETA’ DELLE NOCI

Le noci sono fantastiche alleate nella regolazione del colesterolo e nella prevenzione di malattie cardiache e coronariche. Sono ricche di vitamina E, un potente antiossidante, di zinco, rame, ferro e vitamine del gruppo B.

 

Insomma con una cena così, oltre ad esserci riscaldati, essere sazi ma anche leggeri, abbiamo fatto il pieno di antiossidanti, vitamine e micronutrienti, nostri alleati in questo cambio di stagione.

 

 

Categories Alimenti, News

Che cavolo!

Per cavolo rosso (o cavolo cappuccio rosso) si intende un alimento di origine vegetale, ottenuto da una pianta commestibile appartenente alla famiglia delle Brassicaceae.
Strettamente imparentata con cavoli verza, cavolfiore, broccoli e cime di rapa (ma non solo), la pianta del cavolo rosso è identificata dalla nomenclatura binomiale Brassica oleracea, cultivar capitata f. rubra.
NB. La precisazione della cultivar è indispensabile per distinguere il cavolo rosso dagli altri sopra menzionati, invece appartenenti alle cultivar: sabauda, botrytis, italica e sylvestris.
Il cavolo rosso è anche noto come cavolo viola o crauto rosso o blu.
Possiede delle foglie dal colore rosso scuro, tendente al violaceo. Tuttavia, grazie ad un pigmento appartenente alla famiglia delle antocianine (flavine), la pianta cambia colore in base al pH del terreno.
Il cavolo cappuccio rosso è diffuso in Nord Europa, nelle Americhe e in Cina. Richiede un terreno ben concimato, con un’umidità sufficiente alla sua vegetazione. E’ una pianta stagionale che viene seminata in primavera e raccolta nel tardo autunno. Si tratta di una cultivar che resiste meglio al freddo rispetto a quello bianco e non ha bisogno di essere convertito in crauti per garantirne la disponibilità nel periodo invernale.

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Caratteristiche Nutrizionali del Cavolo Rosso

Rispetto al cavolo verde, quello rosso ha un contenuto 10 volte superiore di pro vitamine A ed il doppio del ferro.
Il cavolo rosso è una verdura che rientra nel VI e VII gruppo degli alimenti, grazie al notevole apporto di retinolo equivalenti (pro vit A) e vitamina C (molto utili nel periodo invernale, momento in cui scarseggia la maggior parte degli ortaggi). Queste vitamine sono due potenti antiossidanti ed esercitano un buon effetto contro i radicali liberi prevenendo l’invecchiamento dei tessuti ed alcune forme di tumore.

A supportare questo effetto antiossidante e anticancerogeno, contribuiscono anche i pigmenti fenolici (antocianine), che nel cavolo rosso appaiono numerosi e piuttosto concentrati. Dotati di un effetto positivo anche sul metabolismo, questa volta in sinergia alla fibra alimentare (ben presente), i polifenoli aiutano a mantenere normali i livelli di colesterolo nel sangue.

La fibra alimentare svolge anche un effetto positivo sul trofismo della flora batterica intestinale e sul transito delle feci, prevenendo la stipsi ed alcune forme di tumore del colon retto.

Il cavolo rosso è un alimento poco energetico, con una prevalenza calorica dei glucidi, seguiti dalle proteine e infine da piccolissime parti di lipidi. I carboidrati sono semplici (fruttosio) e i peptidi hanno un basso valore biologico.

Per quel che concerne i sali minerali, il cavolo rosso dovrebbe apportare una buona quantità di potassio e di ferro (rispetto alla categoria alimentare di appartenenza).
La porzione media di cavolo cappuccio rosso è di circa 100-300g (20-60kcal).

Usi in Cucina

Il cavolo rosso può essere mangiato crudo o cotto.
Si tratta di un alimento che tende a macchiare moltissimo le mani ed i vestiti. Dopo la cottura, normalmente diventa color blu e per conservarne il pigmento è necessario aggiungere dell’aceto o della frutta acidula (ad es. limone) direttamente in cottura.
Il cavolo rosso è spesso utilizzato come antipasto crudo, per le insalate miste o solo di cavoli. E’ un contorno tradizionale tedesco e da cotto accompagna molti piatti, come ad esempio il Sauerbraten.

Curiosità

Sui terreni acidi, le foglie del cavolo rosso crescono rosse o rosa o magenta, sui terreni neutri porpora, mentre in quelli alcalini diventano blu o gialle o verdastre. Questo spiega il fatto che la stessa pianta è diffusa in diverse regioni ma con colori diversi.
Per lo stesso motivo, il succo di cavolo rosso può essere utilizzato come indicatore casalingo di pH; in pratica, questo diventa rosso con l’aggiunta di componenti acide e verde o giallo in soluzione basica.

Tratto da http://www.my-personaltrainer.it/
Categories Colazione

Noci, noccioline & co.

