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Tag Archives: salute

Categories Consigli, News

Camminare dopo i pasti

Per aiutare la digestione è meglio fare un sonnellino o una passeggiata?

Passeggiare un quarto d’ora dopo i pasti può davvero aiutare la digestione e regolare il livello degli zuccheri presenti nel sangue. In uno studio del 2008 alcuni ricercatori tedeschi hanno osservato cosa succede dopo un pasto abbondante seguito da un caffè o da un digestivo alcolico – un brandy o un amaro – oppure da una camminata.

Hanno così notato che camminare accelera il movimento del cibo nello stomaco. Le bevande, invece, non hanno alcun effetto. Uno studio pubblicato nel 2009 ha rilevato che, in chi ha il diabete di tipo 2, passeggiare venti minuti dopo cena abbassa il livello degli zuccheri nel sangue più di una passeggiata prima di cena o dell’assenza di movimento.

Un altro studio, pubblicato su Diabetes Care, ha evidenziato che negli anziani sovrappeso e sedentari camminare quindici minuti subito dopo ogni pasto regola il livello quotidiano degli zuccheri nel sangue molto più di una passeggiata di tre quarti d’ora al mattino. Camminando una buona dose di glucosio viene assorbita dai muscoli.

Conclusioni Fare una passeggiata dopo i pasti, invece di puntare al divano, migliora la digestione e il controllo degli zuccheri presenti nel sangue.

Internazionale, numero 1010, 26 luglio 2013

Categories Alimenti, News, Nutrienti

Ortaggi Bianci da Rivalutare

Hanno tanti nutrienti “invisibili”
Sono prodotti ricchi di fibre, potassio, magnesio e polifenoli importanti per il nostro benessere.

Cavolfiori bianchicci, finocchi esangui, candide cipolle e pallide patate: a giudicare questi ortaggi dall’aspetto, si potrebbe pensare che siano privi di qualsiasi valore nutritivo. Sbagliatissimo: anche le verdure bianche hanno importanti qualità e devono fare parte dell’alimentazione quotidiana, come spiega un supplemento pubblicato dalla rivista Advances in Nutritiondall’inequivocabile titolo “I vegetali bianchi, una fonte dimenticata di nutrienti”, nel quale ben nove studi tratteggiano i benefici delle verdure prive di colore.

NUTRIENTI – Connie Weaver, nutrizionista della Purdue University e responsabile del supplemento, spiega: «Le linee guida statunitensi incoraggiano il consumo di frutta e verdura sottolineando la necessità di includere ogni giorno almeno una porzione di vegetali verdi e una di quelli arancioni. Non ci sono indicazioni simili per gli ortaggi bianchi come patate, cavolfiori, cipolle, rape, finocchi, aglio. Eppure si tratta di prodotti ricchi di fibre, potassio, magnesio e polifenoli importanti per il nostro benessere». Il problema è che nella scelta del cibo intervengono moltissimi fattori: la consistenza dell’alimento, il gusto, l’odore e anche, ovviamente, l’aspetto. «I colori dei cibi possono farci travisare il reale contenuto in nutrienti, portandoci a credere che un vegetale bianco sia privo di qualunque valore – sottolinea Stephen Barnes, farmacologo dell’Università di Birmingham in Alabama -. Responsabili del colore dei vegetali sono i loro componenti fitochimici: i carotenoidi rendono ortaggi e frutta gialli, arancioni e rossi; le clorofille sono tipiche dei vegetali verdi; le antocianine di quelli blu-viola. I polifenoli, di cui anche le antocianine fanno parte, sono un ottimo esempio per capire quanto possa essere fuorviante basarsi per la scelta solo sul colore: si tratta infatti di sostanze utilissime per la salute con potenti capacità antiossidanti ma, a parte alcuni polifenoli come appunto le antocianine, sono per lo più invisibili all’occhio umano, che può percepire solo uno spettro limitato di lunghezze d’onda luminose (da 390 a 765 nanometri, ndr). Non possiamo vedere la vitamina C, ad esempio, e quindi non possiamo valutarne la quantità in un cibo solo guardandolo».

