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Categories Alimenti, Consigli per la spesa, News

Breve guida per la scelta dell’olio

L’inchiesta del pubblico ministero, relativa alla contraffazione di olio extravergine d’oliva da parte di alcune grandi aziende italiane, riporta l’attenzione sull’importanza di saper scegliere accuratamente i prodotti da acquistare per evitare di incappare in truffe alimentari, dannose per la nostra salute, ma anche per l’economia e la reputazione del Made in Italy.

Sono in molti ad esempio a chiedersi come riconoscere l’olio migliore senza essere necessariamente degli esperti degustatori. Diciamo subito che non esiste una prova pratica e inconfutabile per risolvere la questione, ma seguendo qualche piccolo accorgimento sarà facile individuare il prodotto migliore, anche senza assaggiarlo!
Ecco una guida chiara che in 7 punti spiega perchè è importante assumere olio d’oliva e come riconoscerne la qualità: potrà tornare utile per imparare ad acquistare un vero extravergine al miglior prezzo!

#1 – PROPRIETA’ DELL’OLIO

L’olio di oliva contiene vitamine, antiossidanti, fitosteroli ed acidi grassi monoinsaturi. Proprio grazie al contenuto di questi ultimi, è indicato per problemi cardiovascolari e per il controllo del colesterolo. Indispensabile durante l’infanzia, contribuisce all’accrescimento corporeo, al processo di mielinizzazione del cervello e alla formazione delle ossa. L’olio è anche un coadiuvante nella resistenza alle infezioni e aiuta a combattere l’arteriosclerosi. E’ considerato un vero e proprio cibo-medicina in quanto la sua assunzione quotidiana allontana la formazione di tumori, aiuta il benessere del fegato, riduce il rischio di diabete e regola la giusta funzionalità gastro-intestinale.

#2 – PERCHE’ EXTRAVERGINE E’ MEGLIO

Esiste principalmente una differenza tra olio d’oliva ed olio extravergine d’oliva: il primo è un olio di base che viene prodotto con olive cadute a terra o di seconda scelta, il secondo invece è un olio proveniente da spremuta di olive di prima raccolta, colte direttamente dalla pianta e nel momento di perfetta maturazione. Questa accortezza fa si che l’olio evo mantenga intatte tutte le qualità nutrizionali ed organiche; per questol’extravergine viene considerato un prodotto qualitativamente superiore e per lo stesso motivo è meglio preferirlo al semplice olio, al fine di assumere tutte le proprietà nutritive del prodotto.

#3 – LA SPREMITURA

L’olio non è altro che una spremuta di olive. Sembra sciocco doverlo ricordare, ma spesso ci dimentichiamo di considerarlo come tale. Partendo da questo presupposto, la fase di spremitura delle olive diventa fondamentale per distinguere un olio migliore di un altro. Non solo dobbiamo assicurarci che il processo avvenga “a freddo”, cioè utilizzando macchinari che lavorano i frutti senza far salire la temperatura dell’olio (cosa che altrimenti modificherebbe gusto e proprietà del prodotto finale); è importante anche verificare quando è avvenuta la spremitura: proprio come avviene per qualsiasi altro frutto, anche l’oliva appena colta contiene più proprietà rispetto ad una raccolta e conservata. Più la spremitura avviene in tempi ravvicinati alla raccolta, più l’olio sarà di qualità. Per lo stesso principio è bene consumare olio “nuovo”, in quanto nel tempo – anche se imbottigliato – l’olio tende a perdere le proprietà nutritive. Il periodo dell’anno in cui viene prodotto l’olio nuovo è ottobre/novembre!

#4 – ODORE E SAPORE

Ancora una volta diciamo una banalità, però utile e da tenere sempre a mente: l’olio deve avere un profumo che ricorda l’oliva, perché non è né più né meno che una spremuta di olive.
Annusando un olio evo di buona qualità è possibile percepire anche aromi che ricordano l’erba fresca appena tagliata, il gusto di un pomodoro, di un carciofo, di mela o di mandorla.
La prova del palato è sicuramente più incisiva: assaporate bene l’olio tenendolo su palato e lingua almeno 20 secondi, quindi deglutite; se avete assaggiato un olio buono noterete una sensazione di amaro in bocca, leggermente tendente al piccante in gola. Amaro e piccante sono i due retrogusti fondamentali di un buon extravergine d’oliva e garantiscono anche le proprietà salutistiche del prodotto!

#5 – PREZZO

Il detto “costa poco, vale poco” nel caso dell’olio d’oliva va tenuto sempre ben a mente. Se è vero che la forbice tra i costi è ampia e va dai 2€ ai 14€ al litro, bisogna anche sapere che un vero extravergine lavorato con metodi artigianali che preservano tutte le qualità del prodotto finito non può costare meno di 7€.
Come spiega Coldiretti, l’olio è tra i prodotti più contraffatti in circolazione: l’80% dell’olio d’oliva utilizzato in Italia è composto da olio di importazione derivante da Spagna, Tunisia e Grecia; secondo il regolamento europeo, è sufficiente, affinché un olio sia considerato italiano, che venga prodotto con olive spremute in Italia anche se provenienti da coltivazioni estere. La contraffazione va anche oltre: è risaputo ormai che molte aziende impiegano oli di scarto addizionati con betacarotene, clorofilla e coloranti, che – una volta ripuliti chimicamente – vengono distribuiti come extravergine a costi notevolmente inferiori alla media. Ecco spiegato perchè in commercio è facile reperire olii extravergine a costi stracciati.

#6 – ETICHETTA
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Un olio buono si riconosce anche dall’etichetta! Più informazioni sono riportate, più chiare sono, e più potremo fidarci di quel prodotto. Origine delle olive, metodo di spremitura, regione di produzione, simboli di consorzi locali di tutela o Dop sono dettagli essenziali, ai quali possono aggiungersi i dati del confezionatore (qualora non sia lo stesso produttore), il numero del lotto (che facilita la rintracciabilità), il contenuto in acido oleico, di polifenoli, di vitamina A, D ed E.  Il consiglio della Coldiretti è anche quello di guardare la scadenza e preferire l’extravergine nuovo guardando l’annata di produzione che molti indicano volontariamente in etichetta. In vendita – sottolinea l’organizzazione agricola – c’è infatti anche l’olio del 2014, che è stato un anno drammatico per la produzione Made in Italy.

#7 – SUPERMERCATO O NO?

Non c’è una risposta assoluta a questa domanda: in generale è preferibile acquistare olio direttamente dal produttore, sia per risparmiare accorciando la filiera, sia per avere la possibilità di assaggiare il prodotto prima dell’acquisto e per verificare personalmente come avviene la produzione. Bisogna sempre ricordare che le scelte di un consumatore attento ed informato permettono di influire positivamente il mercato!

 

fonte www.bioradar.it
Categories Alimenti, Consigli, News

Cibo per l’anima

E’ la più diffusa malattia al mondo e continua a crescere anche cambiando forme. Secondo le ultime stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), solo nel 2015 la depressione ha interessato 350 milioni di persone, più dell’intera popolazione degli Stati Uniti o di Brasile e Messico messi insieme.

Tra le dieci carenze alimentari più comunemente note che possono indebolire la funzione del cervello e della memoria, così come aggravare i livelli di stress e ansia, vitamine B, amminoacidi, zinco, magnesio, iodio e ferro. Per questo motivo è necessario fare attenzione alla propria dieta senza dimenticare di fissare degli appuntamenti frequenti con il proprio medico di fiducia.

Acidi grassi omega 3

I medici sottolineano da sempre l’importanza dell’assumere grassi acidi omega 3 – e per una buona ragione ! Essi contribuiscono a mantenere la salute delle cellule del cervello. Senza di essi, i grassi trans entreranno nel vostro sistema neurale, causando un’infiammazione che può portare a disturbi di umore.
È possibile trovare questa sostanza nei pesci grassi, nei tuorli d’uovo, nell’olio di semi di lino, nelle noci, e negli integratori alimentari.

Vitamine B

Le vitamine del gruppo B – vitamine del gruppo B 6 e B12 , in particolare, – sono note per i molti benefici che portano alla salute. Essi possono contribuire a ridurre il rischio di ictus, sostenere la crescita delle unghie, e idratare la pelle – ma possono anche influenzare notevolmente vostri stati d’animo. Secondo il National Center for Biotechnology Information, una carenza di vitamine del gruppo B può influenzare notevolmente la vostra salute mentale. Una grande percentuale di donne anziane depresse risultato essere carenti di vitamina B12.
È possibile trovare una quantità incredibile di vitamine del gruppo B in frutti di mare, verdure a foglia verde, banane, prodotti di soia fortificati, crusca, e carni rosse.

Acido folico

Secondo l’esperto di salute mentale Therese Borchard, coloro che mancano di acido folico nei loro sistemi rispondono molto male ai trattamenti antidepressivi.
In media, gli adulti hanno bisogno di almeno 400 mcg di acido folico al giorno.
Gli alimenti che includono elevati livelli di acido folico sono: fagioli cotti e lenticchie, spinaci, avocado, broccoli e frutti tropicali.

Zinco

Lo zinco è uno dei nutrienti valido per tutti gli usi che è necessario per mantenere la salute di quasi ogni parte del vostro corpo. Oltre a supportare i movimenti del sistema intestinale immunitario, lo zinco bilancia anche la salute mentale.
E’ fondamentale nella produzione e la funzione dei neurotrasmettitori, secondo il dietista e nutrizionista Doug Cook.
Ottime fonti di zinco sono: carne di manzo magra cotta, germe di grano tostato, spinaci, semi di zucca e cioccolato fondente.

Selenio

I medici dicono che il selenio è necessario per la mantenere la funzione della tiroide sana, e, in effetti, anche il benessere mentale. Questo perché il selenio viene utilizzato per convertire gli ormoni tiroidei non attivi nella loro forma attiva nel fegato, dove è usato per fare gli antiossidanti e nei composti di disintossicazione nel vostro corpo.
Si possono trovare abbondanti fonti di selenio in alimenti come semi di girasole, pane integrale, tonno, noci del Brasile, carne di maiale, e ostriche.