Frutta a guscio: alla nostra salute fa benissimo, e allunga la vita. Tutte le ultime ricerche scientifiche lo confermano. Non dovrebbe mancare dalla nostra dieta quotidiana. D’accordo, ma quale è meglio consumare? E in che quantità? Ecco una piccola panoramica tra pistacchi, anacardi, noci, noccioline etc.

Prima d’iniziare, però, sfatiamo una sorta di mito: quello sulla bomba calorica che rappresenterebbero noci&co. Molte persone, infatti, si trattengono dal consumarne, un po’ per mancanza d’abitudine, un po’ perchè temono, appunto, che apportino troppe calorie nella nostra dieta. É vero: oltre che un’eccellente fonte di proteine, minerali, fibre e altri nutrienti benefici, la frutta a guscio è un’ottima fonte energetica, grazie ai suoi grassi monoinsaturi. Ma molti studi hanno dimostrato che il suo consumo aiuta addirittura la perdita di peso, oltre a contrastare il colesterolo alto e promuovere la salute del cuore. Il segreto sta tutto nella dose giusta.

E la dose giusta è… una “porzione”, 30 grammi circa. Ogni giorno della vita. Si tratta di circa 20-25 mandorle, mentre di grosse noci ne bastano 5-7. Nel dubbio, abbondare non fa male, anzi: 20-25 unità al giorno. Senza arrivare all’esagerazione, e stando all’occhio alle creme spalmabili e tritati, dato che in quei casi il numero può aumentare vertiginosamente.

In cima alla classifica compaiono di solito le mandorle, emblema dell’alimento calorico che bisogna mangiare. Tra tutte sono quelle con più fibre; sono ricchissime di vitamine, soprattutto la E, un potente antiossidante. Sono anche ricche di sali minerali, tra cui il magnesio; fanno bene alla pelle, combattono il colesterolo “cattivo”. Se avete forti problemi di linea, magari attenetevi alle 10-15 unità: le calorie sono quasi 600 per 100 gr.

Anch’esse ricchissime di antiossidanti, ogni noce è un mini-scrigno di tesori nutritivi naturale. Ci proteggono in molti modi e in molti organi, a partire dal cuore. Le noci secche sono ancora un pelino più caloriche delle mandorle, circa 612 kc per 100 gr, ma almeno 1 o 2 al giorno sono calorie buone che a lungo termine non vi pentirete di aver incluso nella vostra dieta, dato che le ricerche dimostrano quanto siano importanti per riuscire a mantenere il peso ideale.

Le arachidi (non salate!) in realtà sono legumi, non frutti oleosi, ma solitamente si trovano in quest’ultima categoria per le similitudini nelle proprietà e benefici. Vitamina E, manganesio, rame, ariginina (essenziale ai bambini in fase di crescita)…di calorie le noccioline tostate ne hanno circa 594/100 gr: 8 o 10 unità al giorno è una dose sana.

Tra tutte, probabilmente quelle che hanno meno grassi sono gli anacardi, e comunque i grassi che hanno sono naturalmente “buoni” (circa 550kc/100 gr). Sono anche una buona fonte di ferro, zinco e magnesio, così prezioso per la memoria. Il numero giusto? 4 o 5 al giorno.

Se si parla invece di contenimento calorico, probabilmente in cima alla classifica ci sono i pistacchi – ne hanno “solo” 560 circa al grammo, che significa meno di 4 a pistacchio. In più, il guscio rallenta i tempi con cui le ingolliamo! Vitamine del gruppo B (soprattutto B1 e B6). L-arginina così buona per arterie e fegato, e poi la solita vitamina E…5-7 pistacchi al giorno, è perfetto.

Le nocciole, anch’esse ricchissime di vitamine e sali minerali, hanno tra le 600 e le 650 kc/100 gr (e si oscilla più verso la seconda…). Ma, come tutta l’altra frutta a guscio: sceglietela per l’apporto lipidico della vostra dieta. Come sostituto degli snack, e per arricchire le vostre preparazioni salate – più che dolci, e ricordando: ogni giorno, e non una grande abbuffata una volta ogni tanto.

 

fonte www.salepepe.it
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La lecitina di soia

Ecco qui la risposta ad un vostro interrogativo.

In particolare oggi rispondiamo a Lucia e cerchiamo di chiarire le idee sulla lecitina di soia. Lucia ci chiede che cosa sia e perchè non sia sempre presente nelle tavolette di cioccolato.

Con il termine lecitina si indica una sostanza dalla capacità emulsionante (che rende cioè miscelabili sostanze che normalmente non lo sono) presente naturalmente nel nostro corpo, dove svolge un’azione di pulizia dei vasi sanguigni rimuovendo i grassi che vi si accumulano, ed è costituita da varie sostanze nutritive e dalle notevoli proprietà benefiche; la più conosciuta è la lecitina di soia, ma è presente in vari alimenti, e principalmente nelle leguminose, nei cereali integrali e nel tuorlo d’uovo.