PATATE – Secondo i ricercatori occorre perciò includere nella dieta anche una porzione di verdure bianche, con particolare attenzione alle patate: nelle loro infinite modalità di preparazione, infatti, possono servire per avvicinare alle verdure anche i più restii (primi fra tutti, i bambini e i giovani) e provare a raggiungere i livelli raccomandati di consumo di vegetali e fibre, tuttora una chimera per larga parte della popolazione. Non a caso, spiegano i ricercatori, chi consuma patate mangia anche una maggior quantità delle altre verdure. «Non bisognerebbe preoccuparsi eccessivamente degli effetti di questi particolari ortaggi sulla glicemia – aggiunge Harvey Andreson, nutrizionista dell’Università di Toronto, in Canada -. Le patate, così come le banane, sono state demonizzate perchè hanno un indice glicemico più alto di altri vegetali e avrebbero perciò un’azione negativa sul metabolismo dell’insulina. In realtà, sappiamo che gli effetti sulla glicemia dipendono molto da come vengono cucinate, da che cosa le accompagna durante il pasto e soprattutto da quante ne mangiamo. Le patate sono molto sazianti e questo contribuisce a ridurne la quantità effettivamente introdotta e di conseguenza anche l’effetto sulla glicemia è generalmente moderato; inoltre, sono ideali per ridurre il carico calorico complessivo del pasto, diminuendo la fame e la voglia di altro cibo».

POTASSIO – «Le patate poi sono ricche di potassio e se vengono cucinate senza aggiungere troppo sale sono ottime per aumentare l’introito di questo composto fondamentale per ridurre il rischio cardiovascolare – riprende Weaver -. La dieta occidentale purtroppo non è ricca di potassio: non se ne introduce abbastanza proprio perchè non consumiamo frutta e verdura a sufficienza, mentre mangiamo troppi cibi ricchi di sodio. Lo squilibrio nell’apporto di questi due elementi è correlato a una maggiore probabilità di eventi cardiovascolari, mentre proprio il consumo di ortaggi bianchi ricchi in potassio è stato associato, ad esempio, a un minor rischio di ictus». Morale: mai far mancare i vegetali bianchi sulla nostra tavola. Lo ha sottolineato anche il Ministero della Salute italiano, nella campagna del 2009 “Mangia a colori”, per promuovere il consumo di 5 porzioni quotidiane di frutta e verdura: agli, cipolle, finocchi e le altre verdure bianche sono uno dei cinque “pilastri” della dieta a colori, proprio perchè ricchi di fibre, potassio, polifenoli, flavonoidi e vitamina C.

dal sito del Corriere della Sera 28 giugno 2013 | 14:31

Categories Alimenti, News

Il sale

Il cloruro di sodio è il sale di sodio dell’acido cloridrico ed è il comune sale da cucina.

A temperatura ambiente si presenta come un solido cristallino incolore e con un odore e un sapore caratteristico. I suoi cristalli hanno un reticolo cubico ai cui vertici si alternano ioni sodio Na+ e ioni cloruroCl.

Il sale è anzitutto un esaltatore di sapidità usato in tutte le tradizioni culinarie conosciute ed è ampiamente sfruttato nell’industria conserviera sia come ingrediente sia come mezzo di conservazione dei cibi. Quest’ultima proprietà è dovuta all’effetto disidratante che il sale ha sui materiali con cui viene a contatto, da cui estrae l’acqua per osmosi.
Sale da cucina additivato di elementi particolari può essere prescritto per curare o prevenire alcune malattie (ad esempio il sale iodato per il gozzo o addizionato di cloruro di potassio per l’ipertensione).

Come è ormai ben noto, il sodio è il minerale maggiormente collegato all’ipertensione e alle malattie cardiovascolari. Esso è naturalmente contenuto in diversi alimenti, ma viene anche spesso aggiunto ai cibi, andando così ad aumentare, a volte sensibilmente, l’apporto giornaliero complessivo. Fonti importanti di sodio possono essere i prodotti a base di cereali, tipici della dieta mediterranea, i cui benefici generali per la salute sono ampiamente riconosciuti.

Il sodio è presente naturalmente in tutti i cibi freschi, ma l’apporto che in media ne ricaviamo difficilmente supera il 10%.  Ciò che può realmente aiutarci è una riduzione graduale del consumo di sale e di prodotti che ne posseggono una elevata quantità. Dovremmo in particolare evitare di mangiare cibi pronti, salumi, formaggi, snack salati, dadi per brodo, salse pronte, paste ripiene. Ad esempio: 50g di prosciutto crudo dolce contengono circa 1.3g di sale; la pasta pronta surgelata ne possiede circa 1g; in media una pizza surgelata ne contiene 1g (fonte INRAN). Sono quantità decisamente elevate, soprattutto se consideriamo che la quantità massima consigliata è di 2g al giorno. Non sottovalutiamo anche l’esistenza di fonti nascoste di sodio, come è il caso dei biscotti e dei cereali da colazione.