Magnesio

La carenza di magnesio deriva dal fatto che ingeriamo livelli relativamente alti di alcol, zucchero, bibite, antibiotici, e sodio, ognuno dei quali può diminuire i livelli di magnesio.
Gli esperti fanno spesso riferimento al magnesio come ” antidoto per lo stress”, un potente minerale che aiuta l’organismo a rilassarsi, secondo Mark Hyman, M.D.
È possibile trovare una meravigliosa quantità di magnesio nella soia, nelle lenticchie, nei cereali integrali, nei latticini a basso contenuto di grassi, e nella frutta secca.

Vitamina D

Molte persone trovano che diventano più depresse e lunatiche durante i mesi invernali.
Siamo esposti a livelli più bassi di luce solare durante l’inverno, e , di conseguenza, molti hanno avuto una lieve carenza di vitamina D – che è stato collegato più volte alla depressione, ansia e disturbo affettivo stagionale.
Il National Institutes of Health suggerisce che, in media, gli adulti dovrebbero ottenere circa 600 UI di vitamina D al giorno. È possibile trovare una buona quantità di questa sostanza nel pesce grasso, nel latte, nell’ olio di fegato di merluzzo, e nel tofu.

Iodio

Come il selenio, lo iodio è necessario per la funzione tiroidea corretta. Aiuta a rafforzare il sistema immunitario, le prestazioni del cervello, la memoria, e regolare la temperatura corporea. Soprattutto, il nutriente è fondamentale per mantenere la salute mentale. È possibile trovare lo iodio in formaggi, il sale arricchito con iodio, le alghe secche, le patate, i mirtilli, il tonno in scatola, i bastoncini di pesce, e gamberetti.

Ferro

Circa il 20 per cento delle donne ha bisogno di ferro, e fino al 50 per cento di tutte le donne che sono incinta hanno bisogno di più ferro nella loro dieta. La carenza di ferro può causare una insufficienza di globuli rossi, che può causare anemia, affaticamento del cervello. Grandi fonti di ferro sono cozze, vongole, noci, semi di zucca, prodotti di soia, fegato di pollo e frutta secca come anacardi e mandorle.

Amminoacidi

Gli aminoacidi sono fondamentali per il mantenimento di uno stato di salute mentale. Purtroppo, ci sono nove aminoacidi che il nostro corpo non è in grado di produrre in modo naturale. Come molti altri nutrienti elencati sopra gli aminoacidi aiutano a bilanciare i neurotrasmettitori nel nostro cervello, e ridurre la paura, l’ansia, gli attacchi di panico, e lo stress.
Buone fonti di amminoacidi comprendono uova, carne magra, latticini e fonti di proteine ​​vegetali.

Ma per curare l’anima ci sono anche i piatti della nostalgia, che coccolano perché ti ricordano l’infanzia. Così non è detto che siano per forza a base di cioccolato. Possono anche essere un panino alle acciughe o un buon sugo, cibi di cui ricordi ancora il profumo quando entravi a casa dopo un pomeriggio in cortile. Piatti poco elaborati ma strutturati a forza di affetto. Un esempio solo. Quell’uovo sbattuto che un po’ tutti abbiamo mangiato perché, in chissà quale periodo della nostra vita, un papà o una nonna ci ha visto un po’ troppo magretti. Perché anche la mente e il cuore vogliono la loro parte.

 

fonte www.huffingtonpost.it
Categories Colazione

Noci, noccioline & co.

Frutta a guscio: alla nostra salute fa benissimo, e allunga la vita. Tutte le ultime ricerche scientifiche lo confermano. Non dovrebbe mancare dalla nostra dieta quotidiana. D’accordo, ma quale è meglio consumare? E in che quantità? Ecco una piccola panoramica tra pistacchi, anacardi, noci, noccioline etc.

Prima d’iniziare, però, sfatiamo una sorta di mito: quello sulla bomba calorica che rappresenterebbero noci&co. Molte persone, infatti, si trattengono dal consumarne, un po’ per mancanza d’abitudine, un po’ perchè temono, appunto, che apportino troppe calorie nella nostra dieta. É vero: oltre che un’eccellente fonte di proteine, minerali, fibre e altri nutrienti benefici, la frutta a guscio è un’ottima fonte energetica, grazie ai suoi grassi monoinsaturi. Ma molti studi hanno dimostrato che il suo consumo aiuta addirittura la perdita di peso, oltre a contrastare il colesterolo alto e promuovere la salute del cuore. Il segreto sta tutto nella dose giusta.

E la dose giusta è… una “porzione”, 30 grammi circa. Ogni giorno della vita. Si tratta di circa 20-25 mandorle, mentre di grosse noci ne bastano 5-7. Nel dubbio, abbondare non fa male, anzi: 20-25 unità al giorno. Senza arrivare all’esagerazione, e stando all’occhio alle creme spalmabili e tritati, dato che in quei casi il numero può aumentare vertiginosamente.

In cima alla classifica compaiono di solito le mandorle, emblema dell’alimento calorico che bisogna mangiare. Tra tutte sono quelle con più fibre; sono ricchissime di vitamine, soprattutto la E, un potente antiossidante. Sono anche ricche di sali minerali, tra cui il magnesio; fanno bene alla pelle, combattono il colesterolo “cattivo”. Se avete forti problemi di linea, magari attenetevi alle 10-15 unità: le calorie sono quasi 600 per 100 gr.

Anch’esse ricchissime di antiossidanti, ogni noce è un mini-scrigno di tesori nutritivi naturale. Ci proteggono in molti modi e in molti organi, a partire dal cuore. Le noci secche sono ancora un pelino più caloriche delle mandorle, circa 612 kc per 100 gr, ma almeno 1 o 2 al giorno sono calorie buone che a lungo termine non vi pentirete di aver incluso nella vostra dieta, dato che le ricerche dimostrano quanto siano importanti per riuscire a mantenere il peso ideale.

Le arachidi (non salate!) in realtà sono legumi, non frutti oleosi, ma solitamente si trovano in quest’ultima categoria per le similitudini nelle proprietà e benefici. Vitamina E, manganesio, rame, ariginina (essenziale ai bambini in fase di crescita)…di calorie le noccioline tostate ne hanno circa 594/100 gr: 8 o 10 unità al giorno è una dose sana.

Tra tutte, probabilmente quelle che hanno meno grassi sono gli anacardi, e comunque i grassi che hanno sono naturalmente “buoni” (circa 550kc/100 gr). Sono anche una buona fonte di ferro, zinco e magnesio, così prezioso per la memoria. Il numero giusto? 4 o 5 al giorno.

Se si parla invece di contenimento calorico, probabilmente in cima alla classifica ci sono i pistacchi – ne hanno “solo” 560 circa al grammo, che significa meno di 4 a pistacchio. In più, il guscio rallenta i tempi con cui le ingolliamo! Vitamine del gruppo B (soprattutto B1 e B6). L-arginina così buona per arterie e fegato, e poi la solita vitamina E…5-7 pistacchi al giorno, è perfetto.

Le nocciole, anch’esse ricchissime di vitamine e sali minerali, hanno tra le 600 e le 650 kc/100 gr (e si oscilla più verso la seconda…). Ma, come tutta l’altra frutta a guscio: sceglietela per l’apporto lipidico della vostra dieta. Come sostituto degli snack, e per arricchire le vostre preparazioni salate – più che dolci, e ricordando: ogni giorno, e non una grande abbuffata una volta ogni tanto.

 

fonte www.salepepe.it
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Cibo e capelli

Una corretta alimentazione oltre che a renderci sani ci fa pure belli!

Ecco a voi alcuni accorgimenti per prendervi cura dei vostri capelli!

La vostra chioma è davvero sana? A volte i capelli possono presentare alcuni problemi spia di un’alimentazione scorretta o di carenze nutrizionali che rischiamo di sottovalutare. Se vogliamo avere dei capelli sempre splendenti e vitali, possiamo individuare con l’aiuto di un esperto quali siano davvero i nostri problemi e, se occorre, intervenire attraverso l’alimentazione. Ecco alcuni comuni problemi di capelli e i relativi consigli.

1) Diradamento dei capelli

Con l’avanzare dell’età i capelli si assottigliano e si diradano. Ciò fa parte del naturale processo di invecchiamento, ma possiamo fare qualcosa per rallentarlo. Il problema potrebbe essere dovuto a una scarsa presenza di proteine nella dieta. Chi è vegetariano o vegano dovrebbe ricordare di arricchire la propria dieta di cereali integrali accompagnati da legumi per ottenere proteine complete (ceci, lenticchie, fagioli…). All’alimentazione possiamo aggiungere anche quinoa, frutta a guscio e semi.

2) Capelli spenti

I capelli hanno bisogno di grassi sani per mantenere la loro lucentezza naturale. Quando i capelli appaiono spenti e opachi potrebbe essere necessario arricchire la propria dieta di acidi grassi omega 3, che sono utili non soltanto per la salute dei capelli, ma anche per la salute del cuore. Le fonti di acidi grassi omega 3 non sono rappresentate soltanto da pesce e molluschi ma anche da semi di lino, olio di lino e noci.

3) Desquamazione del cuoio capelluto

Tra le cause della forfora e della desquamazione del cuoio capelluto potrebbe rientrare una carenza di zinco, un minerale che svolge un ruolo importante sia per la nostra salute neurologica sia per quanto riguarda pelle e capelli. Tra le fonti di zinco troviamo lo yogurt, gli anacardi e i semi di zucca.

4) Comparsa precoce dei capelli bianchi

Tra le possibili cause della comparsa precoce dei capelli bianchi troviamo una carenza di vitamina B12 che può essere connessa ad una interruzione del normale sviluppo dei capelli. E’ importante tenere sotto controllo i livelli di vitamina B12 dato che si tratta di una sostanza molto importante per il nostro organismo, non solo per quanto riguarda la salute dei capelli ma per il corretto funzionamento del sistema nervoso. In caso di carenza di vitamina B12 il medico suggerirà gli interventi adatti, legati, ad esempio, all’alimentazione o all’assunzione di integratori.