La lecitina appartiene alla famiglia dei fosfolipidi e grazie alla presenza del gruppo fosforico, che rende una parte della molecola idrofila, ha come proprietà principale quella di legare all’acqua gli acidi grassi: in tal modo, tramite queste proprietà le lecitine possono essere impiegate come emulsionante, per questo è ampiamente utilizzata nell’industria alimentare per la preparazione di creme, budini, salse, gelati, etc. e come ingrediente anche in campo cosmetico.

La lecitina di soia contiene anche importanti minerali come calcio, ferro e fosforo; è quasi nullo il suo contenuto proteico mentre sono presenti acidi grassi, in particolar modo l’acido linoleico; è anche ricca di omega-3 e omega-6 e di sostanze come colina e inositolo.

Grazie alla sua composizione, inoltre, la lecitina di soia è rinomata per la sua potente azione di contrasto al colesterolo in eccesso; essa, infatti, favorisce il trasporto dei grassi nel sangue trasportando il colesterolo verso il fegato dove, attraverso la bile, viene assorbito o espulso tramite le feci.

Nelle persone a dieta la lecitina permette un miglioramento del metabolismo corporeo, favorendo anche le funzioni cerebrali.

Chi soffre di colesterolo alto e limitata  funzionalità epatica, può assumere degli integratori di lecitina; viene usata anche per il trattamento del surmenage psicofisico, anche se non sembra particolarmente efficace.

In cucina la lecitina di soia può essere impiegata in granuli per condire le pietanze oppure può essere assunta come integratore in capsule. Sfruttando le sue proprietà emulsionanti, inoltre, può essere usata come addensante per creme e farciture.

Bisogna prestare attenzione quando si assume lecitina perché tra le sue controindicazioni c’è la possibilità di sviluppare nausea, diarrea, perdita di appetito e disturbi allo stomaco, ma solo se assunta in grandi quantità, per questo si consiglia di non superare i 2,5-3 gr al giorno. Fare comunque attenzione se si è in gravidanza o allattamento.

ECCO PERCHE’ E’ PRESENTE NEL CIOCCOLATO

Un appassionato di cioccolato, o anche un semplice goloso, dovrebbe quantomeno conoscere a fondo gli ingredienti normalmente presenti in ogni tavoletta. Ma spesso non è così. Ben poche persone sono in grado di elencare correttamente gli ingredienti classici di un fondente, e ancora meno sono coloro che hanno specifiche conoscenze sulle singole sostanze. La lecitina è presente nella grande maggioranza delle tavolette, ma… a cosa serve? Cos’è esattamente? Perché alcuni cioccolati ne fanno a meno? Si ricava sempre dalla soia? In questo articolo vedremo di fare chiarezza su questo ingrediente e di rispondere quindi a tali domande.

Iniziamo a vedere perché la lecitina viene utilizzata non solo nel cioccolato ma anche in altri alimenti. A volte sull’etichetta stessa delle tavolette viene indicata la sua funzione di emulsionante; una sostanza prende questo nome quando ha la capacità di amalgamare tra loro ingredienti con caratteristiche diverse, tipicamente sostanze grasse con altre non grasse. Nel caso del cioccolato il grasso è fortemente presente, costituito dal burro di cacao e, per i prodotti al latte, anche dai grassi del latte stesso. Il cioccolato in pratica è un’emulsione in cui le particelle di cacao sono sospese nei grassi del burro di cacao.Le sostanze lipidiche sono restie ad unirsi a certe altre sostanze, soprattutto se acquose; nel nostro caso quindi il burro di cacao per sua natura incontrerebbe molte resistenze ad amalgamarsi con gli altri costituenti della tavoletta se non intervenisse un emulsionante a dare il suo prezioso contributo. Una migliore emulsione implica a sua volta un altro vantaggio: la viscosità dell’impasto si riduce e la fluidità aumenta, facilitandone la lavorazione e di conseguenza abbassando i costi di produzione. La lecitina ha inoltre la capacità di ritardare e/o ridurre l’affioramento del burro di cacao, detto fioritura, che si può avere in tavolette vecchie o mal conservate.

Ma la lecitina ha anche un’altra importante funzione nella lavorazione del cioccolato: aiuta ad eliminare le bolle d’aria. Nella fase finale della sua lavorazione, il cioccolato liquido viene colato negli stampi dove, raffreddandosi, si solidificherà; al momento della colatura l’impasto può contenere piccole bolle d’aria, che devono preferibilmente essere eliminate prima di lasciare che il prodotto solidifichi. La presenza della lecitina favorisce l’uscita delle bolle dal cioccolato liquido.