Un aiuto nel ridurre l’uso del sale da cucina ce lo offrono le erbe aromatiche e le spezie, in particolare salvia, origano, prezzemolo, basilico, erba cipollina, rosmarino, dragoncello. Utile è anche l’uso del limone e dell’aceto di mele.

Categories Consigli, News

Il pranzo

Il pranzo è il pasto più trascurato della giornata, nonostante sia, con la colazione, il più importante. Per molte persone la pausa pranzo si riduce ad un boccone mangiato in fretta, al bar o davanti al computer.
L’errore più grave è saltare il pranzo: i carboidrati servono al cervello per funzionare, chi mangia solo una mela o un gelato il pomeriggio avrà più difficoltà nella propria attività. Inoltre la sera rischia di abbuffarsi spinto dalla fame.
E’ fondamentale staccare mentre si mangia, rilassarsi, masticare con calma, in un certo senso concentrarsi sull’atto del mangiare. Quindi no al pranzo davanti al computer, e no al mangiare camminando o stando in piedi. E soprattutto, niente fretta.
Che cosa bisogna mangiare? Vietatissimi tramezzini, pizzette o dolci (se non in piccole dosi), sì alla dieta mediterranea, caposaldo dell’alimentazione sana. Se si mangia fuori l’ideale sarebbe portarsi il pasto da casa: una pasta, che però rischia di essere fredda ogni giorno, oppure una bella insalata mista con carne di pollo, tacchino o tonno e del pane. Ogni tanto possiamo concederci un panino o una pizza.

In ogni caso dipende dal lavoro che si svolge: i sedentari (impiegati, segretarie, ecc.) dovrebbero consumare un primo o un secondo leggero, senza mai dimenticare le verdure; coloro che fanno un’attività impegnativa (muratori, operai, ecc.) possono permettersi un menù completo.

L’ideale sarebbe sfruttare il tempo della pausa pranzo per fare due passi, fare il giro dell’isolato prima di rientrare in ufficio, se si pranza fuori azienda recarsi al ristorante a piedi.

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Acquisto delle carni

Le carni dirette al consumo umano devono provenire da animali che siano stati sottoposti, a cura del veterinario ufficiale (ASL), a visita “ante mortem” e ad ispezione “post mortem”.
La certezza che la macellazione dell’animale e la lavorazione delle carni siano avvenute sotto il controllo del veterinario ufficiale, che attesta la salubrità e l’idoneità delle carni stesse, è fornita dal bollo sanitario identificativo dello stabilimento di macellazione o laboratorio di sezionamento, applicato direttamente su ciascuna mezzena o sulle etichette per le carni confezionate.
Nelle macellerie e nei supermercati, in osservanza di norme comunitarie e nazionali, devono essere fornite le seguenti informazioni obbligatorie, per ogni taglio di carne, mediante un cartello esposto sul banco di vendita o l’etichetta per le carni confezionate:

  • riproduzione del bollo sanitario dello stabilimento che ha effettuato il selezionamento e il confezionamento
  • ragione sociale e sede dello stabilimento
  • peso netto
  • denominazione commerciale: specie, categoria e taglio
  • data di scadenza
  • lotto di produzione
  • modalità di conservazione.

Per le carni bovine esiste un sistema di etichettatura più vincolante, per cui devono essere riportate obbligatoriamente anche le seguenti informazioni aggiuntive:

  • codice di riferimento che rappresenta il nesso tra il taglio di carne al banco e l’animale o il gruppo di animali macellato
  • Paese di nascita
  • Paese o Paesi di ingrasso
  • Paese di macellazione e numero di riconoscimento dello stabilimento di macellazione
  • Paese di selezionamento delle carni e numero di riconoscimento del laboratorio.

Inoltre, il cartellino o le etichette per le carni esposte al pubblico devono recare il prezzo unitario per chilogrammo, la specie e lo stato fisico (fresche, congelate, scongelate).
Le specie sono:

  • bovine: vitello o bovino adulto
  • bufaline
  • suine
  • ovine: agnello o ovino adulto
  • caprine: capretto o caprino adulto
  • avicunicole: pollo, coniglio ed altri.

E’ previsto anche un sistema facoltativo di etichettatura per cui con le stesse modalità di cui sopra possono essere fornite altre informazioni riguardanti:

  1. l’età dell’animale, la data di macellazione e/o di preparazione delle carni, il periodo di frollatura
  2. l’azienda di nascita e/o di allevamento, le tecniche di allevamento, i metodi di ingrasso, le indicazioni relative all’alimentazione
  3. la razza o il tipo genetico
  4. eventuali altre informazioni contenute nell’eventuale disciplinare approvato dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali.