5) Perdita dei capelli

Le cause della perdita dei capelli possono essere numerose, ma particolare attenzione andrebbe rivolta ad una eventuale carenza di ferro, soprattutto per quanto riguarda le donne. La carenza di ferro può indebolire i capelli e presentarsi con sintomi di stanchezza e spossatezza. Da questo punto di vista il consiglio è di valutare la situazione con il proprio medico per capire se sia necessario intervenire sull’alimentazione o con l’assunzione di integratori.

 

fonte www.greenme.it
Categories Consigli, News

Il forno a microonde, quali rischi per la salute?

In sintesi

  • I forni a microonde scaldano il cibo grazie all’azione di radiazione a radiofrequenza, dotata di una bassa quantità di energia.
  • Solo le radiazioni ad alta energia hanno potere ionizzante, cioè sono in grado di modificare la struttura subatomica della materia e quindi di indurre alterazioni del DNA che possono aumentare il rischio di cancro.
  • Il cibo scaldato al microonde non è radioattivo, proprio perché non è sottoposto a radiazioni ionizzanti.
  • Dal punto di vista nutrizionale, in molti casi è meglio cuocere gli alimenti col microonde che con i metodi classici.
  • Il microonde è meno efficace della cottura classica nell’eliminare eventuali batteri o tossine che possono essere presenti nel cibo mal conservato, per cui il maggior rischio per la salute è legato all’eventuale cattiva conservazionedei cibi e al conseguente riscaldamento con questo sistema, poco attivo contro i microrganismi.

Per approfondire

I forni a microonde sono elettrodomestici che scaldano il cibo sfruttando l’interazione della materia (in particolare delle particelle di acqua e grassi contenute negli alimenti) con i campi elettromagnetici generati dall’apparecchio. Rispetto ai metodi di cottura classici (fornelli e forni elettrici o a gas), che scaldano per irraggiamento o conduzione partendo dall’esterno dell’alimento per arrivare all’interno, col microonde spesso cuoce prima la parte centrale, in particolare se è ricca di acqua o grassi, e solo successivamente quella esterna, più secca.
Non si tratta di un metodo di cottura innovativo: il brevetto del forno a microonde è addirittura del 1946, il primo modello industriale fu commercializzato nel 1947 e i modelli più piccoli, adatti all’uso domestico, fecero la loro comparsa negli Stati Uniti sul finire degli anni Cinquanta. Ciò significa che abbiamo alle nostre spalle un numero sufficiente di anni di osservazione per poter affermare che si tratta di un sistema di cottura per cui non si sono evidenziati pericoli per la salute.

La parola radiazione

Perché si è diffusa la falsa credenza che il microonde possa aumentare il rischio di ammalarsi di tumore?
Le microonde, che sono un tipo di radiazione a radiofrequenza, vengono assorbite dalle molecole di acqua e grasso che, grazie all’energia ricevuta, sono in grado di vibrare. L’attrito molecolare provocato dallo sfregamento genera calore e il calore a sua volta cuoce il cibo.

È probabile che il fraintendimento nasca proprio dal termine “radiazione“, una categoria a cui anche le microonde appartengono. I raggi X sono un esempio di radiazione, ma tale è anche la luce solare. La parola evoca la radioattività prodotta dalle centrali e dalle armi nucleari, o dagli elementi naturalmente radioattivi, di cui è nota la capacità di interagire con il DNA inducendo mutazioni genetiche che possono effettivamente provocare tumori.
Non tutte le radiazioni sono però capaci di interagire col DNA: perché questo accada devono avere abbastanza energia per farlo, una caratteristica comune ai raggi X, gamma e anche ai raggi solari UV, che appartengono alla categoria delle radiazioni ionizzanti, cioè in grado di rimuovere un elettrone da un atomo o una molecola. È proprio la capacità ionizzante, legata all’elevata energia contenuta nella radiazione, a renderla pericolosa per il DNA.

Le radiazioni a radiofrequenza a cui appartengono le microonde sono invece a bassa energia e sono di tipo non ionizzante. Hanno abbastanza energia per far vibrare gli atomi all’interno di una molecola, non abbastanza da allontanare un elettrone dal suo legame. Non sono quindi abbastanza potenti da indurre mutazioni nel DNA. Inoltre il cibo scaldato col microonde non è radioattivo perché non viene ionizzato: è esposto a quantità di energia insufficienti a provocare questo fenomeno. Di conseguenza anche gli alimenti cotti o scaldati con questo metodo non influiscono sul rischio di ammalarsi.

I rischi reali

Poiché questo tipo di radiazione è ben assorbito da materiali ricchi di acqua, come i cibi ma anche come i tessuti umani, è bene che il microonde sia ben schermato: in caso di mancata schermatura, infatti, si rischierebbe una scottatura o una ustione.
Dal punto di vista nutrizionale, è bene ricordare che il cibo cotto e scaldato è sempre più povero di nutrienti di quello crudo, perché molte vitamine e proteine si denaturano col calore: questo però vale sia per le cotture classiche sia per quelle con il microonde. Anzi, dal momento che col microonde alcuni cibi, come per esempio le verdure o il pesce, cuociono senz’acqua e in breve tempo, il valore nutrizionale di questi alimenti risulta addirittura più elevato del corrispettivo cucinato in modo più classico. Le radiazioni a radiofrequenza vengono emesse anche dai telefoni cellulari. Dal momento che alcuni studi hanno ipotizzato che una esposizione prolungata e diretta a questi apparecchi possa aumentare il rischio di sviluppare alcuni tumori, le istituzioni internazionali come lo IARC hanno provveduto a consigliare l’uso di distanziatori tra i cellulari e i tessuti umani: i telefoni sono sicuri se utilizzati con gli auricolari invece che a contatto diretto con la pelle, in particolare per evitare il riscaldamento localizzato dei tessuti. È abbastanza facile intuire che il problema del contatto diretto tra il corpo e la fonte delle microonde non si pone nel caso di forni utilizzati in modo corretto e ben schermati, come oggi previsto dalle normative industriali.

In conclusione

Quali rischi per la salute si corrono con l’uso del microonde? Nessun rischio legato al cancro, ma un maggior rischio di contrarre infezioni o intossicazioni per via della temperatura alla quale viene portato il cibo. Un alimento che è rimasto per qualche giorno in frigo, se scaldato in pentola e portato ad ebollizione, vede ridursi drasticamente la carica batterica. Lo stesso cibo lasciato per pochi minuti nel microonde potrebbe invece conservare una carica batterica elevata, che può provocare disturbi gastrointestinali. Per questa ragione si consiglia di utilizzare questo strumento solo per cibi freschi o conservati correttamente, per un tempo limitato in frigorifero.

 

fonte www.airc.it
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Ma quanti sono i legumi?

I legumi sono i semi commestibili delle piante appartenenti alla famiglia delle Leguminose, sono una vera fonte di ricchezza a livello nutrizionale, soprattutto quelli freschi o secchi e possibilmente biologici.

Molti legumi offrono straordinari benefici alla salute, diete ricche di legumi sono seguite per abbassare i livelli di colesterolo e ridurre il rischio di diversi tipi di cancro.

I legumi uniti ai cereali forniscono all’organismo delle proteine complete, più che “la carne dei poveri” come venivano definiti un tempo, si potrebbero chiamare “la carne delle persone sane“.

Il valore nutritivo dei legumi è rappresentato in primo luogo dall’elevato contenuto di proteine di buon valore biologico perché costituite da aminoacidi essenziali. Sono una fonte di carboidrati ed apportano una minima quantità di lipidi contenuti maggiormente nella soia e nell’arachide.

Offrono una potente azione antiossidante, apportano inoltre fibra, vitamine del gruppo B e sali minerali quali ferro, calcio, fosforo, potassio e magnesio.

Le proprietà dei legumi

– Sono ricchi di vitamine del gruppo B (B1, B2, niacina)

– Contengono vitamina C

– Contengono calcio, ferro, fosforo, potassio, magnesio e molti oligoelementi e fibre

– Sono un’ottima fonte di proteine

– I ceci sono indicati per chi è anemico e durante la gravidanza per l’apporto di ferro e calcio

– I fagioli sono ricostituenti ed energetici

– le fave e le lenticchie hanno proprietà rimineralizzanti

– le lenticchie hanno proprietà galattogoghe

– la soia è altamente proteica e contiene tutti gli aminoacidi essenziali

I legumi consumati insieme ai cereali, come nei piatti tipici popolari, pasta e fagioli, pasta e ceci, riso e piselli, riso e lenticchie, costituiscono un ottimo piatto, completo di carboidrati e proteine.

 

Le diverse varietà dei legumi

– Fagioli: Borlotti, Bianchi di Spagna, Toscanelli, Cannellini

– Lenticchie: di Castelluccio, egiziana, d’Altamura, rosse, decorticate

– Ceci

– Piselli

– Fave

– Soia

– Lupini

– Cicerchie

– Arachidi (ebbene si, sono legumi, ma con molti lipidi e molto calorici!)

 

Consigli utili per la preparazione dei legumi in cucina

– Tenere in ammollo diverse ore con un cucchiaino di bicarbonato*

– Non usare mai per cucinare l’acqua di ammollo

– Sciacquarli sotto l’acqua corrente prima di cucinarli

– Ricoprirli di acqua per la cottura

– Cuocere a lungo (i tempi sono diversi per i vari tipi di legumi) e bene

– Aggiungere durante la cottura una foglia di alloro*, o salvia* o un pezzo di alga Kombu*

– Aggiungere sale solo a fine cottura

* per evitare la produzione di gas intestinali

 

Perché i legumi causano flautolenza

I componenti dei legumi che causano flautolenza sono principalmente gli oligosaccaridi, composti che il corpo non può né digerire né assorbire, e così una volta arrivati nell’intestino i batteri li scompongono producendo gas.