Leggete sempre gli ingredienti di una tavoletta, non dateli mai per scontato, e fateci caso: in genere i cioccolati che non contengono lecitina hanno un numero maggiore di bolle d’aria, riscontrabili come piccoli buchi nella tavoletta. Parliamo comunque di qualche unità di bolle-buchi, non certo di cioccolati-groviera. Per esaminare al meglio la loro presenza in una tavoletta conviene osservarne il retro e la sezione di rottura, dove viene spezzata.

Sempre per eliminare l’aria viene comunque adottato anche un altro accorgimento, consistente nel far vibrare velocemente gli stampi appena riempiti, dato che le vibrazioni aiutano a far salire l’aria in superficie e quindi ad uscire .

Due contributi importanti, pertanto, vengono dalla sostanza emulsionante. Eppure alcuni produttori di cioccolato, anche se una minoranza, scelgono di farne a meno. Senza l’aiuto della lecitina l’unione della parte grassa con quella secca risulta più difficile, ma comunque possibile; vorrà dire che occorrerà mescolare più a lungo gli ingredienti, magari con maggiore vigore e/o a temperatura maggiore. Spesso si ricorre anche ad un’ulteriore piccola aggiunta di burro di cacao, che ammorbidisce l’impasto e ne facilita il rimescolamento. Queste soluzioni comportano comunque una lavorazione più lunga o maggiore uso di burro di cacao, in entrambi i casi con costi maggiori, e non a caso è in genere chi punta alla qualità e non al risparmio ad optare per la rinuncia di un emulsionante.

La lecitina è comunque insapore, non ha quindi alcun impatto dal punto di vista aromatico; inoltre la quantità necessaria a svolgere i suoi compiti nel cioccolato è bassissima, dell’ordine dello 0,3-0,5% della tavoletta. Usarla o meno è solo una scelta del produttore, in base ai costi di produzione ed al prodotto che si vuole ottenere.

Entriamo brevemente nella chimica per capire come la lecitina riesca a far andare d’accordo componenti grasse con parti non grasse. Le sue molecole hanno due distinte estremità aventi caratteristiche diverse: una, detta lipofila, è in grado di legarsi alle molecole dei grassi, mentre l’altra, detta idrofila, si combina facilmente con acqua e altre sostanze. In questo modo grassi e sostanze non grasse riescono ad unirsi e quindi a mescolarsi. Questo aiuta le particelle di grasso a disperdersi nella sostanza che le ospita invece di formare grumi.

Ma da dove viene la lecitina? Come prima cosa occorre sapere che il termine lecitinaidentifica non una sola sostanza ma un gruppo di composti presenti in ogni organismo vivente in quanto costituenti della parete delle cellule. Per essere usata nell’industria lalecitina viene ricavata soprattutto dalla soia o dal rosso d’uovo e miscelata con olio. La composizione e quindi le caratteristiche di questi due prodotti sono però differenti e per il cioccolato si usa quasi esclusivamente quella di soia (in rarissimi casi ho visto usare anche quella di girasole). Si tratta quindi di una sostanza del tutto naturale, tanto che viene venduta anche al dettaglio come una sorta di integratore alimentare (è utile in particolare al cervello ed al sistema cardiovascolare). Se ne può consumare in grande quantità senza problemi.

Quando l’etichetta indica che il cioccolato è privo di OGM (Organismi Geneticamente Modificati) tale indicazione si riferisce esclusivamente alla lecitina di soia, in quanto dei vari ingredienti di una tavoletta l’unico che attualmente può avere subìto modifiche genetiche è proprio la soia, e di conseguenza la lecitina che se ne ricava.

A proposito di etichetta, la lecitina ha, per così dire, anche un sinonimo; può infatti essere indicata con la sigla E322. Sulle tavolette di cioccolato non è obbligatorio indicare il tipo di lecitina usata, su alcune possiamo comunque trovare scritto esplicitamente “lecitina di soia”, mentre su altre semplicemente “lecitina”, lasciando così sconosciuta la sua origine. Tale ingrediente può essere consumato da tutti i gruppi religiosi nonché dai vegetariani e dai vegani.

Un’ultima nota storica. La produzione commerciale di lecitina probabilmente iniziò in Germania nel 1923, ma fu nel 1930 che si iniziò ad utilizzarla nel cioccolato. In Italia, sembra che il primo ad usarla in ambito cioccolato sia stato Michele Ferrero nel 1949 per migliorare la Supercrema, storica antenata della Nutella.

Il cioccolato, ora, ha un segreto in meno. A voi la scelta, adesso consapevole, se nella vostra tavoletta la lecitina debba esse presente o meno.

Lucia, hai le idee più chiare ora?

fonti www.lacredenzadimerlino.it, www.tuttogreen.it
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Il latte

Una delle domande che mi viene fatta più di frequente è: “E’ vero che fa male bere il latti da grandi?”