L’etichettatura delle carni provenienti da un animale, nato, ingrassato e macellato in Italia può riportare l’indicazione “Carni di bovino nato, ingrassato e macellato in Italia” oppure la dizione “origine Italia”.
Se le confezioni di carni contengono pezzi provenienti da bovini diversi, l’etichettatura reca oltre le informazioni obbligatorie, esclusivamente le indicazioni comuni a tutte le carni.
Il cartellino o l’etichetta devono essere esposti al pubblico recando il prezzo unitario per chilogrammo, la specie e lo stato fisico della carne (fresca o congelata).

In macelleria, le carni biologiche devono essere esposte in apposita sezione del banco vendita. Devono essere visibili gli attestati di macellazione che riportano le indicazioni “biologico” e le altre indicazioni,riportate, per le carni.

Vendite promiscue
L’eventuale vendita di carni congelate deve essere effettuata in banchi separati da quelle fresche. In banchi separati devono anche essere vendute le carni bovine, bufaline, suine e ovicaprine da quelle avicunicole (pollo e conigli) e della selvaggina allevate. Uguale separazione è prevista per le uova.
Ai diversi banchi o scomparti devono corrispondere in ogni caso taglieri, utensili ed attrezzature distinte.

Principali frodi

  • Vendita di carni provenienti da animali ingrassati con sostanze non consentite (ormoni, tireostatici, stilbenici, beta-agonisti). In questo caso le carni sono ricche di acqua e si riducono notevolmente dopo la cottura.
  • Vendita di carni contenenti residui di medicinali il cui trattamento non è stato dichiarato e senza l’osservanza di sospensione tra il trattamento stesso e l’avvio alla macellazione.
  • Vendita di carni della stessa specie ma di qualità diversa (vitello adulto per vitello).
  • Vendita di tagli meno pregiati per tagli pregiati (es. lombata del quarto anteriore per lombata del quarto posteriore o filetto).

Consigli utili
Non è facile per il consumatore rilevare, con la semplice osservazione dei tagli in vendita, se la carne proviene da animali trattati con sostanze illecite. E’ importante, quindi, che tra il consumatore ed il fornitore si instauri un rapporto di fiducia costante. Una carne dal colore rosso vivo è sinonimo di buona qualità. Sono da escludere acquisti di carni poste al di fuori dei canali commerciali autorizzati.

Redazione Ministerosalute.it 

Categories Consigli, News

La Fibra

La fibra come probabilmente molti sapranno, è l’insieme delle sostanze prive di valori nutritivi, ma che svolgono attività preziose. Con il termine fibra alimentare si intende un insieme di composti di origine vegetale, di natura fisiochimica e complessità molecolare assai diverse caratterizzati dal fatto di essere senza alcuna distinzione, tutti resistenti all’idrolisi degli enzimi digestivi e all’assorbimento.
Queste sostanze possono essere fermentate dalla flora batterica del colon con produzione di metano, anidride carbonica, acqua e acidi grassi volatili (essenzialmente acido acetico, propionico e butirrico).

La fibra alimentare si divide i due grandi classi: la fibra solubile e la fibra insolubile.

LA FIBRA SOLUBILE (cellulosa, emicellulosa, lignina), fermentabile, ha proprietà chelanti, ovvero tende a formare un composto gelatinoso all’interno del lume intestinale; questo gel che si viene a formare aumenta la viscosità del contenuto con conseguente rallentamento dello svuotamento intestinale. Tuttavia le sue proprietà chelanti fanno sì che essa interferisca con l’assorbimento di alcuni macronutrienti (glucidi e lipidi)  riducendo i livelli di colesterolo nel sangue e diminuendo il rischio di malattie cardiovascolari.

LA FIBRA INSOLUBILE (pectine, gomme, mucillagini), non fermentabile, assorbe rilevanti quantità acqua aumentando il volume delle feci, che si fanno abbondanti, poltacee e più morbide. Questo permette di stimolare la velocità di transito nel lume intestinale, di conseguenza, diminuire l’assorbimento dei nutrienti. Questo spiega perché la fibra solubile abbia, al contrario di quella insolubile, più azione costipante che lassativa (a meno che non venga assunta insieme a grosse quantità di liquidi).