Per ridurre la quantità di oligosaccaridi che causano la produzione di gas, aggiungere all’acqua di ammollo dei legumi bicarbonato di sodio, e durante la cottura mettere una foglia di alloro, o salvia, o un pezzo di alga Kombu.

 

Consigli nutrizionali per il consumo dei legumi

– Privilegia le proteine vegetali a quelle animali

– Consuma porzioni di legumi, frutta secca e altri cibi ricchi di proteine vegetali

– Mangia tutti i giorni frutta secca e semi oleaginosi

– Varia ogni giorno le tue scelte alimentari

 

fonte www.cure-naturali.it
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Il Topinambur

Il Topinambur è una pianta perenne appartenente alla famiglia delle Compositae, fiorisce a fine estate con dei bellissimi fiori color giallo intenso simili a piccole margheritine.

La parte interessante della pianta è il tubero, simile ad una patata selvatica o allo zenzero, con una buccia color marroncino chiaro e una forma un po’ sbruzzolosa. E’ proprio questa parte della pianta infatti ad essere una miniera di ottime proprietà nutrizionali a partire dall’alto contenuto di fibre e vitamine in particolare vitamina A e vitamina H (o biotina), che lo rendono un ortaggio perfetto da consumare in casi di stanchezza fisica, convalescenza, poco appetito o dolori muscolari. E’ ricchissimo di inulina e ha poche calorie (30 Kcal per 100 grammi di prodotto). E’ è stato osservato che, dopo un pasto di soli topinambur, non solo il livello di glicemia nel sangue rimane invariato, ma quest’ortaggio sarebbe anche in grado di limitare l’assorbimento degli zuccheri e del colesterolo nell’intestino, è adatto quindi ai diabetici e a chi segue particolari diete!!

Un’altra curiosità decisamente interessante è il fatto che il topinambur venga considerato da molti un vero e proprio “probiotico”, questo perché stimola la produzione del “Bifidobacterium” un microorganismo che produce acido folico e vitamine del gruppo B, utile quindi alla flora batterica intestinale. Insomma, un piccolo tubero davvero prezioso per il nostro organismo e che sta, per fortuna, tornando a popolare i nostri supermercati.

Ma come utilizzarlo al meglio in cucina? Il topinambur può essere preparato proprio come le classiche patate, cotto in padella, bollitto, unito a pasta o risotti ecc… Oppure può essere usato crudo, metodo che personalmente apprezzo di più sia per il sapore che per la maggiore disponibilità di vitamine, sali minerali ecc. Provatelo nelle insalate, tagliato a fettine sottilissime, con olio e aceto è davvero squistito! Essendo molto fresco e ricco di acqua si presa benissimo a queste preparazioni raw!

Assunzione ed effetti collaterali

Il topinambur va acquistato sodo, senza ammaccature e non deve essere conservato a contatto con l’aria per evitare che raggrinzisca. Questa pianta ha una polpa carnosa e bianca ed un sapore estremamente gradevole e delicato, che lo rende simile sia alla patata che ai carciofi. E’ un alimento estremamente versatile in cucina che può essere consumato crudo per non perdere le proprietà nutritive, tagliato a fette, in insalata, grattugiato o semplicemente condito con olio extravergine di oliva o limone. E’ ideale, però, anche cottolessato, fritto, cotto al forno o ridotto in purea. In ogni caso è importante non eccedere con le quantità giornaliere per evitare che l’organismo non riesca a smaltire l’inulina in esso presente. Un consumo eccessivo di questo ortaggio, infatti, può comportare diarrea, mal di pancia, flatulenza e meteorismo intestinale. La dose quotidiana consigliata per una persona adulta è di 200 grammi, che corrisponde ad un topinambur di medie dimensioni.

 

Una buona ricetta veloce può essere una deliziosa insalatona con quinoa, puntarelle, arance, radicchio… davvero molto buona, rinfrescante, leggera e nutriente.

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fonti articolo e foto: www.ilgolosomangiarsano.com, www.tantasalute.it, www.greenstyle.it

 

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Il pane nero al carbone vegetale

Avrete sicuramente notato in forni e supermercati la presenza di un pane molto scuro, nero fatto unendo al tradizionale impasto per il pane a base di farina e lievito del carbone vegetale, solitamente utilizzato invece come integratore naturale utile a sgonfiare la pancia e favorire la digestione.

Questo prodotto promette a tutte le persone che non digeriscono bene più o meno gli stessi vantaggi dell’integratore, quindi la possibilità di godere di un buon pane evitando però i conseguenti fenomeni di meteorismo e gonfiore addominale.

Ma è davvero così o si tratta dell’ennesima trovata commerciale? Abbiamo voluto sapere qualcosa in più su questo pane chiedendo il parere di alcuni medici e nutrizionisti.

DA COSA NASCE “LA MODA” DEL PANE NERO

Legittimo il dubbio che il pane nero sia l’ultima moda del momento in fatto di alimentazione salutare, se è così da cosa nasce e perché? Alessandro Targhetta, medico chirurgo, omeopata ed esperto in intolleranze alimentari ci ha spiegato che:

La moda del pane nero nasce dal fatto che per molte persone il pane risulta poco digeribile. Senso di peso, pienezza e gonfiore dello stomaco, un addome dilatato pieno di aria, flatulenza, dopo aver mangiato un panino, sono disturbi molto comuni. Si è pensato quindi che aggiungere il carbone vegetale all’impasto del frumento rendesse il pane più digeribile”.

Dello stesso parere è Irene Tornisello, biologa nutrizionista:

“La moda del pane al carbone vegetale nasce dall’esigenza sempre più crescente di far fronte alle richieste del mercato, nonché ai bisogni di numerosi soggetti che soffrono di stitichezza e gonfiore intestinale dovuti al consumo dei prodotti da forno. Il costante interesse verso le nuove abitudini ha quindi portato l’industria alimentare a sviluppare innovazioni nel settore”.

Ma la grande diffusione e la fortuna di questo pane potrebbe essere dovuta anche ad altro, come ad esempio la voglia di sperimentare qualcosa di nuovo in cucina, che colpisca magari per il colore e che possa accattivare per le sue proprietà, come ci suggerisce Roberta Martinoli, biologa nutrizionista e medico chirurgo:

Si tratta a mio avviso di un esperimento di successo condotto nelle cucine degli chef. Quale poteva essere un colorante nero come il carbone che consentisse di preparare piatti scenografici senza alterarne il sapore? E poi probabilmente ad un certo punto ci si è chiesti come estenderne il consumo su larga scala. Mentre da una parte si minimizzava il rischio legato al benzopirene si è andata diffondendo l’idea che il pane nero sia davvero qualcosa che faccia bene alla salute”.

FA DAVVERO BENE?

Il punto chiave però è senza dubbio un altro: davvero questo pane mantiene ciò che promette? Siamo sicuri che riesca a sgonfiare la pancia o abbia altre particolari proprietà per cui dovremmo sceglierlo invece di orientarci su soluzioni più classiche? Può essere paragonato al vero e proprio integratore di carbone vegetale?

Innanzitutto cerchiamo di capire come agisce questo rimedio naturale, solitamente utilizzato in compresse, per favorire la digestione sgonfiando l’addome. Ecco cosa ci ha detto in merito la dottoressa Martinoli:

I benefici in ambito medico sono legati proprio alla porosità e alla capacità assorbente di questa polvere. Un’infinità di microscopici pori catturano i liquidi, i gas, i batteri, i virus e le tossine presenti nel tratto gastrointestinale. In virtù di questa sua qualità il carbone vegetale viene ad esempio impiegato nel trattamento degli avvelenamenti acuti per contrastare l’assorbimento della sostanza ingerita o in caso di meteorismo per contenere la formazione di gas a livello intestinale. In questo senso il pane nero potrebbe contribuire ad eliminare i gas in eccesso ma da qui a dire che faccia bene alla salute o che sia altamente indicato nei regimi alimentari a scopo dimagrante c’è una bella differenza!

Come ci suggerisce la Tornisello poi:

Le proprietà benefiche di tali prodotti sono argomento di grande discussione. Il carbone vegetale, assunto come integratore è senza alcun dubbio un ottimo alleato per i disturbi relativi al gonfiore intestinale, alla stitichezza o alla presenza di sostanze tossiche assunte con gli alimenti. Tuttavia le quantità utilizzate come additivo nelle preparazioni alimentari sono talmente esigue da non poterlo paragonare e classificare come un alimento funzionale, pertanto non risulta efficace nella soluzione dei disturbi sopra citati”.

Anche il dottor Targhetta non è affatto convinto dell’efficacia sulla digestione e sui disturbi di flautolenza di questo pane:

Troppo poca è la quantità di carbone vegetale presente nell’impasto del frumento per rendere il panino di frumento più digeribile e soprattutto per non gonfiare la pancia. L’uso delle compresse di carbone vegetale dopo i pasti al bisogno, resta l’unico valido rimedio per ridurre il gonfiore dell’addome, la flatulenza e la stipsi”.

AVVERTENZE, CONTROINDICAZIONI E INTERAZIONI CON I FARMACI

Spesso si prendono troppo alla leggera i rimedi naturali che, in quanto tali, vengono erroneamente considerati come innocui o privi di effetti collaterali. Anche riguardo al carbone vegetale la faccenda non è per niente semplice. Come ci ricorda il dottor Targhetta:

Il consumo quotidiano del carbone vegetale nel pane può ridurre l’efficacia di molti farmaci come gli antidiabetici e gli ormoni tiroidei, per malassorbimento, visto che il carbone si “lega” con queste medicine rendendole indisponibili. Inoltre potrebbe ridurre l’assorbimento di alcune vitamine con il rischio di carenze, specie nei bambini. Insomma, sono scarsi i benefici rispetto ai rischi della sua assunzione quotidiana con il pane”.