Riporto qui un articolo di Andrea Strata (Nutrizione Clinica, Università di Parma) pubblicato sulla rivista AP&B di settembre 2015 della Nutrition Foundation of Italy che chiarisce ogni dubbio in merito.

 

Il latte è un componente fondamentale dell’alimentazione per quasi tutta la popolazione mondiale. Oltre al latte di per sé, panna, burro, formaggio, yogurt (e altri latti fermentati) fanno parte della dieta di milioni di uomini, donne e bambini.

La valenza nutrizionale della materia prima e dei suoi derivati è stata negli anni posta in discussione, rilevando non soltanto la sempre più vasta diffusione dell’intolleranza allo zucchero del latte (lattosio) che ne ostacola la digeribilità, ma anche il possibile ruolo negativo associato all’assunzione dei grassi del latte (e dei suoi derivati). Di recente, però, un’accurata revisione della letteratura più aggiornata ha permesso di chiarire alcuni punti controversi, come riassunto anche in questa breve review.

Alla luce delle osservazioni più recenti, latte e derivati devono essere considerati elementi della dieta in grado di incidere positivamente sul rischio di alcune patologie croniche. Assumerebbero perciò una funzione di difesa della salute intesa, secondo l’OMS, come “tutela dello stato di benessere fisico e psichico”. Questi effetti direttamente positivi trovano la loro radice nel consumo regolare di latte e derivati fin dall’infanzia e si riverberano positivamente soprattutto nella cosiddetta “età di mezzo”, cruciale per la comparsa di alcune malattie cronico-degenerative, nei confronti delle quali proprio l’assunzione regolare e bilanciata di prodotti lattiero-caseari svolgerebbe una funzione protettiva non secondaria.

D’altro canto, basta considerare la composizione (Tab. 1) del latte vaccino per cogliere la varietà e la positività degli elementi costitutivi di questo alimento, tali da giustificare gli effetti benefici rilevati per un consumo abituale, anche dei suoi principali derivati, soprattutto yogurt, altri latti fermentati, formaggi.

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Il controllo ponderale

Le osservazioni sul rapporto tra assunzione di calcio e vitamina D, soprattutto se contenuti in latte e derivati, e riduzione ponderale non sono di oggi. Sono recenti invece le evidenze che associano l’assunzione delle proteine del latte (e dei suoi derivati) con effetti favorevoli sulla riduzione della massa adiposa, anche a livello viscerale sia in soggetti sani, sia in sovrappeso/obesi. Oltre alla caseina, le altre proteine presenti nel siero del latte agiscono 7 attraverso vari meccanismi, tra i quali si segnala la riduzione dell’appetito e lo stimolo del senso di sazietà.

Ricordiamo che il dimagramento (inteso come perdita di massa grassa), in particolare a carico della massa adiposa viscerale, rappresenta l’intervento prioritario anche per la prevenzione/ controllo di patologie: dal diabete, alla sindrome metabolica, dalle iperdislipidemie, all’ipertensione, alle cardiovasculopatie spesso correlate/ conseguenti.

Più in dettaglio, sono da citare alcune evidenze di studi clinici: per esempio, le proteine del siero di latte, assunte prima di un pasto, stimolano il rilascio di insulina e riducono le fluttuazioni della glicemia post-prandiale in giovani sani, ma soprattutto in diabetici di tipo 2 alimentati con un pasto-test a base di pane e patate, cioè ad alto indice glicemico (IG). In questi soggetti la riduzione della risposta glicemica è stata del 20% circa rispetto a controlli che non avevano assunto le proteine: una diminuzione percentuale simile a quella che si ottiene con le sulfaniluree.

Gli oligosaccaridi

Nel latte umano sono presenti sostanze potentemente bioattive: gli oligosaccaridi, formati da un nucleo di lattosio (lo zucchero del latte), che si lega ad altre molecole (il fucoso o N-acetilglucosamina e l’acido sialico). Da questo legame emergono gli effetti determinanti che il latte materno ha sullo sviluppo sia del microbiota intestinale, sia del sistema immunitario del lattante, oltre che sullo sviluppo della capacità, da parte della mucosa intestinale, di contrastare l’attacco dei batteri.

La presenza di oligosaccaridi analoghi a quelli contenuti nel latte umano è stata peraltro rilevata anche nel latte bovino, in maggior concentrazione, come ci si può attendere, nel colostro. La loro concentrazione nel latte progressivamente si riduce. Ed è per questo che l’industria lattiero- casearia sta mettendo a punto le tecnologie in grado di isolare, concentrare e rendere disponibili in quantità sufficiente questi ingredienti funzionali anche nel latte vaccino destinato al consumo umano abituale.

Questo perché gli oligossaccaridi hanno funzione prebiotica: stimolano cioè la crescita di bifidobatteri e lattobacilli ( cioè di “probiotici”), in grado di contrastare la flora batterica intestinale potenzialmente dannosa, in quanto inducono, nell’intestino, la creazione di un ambiente acido sfavorevole alla proliferazione di clostridi, enterococchi, eubatteri, enterobatteri e così via.