Il fabbisogno giornaliero di fibra si aggira intorno ai 30 g, ma questa quantità è da rapportare allo stato di salute, alla capacità digestiva ed alla tolleranza del paziente. Esistono due tipi di fibra: insolubile (cellulosa, emicellulosa e lignina) e solubile (pectine, gomme e mucillagini). La fibra insolubile non è fermentabile e nell’intestino assorbe acqua rendendo fluide le feci. Le fibre solubili, invece sono fermentabili e nell’intestino formano gel che rallentano lo svuotamento intestinale, riducendo, tuttavia, anche l’assorbimento di colesterolo.

Cellulosa. Costituisce la parete cellulare dei vegetali, alle quali conferisce rigidità e resistenza. E’ un carboidrato simile all’amido, dal quale, tuttavia, differenzia per i tipi di legami chimici. Solo gli erbivori posseggono un enzima capace di scinderlo e quindi digerirlo.

Emicellulose. Sono formate da unità di glucosio, galattosio. mannosio, arabinosio e xilosio.

Lignine. Si trovano principalmente nella parete cellulari dei vegetali e il loro contenuto è secondo solo alle cellulose. Inoltre dona impermeabilità alla parete cellulare.

Pectine. Hanno funzione cementante negli spazi intercellulari dei vegetali. Sono usate anche nelle industrie per la produzione di marmellate e gelatine.

Gomme e mucillagini. Utilizzate nella produzione di chewing-gum e caramelle.

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Le Arance

Oggi l’arancia è l’agrume più diffuso al mondo, e se ne coltivano centinaia di varietà. Le arance sono prevalentemente un frutto invernale, in quanto maturano da novembre fino a primavera. I primi frutti si possono raccogliere nel mese di novembre (navelina) e gli ultimi attorno a giugno-luglio (valencia).Un albero adulto può produrre fino a 500 frutti l’anno. L’arancia presenta esternamente una scorza detta pericarpo, inizialmente di colore verde e poi, nel frutto maturo, gialla, arancione o rossastra. La parte interna, detta endocarpo, è polposa e commestibile, ed è divisa in logge o spicchi che contengono il succo che può essere di colore giallo, arancione o rosso. La buccia è caratterizzata da una leggera ruvidezza. Alcuni frutti sono a polpa bionda (ovale, biondo comune, navelina, washington navel, ecc.), altri a polpa rossa, per via dei pigmenti antocianici in essi contenuti (moro, tarocco, sanguinello). Alcuni frutti sono più grandi e dalla buccia spessa, altri di aspetto più modesto e dalla buccia più sottile, ma più sugosi ed adatti alla spremitura.
Solo in Italia più di venti varietà vengono coltivate come frutta da tavola, ed altrettante per spremuta. Le varietà a polpa rossa sembrano conservare pienamente le loro peculiari caratteristiche organolettiche solo quando coltivate in alcune limitate aree della Sicilia orientale. In conseguenza di ciò le arance rosse sono diffuse principalmente in Europa, mentre nel resto del mondo si trovano in commercio quasi esclusivamente quelle a polpa bionda. Comunque, le arance dolci non vengono consumate solo come frutta fresca ma, soprattutto nel caso di quelle a polpa bionda, vengono utilizzate per la produzione di succhi. Durante la lavorazione delle arance per trarne il succo, la buccia, preventivamente separata dal resto del frutto, viene sfruttata per estrarne l’olio essenziale in essa contenuto e, in misura minore, per la produzione di canditi e frutta essiccata. La definizione Arancia rossa di Sicilia è usata per individuare le varietà di arance a polpa rossa (moro, tarocco e sanguinello) che rispettano quanto previsto nel relativo disciplinare “Arancia rossa di Sicilia IGP” (Indicazione Geografica Protetta). In realtà l’arancia a polpa rossa si coltiva anche in altre regioni, soprattutto in Calabria, dove la produzione supera di 1,7 volte quella della Sicilia.