Bisogna fare attenzione ad assumere con leggerezza questo pane nero perché come ricorda la dottoressa Martinoli:

Il punto è che una volta ingerito il carbone vegetale ha la capacità di legare qualsiasi cosa transiti lungo il canale digerente. In altri termini si comporta come un entero-adsorbente aspecificoportandosi via gas, virus, batteri ma anche nutrienti e sostanze ad azione farmacologica. Così il medicinale preso in una finestra temporale che va da 30 minuiti prima a 2 ore dopo aver assunto del carbone vegetale non verrà assorbito oppure verrà assorbito solo parzialmente. Pensate a chi assume l’eutirox, o l’estroprogestinico come anticoncezionale o ancor peggio un farmaco salva-vita”.

Ma cerchiamo meglio di capire di che quantitativi di carbone vegetale si parlae a quanto corrisponderebbe in termini di integrazione nutrizionale un consumo quotidiano di “pane nero”. Continua la dottoressa Martinoli:

Non è uno scherzo se considerate che nella preparazione dei prodotti da forno si consiglia l’impiego di 10-15 g di carbone vegetale per kg di farina mentre d’altra parte, nel suo uso medico, la posologia è pari a 1-2 g al dì. Così mangiando pizza e panini si potrebbe assumere una quantità di carbone vegetale sovrapponibile a quella di 2-4 compresse, la stessa quantità che vi prescriverebbe il medico! La differenze sta però nel fatto che quando il carbone vegetale ve lo prescrive il medico ricevete anche l’indispensabile consiglio di assumerlo a debita distanza dai pasti e dai farmaci. Quando invece comprate il vostro panino al carbone vegetale l’idea è di inserirlo all’interno di un pasto, magari proprio assieme a quei farmaci che vanno presi a stomaco pieno!”.

C’è poi un altro rischio legato all’assunzione di carbone vegetale. Si tratta della presenza di benzopirene: “In America è addirittura vietato l’uso del carbone vegetale (E153) nel pane, perché contiene benzopirene, una sostanza cancerogena derivata dalla combustione del legno” ci ricorda il dottor Targhetta.

In Europa però la situazione è diversa: “Nei Paesi dell’Unione Europea il suo impiego è autorizzato dal Regolamento CE n. 1333/2008. Se si dovesse porre un limite superiore di assunzione legato ai possibili effetti collaterali, dall’azione anti-assorbitiva a quella cancerogena, diventerebbe difficile regimentare il consumo pro-capite di panini” ci ha detto la dottoressa Martinoli.

Chi soffre di gonfiori, meteorismo in seguito all’assunzione di pane è bene comunque che eviti anche il pane con il carbone vegetale. Attenzione infine alle possibili carenze dovute al consumo di un prodotto di questo tipo, dato che il suo potere assorbente potrebbe esplicitarsi anche nei confronti di vitamine e minerali preziosi per l’organismo, come ci ricorda la dottoressa Tornisello:

I prodotti da forno, come quelli lievitati possono essere per alcuni soggetti causa di disturbi come gonfiore intestinale o bruciore gastrico e pertanto, a prescindere dalla presenza del carbone vegetale come additivo, il loro consumo deve essere limitato. Inoltre poiché il carbone limita l’assorbimento di talune sostanze, bisogna porre particolare attenzione nel consumo, in particolare nei casi di assunzione di farmaci o nelle fasi di crescita in cui, un malassorbimento di nutrienti potrebbe provocare carenze importanti”.

ALTERNATIVE PIU’ SALUTARI

Ma allora se abbiamo problemi di gonfiore addominale invece che acquistare il pane nero che cosa possiamo fare? Se non vogliamo rinunciare al pane a pranzo o a cena possiamo orientarci su altre possibilità, ecco cosa ci ha detto a riguardo il dottor Targhetta:Le alternative sono due: 1) o consumare un pane azzimo, ovvero non lievitato 2) o preferire un pane senza glutine, di riso o di mais. Queste due alternative, rendono il pane più digeribile e con meno problemi di gonfiori della pancia”.

Altri stratagemmi poi possono essere utilizzati, molto semplici. Ce li suggerisce la dottoressa Martinoli:

Se il problema è quello del meteorismo il primo consiglio è quello di masticare a lungo. ‘Prima digestio fit in ore’, la prima digestione avviene in bocca. E poi ancora non bisogna trascurare l’ambiente intestinale con il suo carico di microrganismi. Oggi si parla di microbiota intestinale e si sa benissimo che un eccesso di gas è legato ai processi fermentativi operati dai batteri patogeni. Una sapiente integrazione di pre e pro-biotici risolve il problema della disbiosi e del meteorismo. Mentre con il carbone vegetale si sta agendo a valle della cascata di eventi, al punto che se ne sospendo l’assunzione il problema ricompare, con i probiotici si ha un effetto più stabile nel tempo”.

E non dimentichiamoci infine che esistono dei rimedi naturali più efficaci per combattere i più comuni disturbi, ce ne suggerisce alcuni Irene Tornisello:

Per poter ovviare i problemi gastrointestinali legati al gonfiore ed alla stitichezza le soluzioni sono numerose. Sicuramente l’assunzione del carbone vegetale come integratore al bisogno e non come additivo può essere una valida soluzione, inoltre sarebbe opportuno limitare il consumo di prodotti lievitati in genere. Tra i prodotti naturali a cui sono attribuite proprietà benefiche nel contrastare il gonfiore si annoverano la tisana al finocchio o lo zenzero. Infine sarebbe opportuno modificare le nostre abitudini mangiando lentamente, introducendo un’adeguata quantità di acqua, praticando attività motoria, evitando il consumo di gomme da masticare e scegliendo opportunamente gli alimenti ricchi di fibre e le verdure”.

Come avrete potuto notare gli esperti sono molto scettici di fronte al consumo del pane al carbone vegetale. Noi vi continuiamo a consigliare di preparare il più possibile il pane in casa meglio se con la pasta madre che lo rende più leggero e digeribile. In alternativa potete scegliere alcune ricette di pane e focacce senza lievito e provare se così la situazione di gonfiore migliora.

fonte articolo www.greenme.it
fonte foto www.pietronuciari.it

 

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A Natale… regala un carciofo!

Sono belli, buoni e fanno pure tanto tanto bene al nostro organismo, perciò… perché non regalare un bel mazzo di carciofi? Eccovi tutte le loro proprietà!

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Il carciofo è un ortaggio coltivato sia a scopo alimentare che per via delle relative proprietà benefiche, oggetto di attenzione da parte della medicina naturale.

L’Italia è il Paese europeo in cui i carciofi vengono maggiormente coltivati ed un vero e proprio primato spetta a regioni come la Sardegna, la Sicilia e la Puglia.

Proprieta’ e benefici dei carciofi

Come gran parte degli ortaggi, i carciofi sono costituiti principalmente da acqua e fibre vegetali, utili per stimolare il buon funzionamento dell’intestino. Essi rappresentano una fonte importante di preziosi sali minerali, tra i quali troviamo sodio, potassio, fosforo e calcio. I carciofi contengono inoltre vitamina C, e vitamine del gruppo B, con particolare riferimento alla vitamina B1 ed alla vitamina B3. Contengono inoltre vitamina K, ritenuta utile nella prevenzione dell’osteoporosi. Essi rappresentano una fonte di ferro e di rame, elementi impiegati dal nostro organismo nella produzione delle cellule del sangue. Sono inoltre una fonte di betacarotene e luteina, preziosa per proteggere la vista.

Tra i componenti che rendono interessanti i carciofi dal punto di vista curativo vi sono i flavonoidi, tra i quali spicca la rutina, derivati dell’acido caffeico e metaboliti secondari che permettono l’attività farmacologica degli estratti di carciofo. Tra di essi troviamo la cinarina, connsiderata utile in caso di disturbi del fegato. I derivati dell’acido caffeico garantiscono effetti antiossidanti ed epatoprotettivi.

Cinanina è il nome di un composto presente nei carciofi, in grado di renderli un alimento che può contribuire all’inibizione dell’ossidazione del colesterolo LDL e la biosintesi del colesterolo stesso. Possiede inoltre spiccate proprietà depurative e contribuisce all’eliminazione delle tossine da parte dell’organismo.

Un carciofo può contenere fino ad un quarto delle fibre vegetali richieste da parte del nostro organismo giornalmente. I carciofi contribuiscono a migliorare la digestione, rappresentano un diuretico naturale e migliorano la produzione dei succhi digestivi. Gli effetti positivi delle foglie di carciofo sul fegato e sulla riduzione del colesterolo sono stati studiati dal punto di vista scientifico, con buoni risultati. Oltre ad alleggerire il lavoro del fegato, i carciofi risultano benefici per i reni e per la cistifellea, che si troveranno a dover affrontare un minor carico di tossine.

Utilizzi dei carciofi

La medicina naturale e la fitoterapia utilizzano il carciofo soprattutto in caso di disturbi della cistifellea a e del fegato, oltre che in caso di sindrome del colon irritabile. I suoi estratti possono risultare utili in caso di nausea, vomito ed intossicazioni alimentari, per via delle proprietà depurative tipiche del carciofo. Le foglie di carciofo vengono impiegate per ricavare estratti fitoterapici utili nel trattamento di indigestione e dispepsia, oltre che per stimolare la produzione della bile. Gli estratti di foglie di carciofo permettono di mantenere un equilibrio dei nutrienti essenziali al nostro organismo, oltre a migliorare la salute di unghie e capelli, rendendoli più forti e splendenti.

Per quanto riguarda gli utilizzi culinari del carciofo, essi portano immediatamente alle ricette tipiche della cucina regionale italiana. In Liguria i carciofi sono tra gli ingredienti impiegati per la preparazione della torta pasqualina. I carciofi alla romana sono una preparazione tipica di questo ortaggio, che precede che esso venga stufato con prezzemolo, olio extravergine d’oliva, aglio e mentuccia.