Da segnalare altri due studi: il primo ha evidenziato come, in donne sovrappeso/obese in premenopausa, 4 anni di dieta ipocalorica associata al consumo di latte e derivati, abbiano indotto una particolare diminuzione del tessuto adiposo viscerale e un aumento della massa magra.

Il secondo, condotto su un migliaio di adolescenti sani di 15-16 anni, ha evidenziato come l’assunzione di almeno due porzioni di latte e latticini al giorno (200 ml di latte o 125 g di yogurt o 28 g di formaggio), induca un significativo calo ponderale e una riduzione delle percentuali di massa grassa, oltre che un chiaro effetto protettivo nei confronti dello sviluppo dell’obesità addominale nei maschi.

Infine, tutti questi dati sono stati sostenuti da un’ampia metanalisi condotta ad Harvard considerando 29 ricerche, nella quale si conferma l’effetto positivo sulla riduzione ponderale indotto dal consumo di latte e derivati, assunti all’interno di diete ipocaloriche.

Metabolismo glucidico

E’ ormai accertata la relazione esistente tra consumo latte e derivati a ridotto (ma non assente) contenuto lipidico e la diminuzione del rischio di diabete di tipo 2. Addirittura, dopo 10 anni di osservazioni su oltre 37 mila donne (Women’s Health Study, condotto dall’Università di Harvard) è emerso che, per ogni porzione in più al giorno di latte e latticini, il rischio di sviluppare diabete si riduce del 4%.

Tali effetti sarebbero riconducibili a più azioni indotte dall’alimento nel suo complesso e dai prodotti derivati: dall’aumento della risposta insulinica già citato, alla riduzione delle fluttuazioni glicemiche, all’aumento della secrezione di ormoni che stimolano il senso di sazietà.

A esercitare tali effetti concorrerebbe sia la frazione proteica, sia quella lipidica del latte (e derivati). Non è un caso che le revisioni attuali sugli effetti positivi del latte abbiano rivalutato proprio la frazione lipidica dell’alimento, sottolineando l’opportunità di riservare a pochi casi particolari il consumo di latte totalmente privato di grassi.

Ulteriori conferme vengono dal ben noto Nurses’ Health Study II, condotto su 37.083 donne seguite per 7 anni negli Stati Uniti: il consumo di latte e latticini durante le scuole superiori è risultato direttamente proporzionale alla riduzione del rischio di diabete di tipo 2 in età adulta. Con due porzioni al giorno, la riduzione del rischio era del 38%; il consumo costante anche di in età adulta potenziava l’effetto.

Veniamo all’Europa. Alcune analisi dell’EPIC – Study InterAct (European Prospective Inve- stigation into Cancer and Nutrition) che ha coinvolto in totale 340.234 soggetti, hanno riguardato un sottogruppo di 16.835 adulti sani, a confronto con 12.403 diabetici di 8 nazioni, rilevando che 55 g di formaggio o di yogurt al giorno si associano a una riduzione del 12%, nei sani, della comparsa di diabete di tipo 2 .

Infine, il multi-Ethnic Study of Atherosclerosis (MESA), ha confermato, in 2.617 adulti, la mi- nor incidenza, pari al 20%, di diabete di tipo 2 15, correlata all’assunzione di latticini, in- dipendentemente dal sesso, dall’etnia e da altri fattori (età, abitudine al fumo, BMI e così via).

Si può quindi affermare che esiste una relazione inversa tra consumo di latte e latticini e rischio di diabete di tipo 2, attribuibile alla modulazione del metabolismo esercitata dagli alimenti nel loro complesso, grazie alla compresenza di calcio, vitamina D, proteine del siero, magnesio e di una particolare composizione lipidica.

Effetti positivi sulla pressione

Le proteine del siero di latte risultano dotate anche di una attività peculiare nei confronti della pressione arteriosa. L’attenzione si è focalizzata su peptidi (cioè frazioni di proteine) bioattivi, derivati dalle proteine native grazie all’azione di batteri presenti nei prodotti fermentati del latte, oppure direttamente durante i processi digestivi intestinali a opera del microbiota (flora batterica).

Tali peptidi sarebbero dotati di attività ACE- inibitoria, in grado cioè di inibire l’enzima di conversione dell’angiotensina (Tab. 2), ma caratterizzati da un rischio minimo di effetti collaterali rispetto ai farmaci.

Una pubblicazione statunitense del National Institute of Health – US Department of Agriculture – Center for Nutrition Policy and Promotion del 2011, ha fornito poi ulteriori conferme sul rapporto tra consumo di latticini ed effetti antipertensivi, anche in senso preventivo.