PROPRIETA’

  • L’alta concentrazione di vitamina C (50 mg in 100 grammi), aumenta l’efficienza del sistema immunitario, abbassando in tal modo il rischio di raffreddori, influenze e febbri. Da sottolineare che con due arance al giorno viene soddisfatto il fabbisogno giornaliero di vitamina C.
  • L’elevato contenuto di vitamina C e di bioflavonoidi (vitamina P) permette di ricostituire in tempi brevi il collagene del tessuto connettivo; per questo motivo vengono rafforzate ossalegamenti, cartilagini, tendini e denti. Un’altra proprietà dovuta alla combinazione delle due  C e P è quella di ridurre la formazione di edemi e la fragilità dei capillari.
  • L’assunzione di vitamina C contrasta anche le patologie legate alla circolazione del sangue, aiutando in questo modo a prevenire e combattere cellulite, vene varicose ed emorroidi.
  • Grazie alle qualità antianemiche della vitamina C, le arance favoriscono l’assorbimento di ferro, fondamentale per la formazione dei globuli rossi.
  • terpeni presenti nella buccia si rivelano efficaci nel prevenire  della mammella, del colon e del retto.
  • La considerevole quantità di fibra presente nel callo bianco è un ottimo lassativo ed aiuta a regolare l’assorbimento di grassi, proteine e zuccheri.
  • Il carotene (produttore di vitamina A) contenuto nelle arance protegge la vista e la salute della pelle.
Categories News, Salute

L’intestino pigro

L’Intestino Pigro è un disturbo molto comune che colpisce il 10% circa della popolazione dei paesi occidentali. Un intestino pigro aumenta il tempo di permanenza del contenuto intestinale e questo porta al gonfiore e al sentirsi sempre pieni.

Chi soffre di Intestino Pigro o addirittura di stitichezza accusa difficoltà a evacuare regolarmente, defecazione insufficiente, defecazione infrequente, irregolare oppure sensazione di incompleto svuotamento. Nella maggior parte dei casi è una condizione temporanea che, per quanto fastidiosa, non crea problemi importanti. Va comunque trattata correttamente, soprattutto quando gli episodi diventano ricorrenti.

L’Intestino pigro può avere cause temporanee, come i postumi di un intervento chirurgico, alcune patologie o l’assunzione di determinati farmaci (come quelli anti-ipertensivi, gli antidolorifici morfinici, gli antispastici, ecc). Le cause possono essere anche psicologiche e derivare dallo stress, in particolare:

  • Dieta a basso contenuto di fibre
  • Scarsa o insufficiente assunzione di liquidi
  • Sedentarietà
  • Malattie croniche intestinali (diverticolite, ragadi, emorroidi, colite spastica, malattie neurologiche che riducono i movimenti dell’intestino, spasmi della muscolatura pelvica ecc)
  •  Patologie croniche generali (ipotiroidismo, diabete, neuropatie, depressione ecc.)
  • Consumo eccessivo di farmaci (antinfiammatori, antibiotici, lassativi ecc.)

Verificandone la causa e consultando un medico si possono eliminare le cause di intestino pigro legate a malattie o particolari stati fisiologici. Altrimenti si può cercare di individuare la causa che rallenta il buon funzionamento del nostro colon, iniziare a fare dei cambiamenti nella nostra dieta e mettere in atto pratiche salutari come fare più movimento ed evitare la vita sedentaria.
Per quanto riguarda il cibo è necessario controllare l’introduzione eccessiva di alimenti proteici e zuccheri, di alimenti senza fibre, di alimenti trasformati e di ricostituenti a base di ferro.
La presenza eccessiva di calcio nel corpo e la mancanza di sali minerali sono da sconsigliare, così come l’uso eccessivo dei condimenti. Anche non masticare completamente il cibo e non bere abbastanza acqua sono cattive pratiche alimentari. Infine un’overdose di lassativi non può che portare all’effetto contrario.

Molte persone che soffrono di intestino pigro si affidano ai lassativi, che migliorano il sintomo ma non risolvono il disturbo all’origine. Se utilizzati ripetutamente perdono di efficacia, richiedono dosi sempre più alte e possono causare dipendenza. Per regolare l’intestino ti devi concentrare sullo stile di vita e in particolare sulle abitudini alimentari.

Ecco alcuni accorgimenti per aiutarti a “svegliare” il tuo intestino:

  • La mattina bere un bicchiere d’acqua naturale non fredda con un cucchiaino di miele appena svegli: l’acqua con il miele ripulisce il tubo digerente e aiuta i reni a drenare le scorie che si accumulano di notte, producendo un effetto sgonfiante sin dal mattino
  • Mangiare un’insalata mista prima dei pasti condita con olio extravergine d’oliva: in questo modo si apporta alla dieta una quantità significativa di fibre, vitamine, sali minerali, le evacuazioni diventano più frequenti, ci si sente più sazi
  • Condurre una vita meno sedentaria.

Nei primi giorni è normale sperimentare un aumento della sensazione di malessere o un rallentamento dell’intestino: è una situazione temporanea che indica che l’organismo sta reagendo!

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