I carciofi possono essere utilizzati crudi per la preparazione di insalate, dopo essere stati affettati a lamelle. Essi possono inoltre rappresentare un ottimo ingrediente per la preparazione di salse per il condimento della pasta, dopo essere stati stufati e frullati. Tra i condimenti ideali per i carciofi, oltre all’olio extravergine d’oliva, troviamo il succo di limone, utile per evitare che i carciofi anneriscano dopo essere stati tagliati. Essi possono essere inoltre preparati al forno e gratinati utilizzando pane secco casereccio grattugiato e pinoli.

Sono infine i protagonisti di ricette culinarie molto antiche, entrate nel corso dei secoli ad essere parte della tradizione nazionale.

Fonte www.greenme.it
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Un po’ di tutto, ma quanto?

Quando è ora di preparare pranzo e cena apriamo la nostra dispensa, ormai abbiamo imparato bene che la nostra alimentazione deve essere varia, perciò abbiamo di fronte a noi cereali di tutti i tipi, semi oleosi, in frigo non mancano frutta e verdura, carne e pesce sono freschi, insomma la nostra spesa è fatta come si deve! Ma… QUANTO devo mangiare per non esagerare e soprattutto per non avere fame ancora subito dopo il pasto?

Per rispondere alla domanda della nostra amica Giada che ci chiede: “Poco di tutto, ma quanto poco?”, ho trovato questo interessante articolo che vi propongo che ci riassume bene a quanto corrispondono le porzioni e ci dà alcuni consigli per consumare correttamente i pasti.

Buona lettura!

Nella nostra società opulenta siamo portati a mangiare spesso, anche quando non c’è un’esigenza reale, perché il cibo non soddisfa solo la “sensazione fisica della fame” ma è usato per allietare i momenti conviviali, per calmare le emozioni o solo per soddisfare il palato. Spesso il desiderio di mangiare deriva da uno stato psicologico (fame emotiva) che è dovuto a quello che nutrizionisti e psicologi chiamano “disturbo del comportamento alimentare”. Questo disturbo ci induce a mangiare anche quando il nostro organismo non ne ha necessità.

Se però si parte dal presupposto che un sano stile di vita e una corretta alimentazione possono migliorare il nostro benessere fisico e mentale, allora l’assunzione di cibo deve essere commisurata al nostro fabbisogno calorico e deve garantirci tutti i nutrienti di cui abbiamo bisogno. Gli strappi alla regola sono chiaramente concessi in determinate e saltuarie occasioni, ma quotidianamente è importante fare attenzione alla qualità e alle quantità degli alimenti scelti. Si può quindi dire che non esistono di per sé cibi “dannosi” e cibi “buoni”, tutto sta nel trovare il giusto equilibrio, aumentando le nostre conoscenze sui cibi da preferire e sulle porzioni che vanno assunte.

Il concetto di porzione

Cosa si intende, dunque, con il concetto di porzione, molto diffuso ma di non facile definizione? Si legge di frequente di cucchiai, bicchieri, pugni, manciate, unità di misura molto varie che cambiano di casa in casa, da individuo a individuo. Come venir fuori da questa confusione?

A darci delle risposte ci ha pensato la SINU (Società Italiana di Nutrizione Umana) che ha identificato delle quantità standard per i principali gruppi di alimenti al fine di orientare le persone verso le scelte più salutari e che consentono un apporto adeguato di nutrienti.

La “porzione” è definita come la quantità standard di alimento espressa in grammi, che si assume come unità di misura da utilizzare per un’alimentazione equilibrata. La quantità di cibo forma una porzione è l’unità di misura, le porzioni o mezze porzioni e così via possono variare da individuo a individuo in base a sesso, età, peso, attività fisica.

Tuttavia se si considera un individuo adulto senza particolari problemi di salute sono state individuate alcune porzioni mediamente standard, espresse nella tabella sotto.

Per l’alimentazione dei bambini è bene invece rivolgersi al proprio pediatra per valutare quali sono le porzioni consigliate in base alle caratteristiche fisiche e alla fase di vita in cui il piccolo si trova, il pediatra valuterà la quantità e qualità del cibo in base ai “percentili” un calcolo spesso complesso per un genitore.

GRUPPO DI ALIMENTI ALIMENTI PORZIONE (g)
LATTE E DERIVATI latte 125 (ml)
yogurt 125
formaggio fresco 100
formaggio stagionato 50
CARNE, PESCE, UOVA carne rossa o bianca 100
salumi e affettati 50
pesce, molluschi, crostacei (fresco o surgelato) 150
pesce, molluschi, crostacei (in scatola) 50
uova 50
LEGUMI legumi freschi o in scatola 150
legumi secchi 50
CEREALI E DERIVATI, TUBERI pane 50
pasta, riso, orzo, farro o mais (*) 80
sostituti del pane (tarallini, creacker, grissini) 30
dolciumi da forno (brioche, croissant, biscotti) 50
cerali per la colazione 30
patate 200
VERDURE E ORTAGGI insalata a foglie 80
verdure e ortaggi (crudi o cotti) 200
FRUTTA frutta fresca 150
frutta secco (guscio o zuccherina) 30
GRASSI DA CONDIMENTO olioextravergine di oliva, olio di semi 10 (ml)
burro 10
ACQUA 200 (ml)
BEVANDE ANALCOLICHE succhi di frutta, spremute, tè freddo 200 (ml)
tè caldo 250 (ml)
caffè 50 (ml)
BEVANDE ALCOLICHE vino 125 (ml)
birra 330 (ml)
aperitivi 75 (ml)
superalcolici 40 (ml)
DOLCIUMI zucchero 5
miele, marmellata 20
gelati, torte, dolci al cucchiaio 100
snack, barrette, cioccolato 30

(*) in minestra, la porzione è dimezzata. Fonte SINU (Società Italiana Nutrizione Umana) – LARN 2014 (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia)

Chiunque voglia adottare porzioni corrette deve pesare il cibo, ma non preoccupatevi dopo qualche “pesata” imparerete, come accade ai cuochi, a riconoscere il volume degli alimenti e potrete procedere a occhio senza paura di sbagliare, ogni tanto, se avete dei dubbi, potete ripesare il cibo per rinfrescarvi la memoria. Tenete presente che nella corretta alimentazione variazioni di porzione a livello di pochi grammi non hanno effetti significativi, ad esempio, un uovo di gallina può essere 55 o 65 g, un bicchiere di latte 125 o 150 g, una fetta di pane 50 o 60 g, qualche scaglia di Grana Padano può pesare 50 o anche 60 g, dipende da quanto è stagionato e quanta acqua quindi contiene, un cucchiaio da cucina non colmo è mediamente 10g. Abituatevi a capire i volumi mentre pesate, ovviamente tenete conto che l’eccesso anche di 5 o 10 g non deve essere la regola.

Il bilancio energetico: tanto introduco, tanto consumo

Prestare attenzione alle porzioni da consumare, in qualità e quantità degli alimenti, vuol dire garantire al proprio corpo uno stato di salute e un peso “forma”, cercando così di evitare l’accumulo di chili in più. Questo significa che occorre raggiungere il bilancio energetico, cioè l’equilibrio tra l’energia introdotta con gli alimenti e l’energia spesa con le attività quotidiane e il movimento. Come una macchina, il corpo ha bisogno di carburante per funzionare, il cibo. Se assumiamo troppo carburante rispetto al nostro fabbisogno il nostro organismo non lo eliminerà, ma lo terrà di riserva, in particolare accumulerà grassi che possono causare problemi di salute. È bene quindi, nell’ambito di un sano stile di vita, alimentarsi correttamente e svolgere attività in modo costante, ma senza eccessi né di alimenti né di attività motoria. Per conoscere quante calorie apportano gli alimenti e quante se ne consumano con l’attività fisica puoi consultare le specifiche tabelle presenti sul sito.

Porzioni, necessità e sazietà

Seguire con attenzione le dosi consigliate “porzioni” delle linee guida della tabella può avere degli inconvenienti di carattere psicologico, soprattutto per chi deve perdere peso e il nutrizionista o dietista le ha ridotte rispetto alla media. Spesso si ha l’impressione che il piatto sia “vuoto” e che non si raggiunga la sazietà.

Ci sono però dei comportamenti che possono evitare queste sensazioni. Ad esempio:

  • Consumare il pasto piano, masticando lentamente. L’organismo inizia a mandarci “messaggi” di sazietà dopo circa 20 minuti, da questo punto in avanti la fame sarà sempre minore e se consumerete uno dei 3 pasti principali in almeno 30-35 minuti, non mangerete troppo e vi alzerete da tavola sazi.
  • I bocconi non devono essere più grandi della falange del pollice, la forchetta non va riempita più di un terzo della lunghezza dei rebbi.
  • Usare piatti non troppo grandi, o profondi.
  • Bere un bel bicchiere d’acqua prima dei pasti e tranquillamente durante.
  • Iniziare il pasto con un bel piatto di verdura riempie lo stomaco e diminuisce la fame.

Bisogna inoltre considerare che tipo di alimento mangiamo e che volume ha: 50 g di Grana Padano DOP possono sembrare pochi se confrontati con 100 g di formaggio fresco. Tuttavia il Grana Padano, essendo un formaggio stagionato fatto di latte (ne occorrono circa 0,75 litri per fare 50 g di formaggio) mantiene tutti i nutrienti del latte in modo concentrato ed anche meno grassi rispetto al latte intero perché viene parzialmente decremato durante la lavorazione, pesa meno perché c’è pochissima acqua. Un’insalata  con 50 g di Grana Padano in scaglie, condita con un cucchiaio di olio di oliva e limone, può essere un ottimo secondo piatto da consumarsi 2 volte a settimana al posto di carne, pesce o 2 uova, dopo aver mangiato un primo a base di pasta o riso.

Quantità con unità di misure casalinghe: cucchiaio e bicchiere

Quando leggete una ricetta o seguite il consiglio di un’amica o di uno chef, spesso vi trovate di fronte a delle unità di misura come un bicchiere, un cucchiaio, un cucchiaino. Come sappiamo questi utensili hanno dimensioni differenti: quale cucchiaino o bicchiere? In linea di massima si considera.