L’azione positiva sui livelli pressori si evidenzia persino nell’infanzia: uno studio australiano ha rilevato l’effetto protettivo del consumo di latte a 18 mesi rispetto ai valori pressori rilevati successivamente, soprattutto nel sottogruppo di bambini che consumava almeno due porzioni di latticini al giorno, sia a 18 mesi che a 9 anni.

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Infine, va ribadito che, in tutti gli studi, la correlazione inversa e lineare tra consumo di latticini e controllo pressorio si mette in luce per prodotti a ridotto tenore lipidico, ma non totalmente scremati.

Colesterolemia

Uno studio da poco pubblicato sul rapporto tra lipidi di latte e latticini e livelli ematici di colesterolo, ha messo in luce un aspetto a volte trascurato: ovvero l’importanza di valutare la matrice dell’alimento. Infatti, paragonando la variazione di colesterolemia in due gruppi di persone sane e sovrappeso, che avevano consumato per otto settimane 40 g al giorno di latticini sotto forma di panna oppure di burro, si è visto che nel primo gruppo non si erano osservate fluttuazioni di rilievo, mentre nel secondo gruppo si era registrato un aumento delle concentrazioni di colesterolo.

In effetti, è vero che i grassi del burro sono presenti in gran parte liberi, cioè non contenuti nei globuli che li racchiudono invece nel latte, materia prima di partenza. La membrana di questi globuli è composta in gran parte da fosfolipidi e proteine: la differenza di effetti che i grassi di latte e latticini hanno sui livelli di colesterolo e di trigliceridi nel sangue dipenderebbe proprio dalla loro maggiore o minore presenza.

Queste osservazioni completano i dati raccolti nei decenni precedenti, durante i quali si era ipotizzato che fossero più di uno gli elementi che contribuivano a determinare l’associazione inversa tra consumo di latte, yogurt e formaggi fermentati/stagionati (a normale contenuto lipidico) e migliore profilo lipidemico (aumento della frazione HDL, riduzione dei trigliceridi): la presenza di calcio e proteine, di batteri benefici nei vari prodotti (latti fermentati, yogurt, formaggi stagionati e fermentati), affiancati dall’intervento metabolico positivo operato dal microbiota intestinale. Si ipotizza infatti che il calcio e i grassi dei formaggi (con il concorso di proteine e batteri) formino, nell’intestino, composti insolubili (saponi), escreti con le feci.

Tant’è vero che l’escrezione fecale dei grassi risulta molto inferiore in chi consuma burro, rispetto a chi assume formaggio (il confronto è stato condotto per sei settimane tra il consumo di 47 g di burro/die verso 143 g di fromaggio/die, con pari contenuto di lipidi) e, in parallelo, il profilo lipidemico peggiora nel primo caso rispetto al secondo.

A commento di tali riscontri, ricercatori e clinici si chiedono oggi se non sia il caso di modificare gli attuali suggerimenti e consigli dietetici relativi all’apporto di grassi saturi con i latticini, prevedendo l’inclusione di moderate quantità di formaggio anche nella dieta di soggetti con valori di colesterolemia moderatamente elevati.

Arterie, cuore e cervello

Sicuramente, una pietra miliare in questo ambito è stata posta nel 2010 dalla riunione di esperti mondiali tenuta a Copenhagen (Dipartimento di Nutrizione Umana della locale Università) su “Il ruolo della ridotta introduzione di grassi saturi nella prevenzione delle cardiovasculopatie”. Proprio per quanto riguarda latte e derivati, gli esperti conclusero che «sulla base di vari studi epidemiologici, non esistono convincenti evidenze che un elevato apporto di prodotti lattiero caseari sia associato a un maggior rischio di cardiovasculopatie. Anzi, la componente lipidica del formaggio può esercitare effetti benefici sia per il particolare profilo lipidico (presenza di acido rumenico, acido transvaccenico, acidi grassi a catena corta) sia per- ché associata a calcio, sieroproteine ed altri componenti».

Le cardiovasculopatie sono spesso associate/ aggravate/causate dalla “sindrome metabolica” (contemporanea presenza di obesità, soprattutto viscerale, ipertensione, dislipidemia), le cui origini vanno ricercate soprattutto nell’alimentazione. è infatti su questo versante che si sono focalizzate le ricerche. In una review di studi osservazionali è così emerso che il consumo di latticini contribuisce alla prevenzione della sindrome metabolica e delle sue conseguenze: 3-4 porzioni al giorno di latte e derivati si sono dimostrati sufficienti a ridurne in modo significativo il rischio. Altri studi hanno rilevato la capacità dei latticini di ridurre il rischio sia di coronaropatie, sia di ictus.

Una delle interpretazioni più suggestive per questi risultati fa riferimento alla composizione complessiva degli alimenti contenenti grassi saturi: per esempio, 10 anni di osservazioni su 5.209 soggetti (2000-2010), che avevano un apporto dietetico medio di lipidi saturi pari al 10% delle calorie giornaliere, hanno messo in luce che privilegiare latte e latticini portava a ridurre il rischio di cardiovasculopatia, mentre uno sbilanciamento verso l’assunzione di grassi saturi da carne bovina aveva effetto contrario: per ogni 5 g/die di grassi saturi in più derivati dal latte il rischio si riduceva del 21%, aumentando invece del 26% per ogni 5 g/die in più di grassi saturi della carne bovina 23.

Senza citare tutti gli ulteriori studi condotti in questo ambito, si può affermare che, nel complesso, i risultati sono decisamente favorevoli al consumo di latte e latticini.

Dal punto di vista pratico, questo significa che si tratterà di scegliere latticini a ridotto contenuto di grassi (ma non del tutto scremati) e/o fermentati, che hanno ottenuto i maggiori consensi e le più convincenti dimostrazioni.

Effetti sulla memoria e la cognitività

Forse lo studio più interessante in questo ambito è stato condotto in Inghilterra a partire dal 1930 e per 65 anni 24, dimostrando, per la prima volta, la positiva associazione tra consumo di latte durante l’infanzia e la prestazione fisica del soggetto nella terza e quarta età. La ricerca comprendeva inizialmente 5.000 bambini inglesi: seguiti per 65 anni, il campione si è man mano ridotto, ma a tanti anni di distanza è stato possibile rilevare che la velocità di deambulazione e la capacità di mantenere l’equilibrio, erano significativamente migliori nei soggetti che, a partire dall’infanzia e per tutta l’età adulta, avevano assunto almeno un bicchiere di latte al giorno. Il mantenimento nel tempo di equilibrio e rapidità di movimento sono, ricordiamo, strettamente correlate a una migliore cognitività.

A questo proposito si può citare un altro studio, condotto su 469 studenti ambosessi, in cui sia il rendimento scolastico, sia le performance fisiche erano migliorate dopo tre mesi di assunzione giornaliera di 250 ml di latte.

Secondo ulteriori studi sarebbe sufficiente un bicchiere (200 ml) di latte al giorno, per proteggere nel tempo dal decadimento neuropsichico, verosimilmente attraverso la riduzione, alla quale si è già fatto cenno, dei noti fattori di rischio cardiovascolari correlati, appunto, al mantenimento dello stato cognitivo.

I dati sul rischio oncologico

Il latte e i prodotti lattiero caseari contengono, com’è stato segnalato in apertura, macro e micro- nutrienti oltre ad altri costituenti bioattivi, che entrerebbero anche nella modulazione del rischio e della progressione dei tumori. Ma le ricerche non sono ancora conclusive e si continua a lavorare. Per quanto riguarda il tumore alla mammella, per esempio, si può concludere che il consumo di latte e derivati non ne aumenta il rischio e che, al contrario, l’assunzione di prodotti a ridotto contenuto di grassi (in questo caso si parla proprio di latte scremato), in donne in premenopausa, potrebbe ridurlo.

Dalla coorte italiana dello studio EPIC 26, che ha controllato per 12 anni 45.241 soggetti (14.178 uo- mini e 31.063 donne), di 5 città (Varese, Torino, Firenze, Napoli e Ragusa) emerge la correlazione tra aumento del consumo di yogurt (da zero g/ die a una media di 85 g per gli uomini e 98 g/die per le donne) e riduzione del rischio di cancro colon-rettale, soprattutto tra gli uomini. Purtroppo, mancano dati definitivi sul rapporto tra consumo di latticini e aumento del rischio di cancro alla prostata, mediato forse dal calcio. Come detto, però, è un ambito ancora in piena evoluzione.

• Emerge il riscontro della presenza, nei latticini, di valenze salutistiche legate a specifici componenti, che ne ampliano le possibilità di utilizzo.

• I benefici effetti sullo stato di salute, rilevati con il consumo di latte e latticini fin dall’infanzia, con ripercussioni positive fino alla terza e quarta età, accanto ai riscontri di una positiva attività salutistica, esplicata direttamente in soggetti adulti ed anziani, ne consigliano il consumo a tutte le età.

• L’attuale revisione critica del ruolo dei grassi saturi nella nostra alimentazione suggerisce un’attenta rivalutazione proprio degli acidi grassi dei latticini, perché sembrano cadere le remore nei confronti di latte, yogurt e formaggi.

• Il contenuto in calcio, prescindendo dagli effetti negativi sull’insorgenza del tumore della prostata, peraltro non recentemente confermati, non contribuisce invece alla calcificazione delle coronarie.

• I riscontri degli effetti favorevoli esercitati da latte e derivati su diversi parametri sia metabolici (tolleranze glucidica, diabete, resistenza e risposta insulinica, iper- e displidemie, marcatori dell’infiammazione e dello stress ossidativo, peso corporeo) sia emodinamici (pressione arteriosa), sostengono l’opportunità di un loro consumo regolare. 

 

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