  • Cucchiaio: da tavola per minestra o brodo che mediamente contiene 10 g di liquidi come l’olio, la panna, ecc.. Nei liquidi il cucchiaio è ovviamente raso, ma se contiene Grana Padano grattugiato, sale, farina, zucchero ecc. può essere raso o colmo, ovviamente il peso del contenuto cambierà mediamente del 50% in più.
  • Cucchiaino: da caffè, da tè, da dolce che mediamente contiene raso 5g di liquidi, o più nel caso sia colmo in proporzione come per il cucchiaio.

Potete quindi quantificare le porzioni in numero di cucchiai e cucchiaini da tavola senza dover pesare, meglio però verificare almeno una volta il peso del contenuto dei vostri cucchiai o cucchiaini.

  • Il bicchiere: le dimensioni di quelli disponibili sono molto variabili e variabile è il contenuto di un bicchiere da acqua o da vino. Il moderno design ed anche l’evoluzione del tipo di bicchiere in cui bere il vino ha creato una differenza notevole nelle capacità contenibili. Vi sono bicchieri da acqua e vino da 120 ml e anche da 300. Per il bicchiere è d’obbligo verificare quanto contiene il bicchiere che usiamo in particolare se beviamo vino o condiamo con grassi liquidi. Nell’uso gastronomico un bicchiere di vino, grande o piccolo, non influisce sulla nutrizione, perché l’alcol contenuto evapora durante la cottura, influisce molto invece se lo beviamo perché un grammo di alcol (o ml di etanolo) contiene più di 5 calorie per grammo, oltretutto vuote (cioè senza macronutrienti).

Nel caso dei condimenti invece la cosa può cambiare molto. Un bicchiere di olio d’oliva da 125 ml (circa 110 g) contiene più di 900 calorie, se ne usate uno da 150 g che a occhio può sembrare uguale, la differenza di 40 g apporta 360 calorie (Kcal). L’olio per il condimento di un arrosto o del ragù e sughi vari, al contrario del vino, viene mangiato in gran parte o tutto se fate la “scarpetta”.

Occhio al bicchiere e pesate i vari liquidi prima di usarli per verificare il contenuto in g o ml e cl rispetto alla capienza del bicchiere, tenete quindi il bicchiere come unità di misura, e quando leggete o sentite dire un bicchiere di … cercate sempre di capire di cosa si tratta.

 

fonte www.educazionenutrizionale.granapadano.it

 

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La dieta alcalina

In molti ultimamente mi state chiedendo informazioni in merito alla dieta alcalina.

Vi consiglio la lettura di questo articolo che spiega molto bene gli effetti che questa dieta ha nel nostro organismo.

In breve

  • L’idea che sia possibile combattere il cancro rendendo basico il pH dei tessuti con un intervento esterno è priva di fondamento scientifico.
  • Durante la giornata veniamo in contatto con una enorme quantità di sostanze acide, basiche o neutre.
  • I succhi gastrici necessari alla digestione sono intensamente acidi e quindi sono in grado di acidificare anche l’alimento più basico subito dopo che l’abbiamo ingerito e ben prima che venga assorbito.
  • Il pH dell’organismo ha un valore medio e normale di 7,4, un punto di equilibrio essenziale per la sopravvivenza, che è mantenuto dal sistema metabolico.
  • Se davvero riuscissimo ad alcalinizzare il nostro pH, andremmo in alcalosi metabolica, una situazione che accade in alcune malattie e che richiede un immediato intervento medico, perché può essere potenzialmente mortale.
  • Gli studi che sostengono un nesso tra dieta alcalina e benefici per la salute sono basati su correlazioni che non hanno un nesso di causa ed effetto: relazioni apparenti tra due fenomeni che hanno invece un’altra causa.
  • Nessuna dieta da sola può curare il cancro.

Che cos’è la dieta alcalina

La cosiddetta dieta “alcalina”, cioè basata su alimenti che, secondo chi la sostiene, dovrebbero portare il pH del corpo verso la basicità (il contrario dell’acidità), gira in Rete da anni. Secondo alcuni avrebbe proprietà benefiche anche contro il cancro. La “base teorica” (se così si può chiamare) di questa credenza non scientifica è spiegata in dettaglio in questa scheda . Per capire se ci può essere qualcosa di vero in queste affermazioni, occorre partire dal termine “alcalino” che si riferisce a una delle caratteristiche dei tessuti: il grado di basicità (o di alcalinità ) che è indicato dalla misurazione del pH.

Attorniati da sostanze acide e basiche

I valori del pH vanno da 0 – per gli acidi più forti – a 14, valore massimo che rappresenta il massimo dell’alcalinità. Il valore intermedio della scala, il 7 o neutro, è quello dell’acqua distillata, ovvero acqua in cui non è disciolta alcuna sostanza in grado di spostare . L’acqua distillata quindi è neutra, cioè non è né acida né alcalina.

Nel corso della vita quotidiana veniamo in contatto con sostanze più o meno acide – come il succo di limone, l’aceto e il caffè – o più o meno basiche, dall’acqua di mare ai saponi alcalini, da ammoniaca e varechina fino alla soda caustica (di cui è nota l’estrema pericolosità dovuta proprio al fatto che è estremamente basica).

I succhi gastrici che ci aiutano a digerire i cibi sono fortemente acidi (con un pH compreso tra 1 e 2). Contengono infatti acido cloridrico, una sostanza che è anche venduta, diluita e impura, con il nome di acido muriatico.

Il sangue, invece, è leggermente alcalino, con lievi oscillazioni attorno al valore di pH 7,4: l’equilibrio attorno a questo valore (con brevi escursioni fino a 7,3 o a 7,5 per qualche minuto) è cruciale per il funzionamento dell’organismo, ed è mantenuto grazie a meccanismi automatici molto efficienti, basati sulla respirazione (che insieme all’aria espirata fa uscire dall’organismo le sostanze volatili in eccesso). In misura minore il pH del sangue è mantenuto anche dall’attività dei reni, che con le urine elimina le sostanze non volatili responsabili dello squilibrio.

Quando assumiamo una sostanza acida (come una spremuta di agrumi o un succo di pomodoro) o una alcalina (come un cucchiaio di bicarbonato di sodio) il corpo si mette subito in moto: i recettori avvertono lo squilibrio e attivano i meccanismi che permettono al pH del sangue di tornare al valore di 7,4: se qualcosa non funziona l’organismo entra in uno stato di acidosi metabolica, o al contrario di alcalosi metabolica, che rischia di portare alla morte in breve tempo.

La relazione col cancro

Le premesse sono necessarie a rispondere alla domanda cruciale: che senso ha una “dieta alcalina” che dice di puntare ad “alcalinizzare l’organismo” dal momento che tutto il nostro metabolismo lavora per evitare che ciò accada? Di fatto è praticamente impossibile modificare in modo sostanziale il pH dell’organismo perché siamo costruiti per impedire che ciò accada, dato che se così non fosse correremmo gravi rischi.

Si possono davvero avere benefici anticancro mangiando cibi che al di fuori dell’organismo tendono a essere basici, come alcuni tipi di frutta e alcuni legumi? A tale scopo, la risposta è no. Qualunque cibo viene infatti rapidamente in contatto con i succhi gastrici presenti nello stomaco, che sono molto acidi. Essi neutralizzano la sua alcalinità, rendendo l’alimento neutro o addirittura acidifico prima ancora di essere assimilato.

Se anche esistesse un cibo capace di mantenere la sua alcalinità, dopo aver attraversato lo stomaco, e quindi capace di alterare il pH del sangue e dei tessuti, l’organismo metterebbe in funzione i sofisticati ed efficienti i meccanismi automatici per riportare immediatamente il pH ai valori di normalità, attorno a 7,4. In caso contrario, l’organismo si troverebbe in pochi minuti in stato di alcalosi metabolica, e sarebbe necessario l’intervento urgente di un’équipe medica per evitare la morte.

Attenzione alle correlazioni

Gli studi citati per avere mostrato un nesso tra l’alcalinità della dieta ed effetti benefici per la salute riportano tutticorrelazioni che possono trarre in inganno. Immaginiamo per esempio che una persona osservi un miglioramento delle capacità di concentrazione e veglia in chi beve caffè e che attribuisca questo effetto al fatto che il caffè è acido: in realtà non è l’acidità del caffè a influenzare la concentrazione, quanto una sostanza presente nel caffè, ossia la caffeina.

Gli studi di correlazione possono quindi fornire informazioni importanti, ma vanno valutati con attenzione. Nel caso della dieta alcalina, si può certamente affermare che ridurre l’apporto di carne e fritti e favorire il consumo di frutta e verdura è una mossa intelligente, perché corrisponde a ciò che noi sappiamo oggi essere la migliore dieta preventiva nei confronti del cancro, al di là della basicità o acidità degli alimenti.

Di certo, nessuno studio rigoroso ha mai dimostrato che le diete alcaline abbiano alcun effetto di prevenzione o cura del cancro a causa del pH.

Anche una dieta totalmente rispondente ai canoni di scientificità, però, non è in grado da sola di curare il cancro, ma può tuttalpiù aiutare l’organismo ad affrontarlo e a sopportare meglio le cure.

 

Fonte www.airc.it
Categories News, Ricette

Insalata con noci e formaggio di Sergio

Ingredienti per 2 persone:

  • Insalate miste a piacere: valerianella, lattughino, rucola, songino, insalata foglia di quercia
  • Formaggio Piave mezzano 200 g
  • Noci 60 g

Ingredienti per il condimento:

  • Olio evo q.b.
  • Glassa di aceto balsamico q.b.
  • Pepe q.b.
  • Miele di pino mugo 2 cucchiaini
  • Zenzero fresco

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Preparazione:

Lavate bene le insalate e disponetele in due piatti molto capienti. Tagliate il formaggio a cubetti, sgusciate e tritate grossolanamente le noci e disponete il tutto in parti uguali sulle due insalate.

In una piccola ciotola mettete il miele di pino mugo (potete usare anche altri mieli in base alle vostre preferenze, l’importante è che non siano densi e non abbiano un sapore forte) e grattugiate qualche grammo di zenzero in base al vostro gusto: più zenzero mettete più il vostro piatto sarà piccante ed acido.

Condite l’insalata con olio, pepe e glassa di aceto balsamico; per finire aggiungete un cucchiaino di miele e zenzero.

Servite con un calice di pinot grigio fresco e… buon appetito!

 

Di insalata non ce n’è una sola!!! La natura ce ne offre numerosissime varietà, vediamo insieme quali.

La denominazione generica di “insalata” è utilizzata per indicare un gruppo di ortaggi a foglia consumati prevalentemente crudi. La maggior parte delle insalate si può suddividere in tre famiglie botaniche: le cicorie (che includono i radicchi), le indivie e le lattughe. A queste si affiancano numerose erbe di campo quali le crispigne, il tarassaco, la borragine e così via. La produzione delle diverse specie non ha interruzioni nel corso dell’anno: alcune varietà sono prettamente invernali (indivia riccia, indivia scarola, radicchi), altre sono tipicamente primaverili-estive (lattuga cappuccio, lollo, trocadero), altre ancora estive-autunnali (lattuga a costa lunga, iceberg). Dal punto di vista nutrizionale, le insalate sono ricche di vitamine (A, C), sali minerali (calcio, ferro) e fibra solubile, particolarmente efficace nella prevenzione dell’arteriosclerosi. All’acquisto controllate sempre che i colori siano vivaci, le foglie turgide, croccanti e non alterate da insetti. Non lasciatele mai negli involucri sigillati, poiché marcirebbero in breve tempo, ma sistematele in un contenitore coperto con un panno inumidito e ponetele in un cassetto del frigorifero dove l’aria riesca a circolare. Le insalate si conservano al massimo per 3-4 giorni, a eccezione del radicchio rosso, un po’ più resistente.

Cicorie

Il gruppo delle cicorie comprende numerose varietà molto diverse tra loro, in genere a raccolta autunnale o invernale. Il caratteristico sapore amarognolo è particolarmente gradevole nelle piante giovani, che sono quindi da preferire al momento dell’acquisto.
Le cicorie a foglia rossa o variegata, comunemente chiamate radicchi, sono oggi la varietà più diffusa. Nella loro coltivazione si utilizza in genere un metodo particolare, la forzatura, una serie di operazioni che servono a conferire all’ortaggio il caratteristico colore: si estirpano le piante con la radice e se ne recidono le foglie sopra il colletto; le piante, conservate in mucchi, generano nuove foglie dal caratteristico colore rosso. Altre varietà molto utilizzate sono quelle elencate di seguito.
Cicoria: le varietà più utilizzate in insalata sono il pan di zucchero, dalle foglie verdi racchiuse in un ampio cappuccio allungato, la ceriolo, piccola e a forma di rosa, nelle due varietà verde e rossa, e la tenera zuccherina di Trieste.
Indivia belga: ortaggio dalla caratteristica forma ovale allungata; deve presentare foglie bianche ben serrate, con sfumature giallo chiaro: quelle tendenti al verde hanno un sapore amaro molto più accentuato. È consigliabile eliminare sempre il torsolo: per facilitare l’operazione, potete tagliare l’indivia a metà, oppure incidere l’ortaggio alla base, in modo da estrarre il cono duro.
Radicchio di Castelfranco, di Chioggia e di Verona: ortaggi dalla forma rotonda e dal colore rosa-rossiccio, più o meno variegato di bianco: sono prevalentemente utilizzati per insalate e guarnizioni; quello di Castelfranco è adatto anche alla cottura.
Radicchio di Treviso: ortaggio dalle foglie rosse a forma di lancia con costa bianca, adatto a cotture alla griglia, al forno oppure al salto.

 

Indivie

Piante a foglia simili alle cicorie, tipiche dei mesi invernali, ma ormai reperibili nel corso di tutto l’anno. Hanno l’aspetto di cespi appiattiti, con le foglie verdi inserite in un breve fusto tenero. La parte centrale, detta cuore, è di colore più chiaro, tendente al giallo. Si dividono in due gruppi: le indivie ricce e le indivie scarole.
Indivia riccia: è facilmente riconoscibile per le foglie crespate e molto frastagliate, che devono essere compatte e ben turgide anche all’esterno. L’indivia riccia viene sempre consumata cruda, meglio ancora se combinata con altre varietà di insalata, alle quali aggiunge un delicato tocco amarognolo e una certa ruvidezza, che potrebbe tuttavia risultare eccessiva quando viene consumata da sola.
Indivia scarola: pianta dalle foglie larghe e lisce, con bordi appena frastagliati, caratterizzata da una consistenza croccante e da una leggera tonalità amarognola. Viene consumata sia cruda sia cotta, ed è particolarmente utilizzata nella gastronomia campana (per esempio nella preparazione della pizza con la scarola e della scarola imbottita).

 

Lattughe

Sono le insalate più delicate, sia per la consistenza della foglia, sia per quanto riguarda la conservazione. Oltre all’ottima lattuga da taglio, le lattughe si suddividono nei grandi gruppi seguenti.
Lattuga cappuccio: di forma rotonda e dalle foglie molto larghe, concave e rugose. è il tipo di lattuga più utilizzato in cucina per insalate e guarnizioni. Tra le diverse varietà, due in particolare si distinguono per robustezza e consistenza croccante: la trocadero e la iceberg; quest’ultima in particolare resiste anche al calore e, per questo, è spesso utilizzata nella preparazione degli hamburger.
Lattuga a costa lunga: detta anche lattuga romana, ha forma molto allungata e consistenza croccante: è utilizzata sia a crudo nelle insalate, sia cotta brasata o nella preparazione di minestre.

 

Erbe di campo

Sono numerose le varietà di erbe spontanee che si possono utilizzare nelle insalate, a patto che le loro foglie siano giovani e fresche; tra le più diffuse occorre ricordare l’acetosella, l’achillea, l’altea, la beccabunga, la borsa del pastore, il levistico, la melissa, la piantaggine, la pimpinella, la valerianella ecc. Talvolta il confine tra insalate di campo ed erbe aromatiche è molto labile e può dipendere unicamente dalla quantità utilizzata. Di seguito descriviamo alcune delle varietà più utilizzate in cucina.
Borragine: pianta erbacea tipica della Liguria e della Campania, utilizzata nella preparazione di insalate, minestre, farce per primi piatti e ripieni di torte salate. Deve essere raccolta quando le foglie sono ancora giovani e non completamente ricoperte dalla “peluria”. Gli splendidi fiori bluastri tipici di questa pianta apportano alle insalate un aroma delicato.
Cerfoglio: pianta dall’aroma molto delicato e dolciastro, da utilizzare esclusivamente fresca, tritata all’ultimo momento e rigorosamente non bollita. Ha foglie molto simili a quelle del prezzemolo, ma di colore più chiaro e leggermente piumose. Oltre che nella preparazione di insalate, il cerfoglio è utilizzato come elemento aromatizzante per minestre, salse al burro, pesce alla griglia e ricette alle “erbe fini”.
Crescione: esistono tre varietà di crescione, ma solo due sono quelle utilizzate nelle insalate: il crescione inglese, dallo stelo biancastro con foglie piccolissime, e il crescione d’acqua, dalle foglie tondeggianti. Queste erbe conferiscono alla preparazione un caratteristico aroma pungente, tra il piccante e l’amaro, particolarmente apprezzato.
Portulaca: erba infestante che cresce nel periodo estivo, le cui foglie si sposano alla perfezione con i pomodori crudi e con diverse varietà di insalata. I rametti più carnosi possono essere conservati sott’aceto e utilizzati come i capperi.
Silene o strigolo: erba spontanea in genere utilizzata per preparare risotti, farce, frittate e minestre, oppure servita come contorno, semplicemente cotta al vapore. Quando è giovane se ne possono utilizzare le foglie ancora tenere per preparare un’ottima misticanza.

Fiori

Molti fiori sono adatti a un uso alimentare: i fiori d’acacia possono essere utilizzati per preparare frittelle, mentre le viole sono ottime in insalata o candite; le pratoline, le primule e il gelsomino sono utilizzati per decorare variopinte misticanze, mentre le rose sono l’ideale per aromatizzare preparazioni dolci o come accompagnamento di delicate erbe crude. Tra i numerosi fiori da insalata, occorre ricordare almeno i seguenti.
Calendula: oltre alle tenere foglie che conferiscono un gusto particolare alla misticanza, si possono utilizzare i fiori, dal colore vivace e dal sapore intenso. La calendula può essere impiegata anche per aromatizzare un risotto, conferendogli un particolare colore giallo. I boccioli si possono conservare e usare come i capperi.
Malva: i piccoli fiori di questa pianta, oltre a essere utilizzati in erboristeria, possono rappresentare una gradevole guarnizione di insalate miste. Le foglie cotte sono invece inpiegate nella preparazione di zuppe.
Nasturzio: fiore dal caratteristico colore giallo o arancione che sboccia in estate; ha un sapore piccante ed è in genere utilizzato per insaporire insalate miste o per guarnirle. I boccioli possono essere conservati sotto sale o sotto aceto.
Primula: foglie e fiori di primula si abbinano in particolare con la lattuga classica.
Tarassaco o dente di leone: erba spontanea dei prati nota per il suo potere diuretico. I fiori conferiscono alle insalate una nota amaricante e si possono utilizzare sia chiusi, sia quando sono già sbocciati.

 

La misticanza nelle quattro stagioni

La misticanza è un misto di erbe, per lo più selvatiche, che si consumano crude in insalata. In ogni periodo dell’anno si trovano erbe diverse, per cui in genere si utilizzano quelle disponibili al momento. Il condimento classico è a base di olio extravergine di oliva, sale e aceto.

 

fonte www.cucina.corriere.it

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